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Il risparmio e lo spreco la fame e il paradosso

In tutto il mondo progredito l'abbondanza è la regola. La grande produzione necessita del consumo...In tutto il mondo progredito l'abbondanza è la regola. La grande produzione necessita del consumo...
Il conflitto insanabile fra risparmio, solidarietà e società dei consumi
Ortaggi: la produzione è aumentata e aumenta in modo esponnenziale

Ortaggi: la produzione è aumentata e cresce ancora in modo esponenziale

Il rispetto per il cibo è un caposaldo dell’educazione di giovani e vecchi. Basti pensare al riferimento al “pane quotidiano” contenuto nel Padre Nostro, considerato la più bella preghiera e la più grande composizione poetica della storia… Il pane quotidiano, però, nel mondo evoluto è da decenni poco più d’un simbolo. Piuttosto si suole chiedere al Signore la forza per mangiarne meno. Lui, il creatore, ce lo ha fatto “troppo buono” e noi, facendone abuso, riconnettiamo quasi il peccato di Adamo…

 

Fame in parte dell'Africa a fronte di risorse praticamente incalcolabili

Fame in parte dell’Africa a fronte di risorse praticamente incalcolabili

Molta produzione in pochissimo spazio: è la regola nell'agricoltura moderna

Molta produzione in pochissimo spazio: è la regola nell’agricoltura moderna. Invertire la rotta è impensabile prima che impossibile

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi il problema del “mercato” non è  quello di produrre, ma che qualcuno …consumi ciò che si produce e di cui i magazzini traboccano. Questa è la malcelata verità, nuda e cruda. Malcelata perché renderla pubblica non conviene al sistema, che ha escogitato e messo in atto vari espedienti “di mercato” cercando di evitare che – per la legge della domanda e dell’offerta, incontrovertibile – i prezzi vadano “talmente giù” da portare alla rovina sia chi produce, sia chi rivende. Infine andrebbero in rovina anche …i consumatori, il popolo. Il fenomeno delle “quote latte” non è unico. Anche il pesce, quello azzurro, viene ributtato spesso in mare, per non inflazionare il prezzo. Ma perché fermarsi, con mentalità fisiocratica ottocentesca (è così in sintonia con l’istinto che la nostra cultura, purtroppo, ne è ancora condizionata), alle cibarie? I magazzini oggi sono stracolmi di tutto, di ogni manufatto, di ogni prodotto. Molta merce finisce in svendita: persino i servizi e, a volte, l’agognato credito… La vergogna grave è che si voglia negare ad u  pensionati di disporre a piacimento di una “Panda” e di avere in tasca pezzi di carta e monetine senza valore intrinseco quanto basti a fare la spesa e sopperire ai bisogni primari e qualcosa in più: gli svaghi, un viaggetto ogni 2 anni…

Ebbene, si adottano da tempo molti espedienti (e vi sono mille motiviamotivi per farlo) – sono altrettanti sistemi e mezzi – al fine di far sì che i prezzi dei beni di consumo non vadano …a terra. Il primo è forse quello di evitare di produrre troppo “per il magazzino”, ma spesso non vi si riesce: la “macchina” produce da sola. C’è un detto solo apparentemente ridicolo o tautologico: se il campanello della cassa non suona, il comignolo della fabbrica non fuma. Un tempo si ammonivano i lavoratori capovolgendolo: se il comignolo non fuma il campanello non suona…  L’altro espediente, considerato storico, viene additato, non sempre a torto, con un j’accuse: è quello di creare dei “cartelli”, concordando – fra produttori della stessa merce – prezzi comuni al di sotto dei quali non scendere. Nella guerra fra concorrenti, subentra il dumping: atterro il concorrente scalando il prezzo sul suo mercato perché sono più forte e mi rifaccio su altri mercati.Vi sono, dicevamo, mille altri espedienti. Fra questi, l’affrontare mercati differenti, assecondandoli con prezzi differenziati in conseguenza delle rispettive caratteristiche. Oppure variare i prezzi verso l’alto ricorrendo a “presentazioni” differenziate: la stessa medicina viene venduta su un mercato contro il mal di testa, su un altro per digerire e i prezzi saranno commisurati a quelli più remunerativi, relativi alle rispettive caratteristiche locali.

Sono molti anni ormai che il prezzo di vendita è svincolato dal costo di produzione. Esso dipende, molto di più, dalle leggi di mercato, dalla moda, dal momento, dalla stagionalità, dal tempo di giacenze in magazzino. Anche dalla deperibilità… Forse in misura minore è stato sempre così.

Un comune espediente è quello di differenziare la stessa identica merce, distinguendola in più prodotti analoghi di “differente qualità”: la sola differenza sta nella confezione, nella pubblicità, nei …canali di distribuzione. La stessa caramella incartata in modo differente costa pochissimo al supermarket, più cara in pasticceria, quanto un medicinale in farmacia. A volte anche la confezione è identica. Il prezzo dipende solo dal luogo in cui viene “servita” al pubblico: una birra all’hard, al bar dell’angolo o nella hall di un 6 stelle. Un vero “scatenamento” di espedienti serve a proporre il prezzo più alto di alcune “confezioni” o “presentazioni” del prodotto rispetto ad altre. Ma i prodotti, ci duole insistere, sono uguali. Nei cibi confezionati è in uso specificare: senza questo, senza quello…  Nel vestiario, in moltissimi beni di alto consumo: olio, vino, latte, pasta. In casi limite, ma non rari, il prodotto più caro è il più sofisticato, il meno caro è il migliore. Vedi certi succhi di frutta 100%. Ci si appella a tutto, anche al sentimento, come ad esempio quando – anche opportunamente – si pubblicizza il consumo a …chilometro zero. Ci sanguina il cuore, da provetti campanilisti, ma spesso il Km zero significa spesso ben poco. A meno che non si voglia favorire “il vicino”. Il senso principale di ciò che diciamo è che è ben difficile che una merce che costa dal 30 al 50% di più o fino al doppio sia migliore di quella al prezzo più basso. Per trovare un prodotto migliore bisogna spesso pagarlo almeno 10 volte più caro. Ne è un esempio lampante l’aceto balsamico. Quello in comune vendita sarà anche un discreto insaporitole, ma è un bluff. Quello buono è molto caro e si vende in bottigliette anche piccole quanto quelle dei profumi. Come avviene per questi, si misura a gocce. Un capo in lambswoll o in filo di scozia di può acquistare a 50 o 100 euro, ma uno “vero” costa oltre i 200…

Il problema perdurante della fame è, invece, una vera vergogna da attribuire alla politica e alla disamministrazione del mondo. Tuttavia, non affibbiamolo, come per connotazione avviene ogni giorno, all’ingordigia del bambino occidentale che mangia il panino – che gli fa male – togliendolo al bambino del terzo mondo che – rischiando di morire – soffre la fame. Né l’acqua che io spreco con lo sciacquone in occasione di una minzione, obbedendo ai piccoli cartelli improvvisati nei wc dei bar, finirebbe in alcun modo nei bicchieri degli africani costretti a sciacquarsi di rado la faccia.

Per inciso, sarebbe più opportuno che l’Onu, la Fao, Save the children etc. scavassero loro un pozzo: max ad 800 mt si trova acqua ovunque. La massima è qui nota: “non lanciategli un pesce, dategli la canna e insegnategli ad usarla”. Niente di tutto questo. Come si impedisce la crescita della piccola impresa, si impedisce quella dei territori poveri. Frattanto, proditori organismi sovranazionali vogliono vendere i beni indispensabili – in testa l’acqua – in esclusiva e a caro prezzo. Sono disegni folli, ma… E’ puerile cantare: “se tutti i ragazzi del mondo si dessero la mano…” E’ proditorio, anche, perché ciò sarebbe impossibile e, al momento, quasi del tutto inutile. Come appendere le bandiere della pace alle finestre: poco più d’un gioco o forse meno…

Da poco l’Italia, dopo la sola Francia, ha in vigore una legge contro gli sprechi alimentari. Il decreto, approvato dalla Camera è passato anche nel “moribondo” Senato, diventando legge. Sarà premiato chi non butta il cibo e ci saranno riduzioni sulla tassa sui rifiuti per chi dona le eccedenze alimentari ai bisognosi. La legge è stata pubblicizzata così, ma non è esattamente questa. Essa riguarda e premia soprattutto la grande produzione e la distribuzione, specie i supermarket, mentre è valsa certamente a far capire agli “schizzinosi” che un prodotto in cui sulla confezione “si consiglia” l’utilizzo entro una certa data non indica che il prodotto “scada” in contemporanea e diventi nocivo. Quella data è solo quella in cui il produttore si impegna che il prodotto mantenga con certezza “tutte le caratteristiche di gusto e genuinità” che egli stesso assicura.

Per questo, una serie di prodotti tenuti da tempo in casa – in modo più che ottimale, persino in frigo quando non è richiesto o nel surgelatore – possano ben essere consumati di persona o dati in beneficienza senza danneggiare …il povero. Al ristorante, poi, si ha licenza di farsi confezionare il cibo “all’americana”, portarselo a casa per analoghi usi…

Queste lodevoli pratiche dovrebbero condurre a una minor “produzione” di rifiuti e sono certamente morali in senso tradizionale. La morigeratezza è la prima regola dell’igiene fisica e morale. Tuttavia, con buona pace degli ecologisti ideologici, vi sono oggi adeguati sistemi di smaltimento rifiuti. Dobbiamo tremare nel dire termovalorizzatori? Funzionano all’interno dell’abitato nelle migliori città del mondo! Peraltro, dal dì del decollo della rivoluzione industriale, che ha generato quel benessere da “problema della pancia”, anziché “problema di riempirla” il consumo è il pilastro che sostiene la produzione. Verissimo che la “società dei consumi” porta a degenerazioni, pur diversamente risolvibili sul terreno morale e materiale. Tuttavia, se si arresta il consumo, se non gli si dà una svegliata, non si innesca il sospirato rilancio dell’economia e dello sviluppo. Non c’è alcun dubbio.

Simulare una società del bisogno è impossibile, né pensabile, né consigliabile. Essere morigerati e riciclare per proprio conto d’accordo. Tuttavia, per una volta – contrariamente a ciò che sosteniamo di regola – affermiamo qui che la solidarietà non possa partire solo dalla carità verso il prossimo, che per primi evangelicamente consideriamo come il vicino, il più vicino. Ma che qui siano indispensabili, più che opportuni, ben altri interventi dall’alto, nazionali e sovrannazionali. Essi, da soli, sono affetti da una sorta di presbiopia: vedono bene da lontano e male da vicino. Tuttavia i motivi della povertà diffusa e, ancor più, del sottosviluppo, sono tanto complessi da non potersi affrontare né con la carità, né con la misericordia: vanno affrontati tecnicamente. Occorre anche individuare i responsabili dei misfatti civili cui assistiamo, che sono politici: gli Usa in Africa e Medioriente – per la smodata sete di potenza e di potere della finanza di Washington e Wall Street – non già il bimbo di Milano o Reggio Calabria che mangia troppi panini, banane o beve troppa fanta, Così, se mai, nuoce solo alla propria salute…

Germano Scargiali

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