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A 100 anni da una Vittoria commemoriamo gli eroi della “storia patria” per dar forza al futuro

Le immagini celebrative hanno preso il sopravvento sulle foto di incerta qualità del primo conflitto. Famosi i disegni coevi di  Walter Molino sulla copertina della Domenica del Corriere. I Bersaglieri, eterno vanto della fanteria italiana, non mancano mai...Le immagini celebrative hanno preso il sopravvento sulle foto di incerta qualità del primo conflitto. Famosi i disegni coevi di Walter Molino sulla copertina della Domenica del Corriere. I Bersaglieri, eterno vanto della fanteria italiana, non mancano mai...

Cento anni fa l’Italia vinse la Prima Guerra Mondiale. La battaglia di Vittorio Veneto o terza battaglia del Piave fu l’ultimo scontro armato tra l’Italia e l’Impero austro-ungarico nel corso di quella che viene ricordata come “La Grande guerra”. Grande, rispetto alla seconda, per maggior numero di morti e, per l’Italia, in quanto ne scaturì “la vittoria” e l’annessione di Trento e Trieste, non più “strappate” ai confini nazionali. Ciò per quanto la “Pace di Parigi” fu una beffa, che avrebbe dovuto dare ancor più terra al tricolore, giunto fino all’Istria, poi persa, ma non alla Dalmazia… 

La Grande Guerra si concluse con la Battaglia di Vittorio Veneto, che cancellò"l'onta di Caporetto",grande disfatta che,però, gli italiani riuscirono ad arginare sul Piave.

La Grande Guerra si concluse con la Battaglia di Vittorio Veneto, che cancellò “l’onta di Caporetto”, grande disfatta che, però, gli italiani riuscirono ad arginare sul Piave, preparando la sorprendente rivincita. Vittorio Veneto è oggi un comune di 28 mila abitanti della provincia di Treviso (Veneto) sede di una diocesi. Il terreno, a ridosso delle prealpi è collinoso. La battaglia fu, quindi, un vero confronto “campale” fra l’armata italiana e quella austro ungarica. Nella foto il gioioso momento del ritorno a casa con la consapevolezza che la Patria, costruita da appena mezzo secolo, era salva

La “Grande guerra” si combatté tra il 24 ottobre e il 4 novembre 1918 nella zona tra il fiume Piave, il Massiccio del Grappa, il Trentino e il Friuli. La vittoriosa fine seguì di pochi mesi la fallita offensiva austriaca del giugno 1918 che non era riuscita a infrangere la resistenza italiana sul Piave e sul Grappa e si era conclusa con un grave indebolimento della forza e della capacità di combattimento dell’Imperiale regio Esercito. Essa preparò il riscatto della disastrosa sconfitta che gli italiani avevano subito a Caporetto.

L’attacco frontale e decisivo italiano ebbe, poi, inizio solo il 24 ottobre 1918 mentre l’Impero austro-ungarico dava già segno di disfacimento a causa delle crescenti tensioni politico-sociali tra le numerose nazionalità presenti nello stato asburgico, e mentre erano in corso tentativi di negoziati per una sospensione delle ostilità.

Ai grandi cannoni l'esercito italiano ha dato molta importanza nelle guerre. Difficile portarli, negli anni 10 sulle cime del Cadore. Un arma efficiente fu il mortaio da 81.

Ai grandi cannoni l’esercito italiano ha dato molta importanza nelle guerre. Difficile portarli, negli anni 10 sulle cime del Cadore. Questo sparava oltre il confine. Un arma efficiente (2 guerre) fu il mortaio da 81 così come la  gloriosa mitragliatrice Brera raffreddata ad acqua. Troppo lenta, però, nella seconda guerra. Il famoso fucile 81 non era automatico, ma aveva lunga gittata e precisione.

La battaglia di Vittorio Veneto fu caratterizzata da una fase iniziale duramente combattuta, durante la quale l’esercito austro-ungarico fu ancora in grado di opporre una dura resistenza, sia sul Piave, sia nel settore del Monte Grappa. Ma, a seguito dell’impegno italiano, seguì un improvviso e irreversibile crollo della difesa nemica, con la progressiva disgregazione dei reparti e con più defezioni tra le minoranze nazionali, che favorirono la rapida avanzata finale dell’esercito italiano – che aveva sostituirono al comando il generale Cadorna con l’indimenticabile Armando Diaz di Napoli – giunsero fino a Trento e Trieste.  Il 3 novembre 1918, con entrata in vigore dal giorno successivo, fu concluso l‘armistizio di Villa Giusti che sancì, addirittura, la fine dell’Impero austro-ungarico oltre che la vittoria dell’Italia nel primo conflitto mondiale. In particolare Diaz, rispetto a Cadorna, pose fine al troppo rigore nella disciplina, a favore di maggiori concessioni nel trattamento della truppa, nel “rancio” e nella vera e propria assistenza relativamente individualizzata. I soldati si sentirono “amati” dal comandante in capo e recuperarono il morale, le forze e la volontà di affrontare l’ultimo decisivo confronto con il nemico…

I nostri militi combatterono e prevalsero già nel lungo e logorante confronto avvenuto in trincea. Per questo la guerra fu definita “di posizione”, a differenza della seguente che – poi – venne riconosciuta come “guerra di movimento”. Una guerra tremenda, estenuante, piena di sacrifici. Molti rimasero invalidi e tanti morirono nel nome di un’Italia giovane, ma già ricca di valori. Il Piave mormorò ai nostri confini e “noi” rispondemmo. Non si deve assolutamente dimenticare il sacrificio di tanti che ci hanno dato la vittoria ed hanno messo le radici alla nostra indipendenza. Ricordiamolo e traiamo insegnamento per le battaglie di oggi… Differenti nelle modalità, ma pur sempre veementi e degne di essere combattute e vinte. Lo dobbiamo a noi stessi e ai nostri caduti!

Guido Francesco Guida

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A Vittorio Veneto verso la Vittoria

Il 1° novembre 1918 l’esercito italiano – dopo aver conquistato e riconquistato collina su collina e risalito parte della valle del Piave – iniziò l’inseguimento del nemico lungo la stessa storica valle in direzione di Longarone. A sera il generale comandante austro ungarico Boroeviç chiese ancora al suo Comando se l’esercito dovesse continuare a combattere contro l’Italia. Il 2 novembre, le armate italiane del Trentino passarono all’attacco e gli austriaci in rotta iniziarono l’ultimo ripiegamento verso la Val Pusteria. Il 3 novembre ad Abano, a villa Giusti, alle 15, era firmato l’armistizio tra l’Italia e l’Austria-Ungheria.

Il 4 novembre 1918 per l’Italia terminò la Prima guerra mondiale, passata alla storia anche come Grande Guerra e considerata la quarta guerra d’Indipendenza. Fu la prima guerra in cui apparvero gli aerei e i sommergibili (unità sommergibili da non confondersi con i sottomarini che apparvero nella seconda)in cui l’Italia fui l’antesignana.In aria si confrontarono a distanza Francesco Baracca, mai sconfitto, e Manfred Albrecht von Richthofen, il Barone Rosso, abbattuto nell’aprile del 1918 dopo 80 vittorie.

Queste le prime parole (meno note) del messaggio di Armando Diaz: “La guerra contro l’Austria-Ungheria, che sotto l’alta guida di sua Maestà il Re – Duce Supremo – l’esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per quarantun mesi, è vinta…” (Armando Diaz, Proclama della Vittoria).

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L’ITALA ULTIMA SOLO IN ORDINE DI TEMPO E GLI EROI DELLA SECONDA GUERRA – LA VITTORIA DELLA RICOSTRUZIONE

La prima guerra mondiale significò per l’Italia il completamento della lotta risorgimentale verso l’unità e l’indipendenza. Per questo viene spesso definita dagli storici come Quarta guerra d’Indipendenza

Non c’è dubbio che in quell’occasione l’Italia (grazie agli “interventisti” che vollero che entrasse in guerra, nonostante la precocità dell’intervento) dimostrò, sorprendentemente, d’essere diventata una vera Nazione  e che gli Italiani (…restano da fare, aveva detto M. D’Azeglio) erano diventati “un” popolo. Anche se si dice non si capissero bene fra loro neppure nel parlare… Ma l’anima italiana aveva radici antiche: le aveva avute in Roma che per prima cosa unificò la Penisola. Poi il concetto appare chiaro nei versi degli stessi Dante e Petrarca. Era di certo anche nella mente degli Svevi e in particolare di Federico II. Poi, infine, in Leopardi, Foscolo e nel pieno del cuore di Manzoni, prima che nei fautori dell’Unità: Mazzini, Gioberti, Cattaneo, Beccaria, Cavour, Garibaldi, Crispi… Ma questi ultimi, come il grande G. Verdi, erano già patrioti del Risorgimento ottocentesco, ad un passo da ciò che, come sappiamo, avvenne.

A torto o a ragione dei meridionali, che oggi recriminano di aver perduto, assieme al Regno di Napoli e delle Due Sicilie, il ruolo di potenza marittima mediterranea, l’Italia aveva iniziato – evidentemente – già dopo appena mezzo secolo dall’Unità ad essere una grande nazione.

Ciò valse a portare al confine migliaia di soldati da ogni angolo di questa “troppo lunga” Penisola, su fino alle irte e inospitali montagne alpine. Solo una piccola parte erano di cultura montanara – veri alpini – ma tutti capivano che bisognava resistere o morire, come avevano fatto tanti eroi del Risorgimento. Vinsero così, nella gran maggioranza, la loro intima personale lotta contro l’egoismo, il freddo, l’amore per la famiglia, la paura… Sono posizioni dell’animo che non si possono prevedere e, forse, neppure capire. Che cosa importava a dei giovani pecorai di Favara di combattere in una valle popolata di alberi come non ne avevano mai viste e sferzata dalla neve, che conoscevano appena, una volta ogni cinque o sei anni, solo un po’, una spolverata, poco più che una curiosità, un divertimento? Lì la neve era “il freddo” a rischio di congelamento…

Un ponte di barche: l'abilità di un esercito e la tecnologia raggiunta si valutano anche da queste opere.

Un ponte di barche nella prima guerra: l’evoluzione di un popolo e abilità di un esercito si valutano anche dalla abilità e dalla destrezza nell’eseguire queste opere. L’Italia dispone di due organizzazioni specifiche: Il “Genio militare” e il “Genio civile“, cui si aggiunge una Protezione civile mirata all’efficienza che non trova facile riscontro negli altri paesi…

Lì, su quei crinali, gli Italiani, dalle Alpi a Lampedusa, rischiarono la vita e in molti la persero, convinti di poter ben perdere anche tutta la guerra. Anzi, era quella  la cosa più probabile…

L’epilogo fu, addirittura, romanzesco: dopo la catastrofica sconfitta di Caporetto, ecco l’esaltante trionfo di Vittorio Veneto, quando gli austriaci “…risalirono in disordine le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”, come subito scrisse il Generale Armando Diaz (napoletano) nell’indimenticabile Bollettino della Vittoria, che fu incorniciato in molte case italiane, sempre dalle Alpi a Lampedusa e rimase appeso per decine d’anni in salotto o in soggiorno…

Fu quasi un miracolo della storia. I meridionali avevano dimenticato o non si erano accorti di “tutte” le soperchierie subite da parte dei piemontesi: le gravose imposte, la coscrizione obbligatoria, la burocrazia complicata, la chiusura delle acciaierie del Sud, l’avanzata della Massoneria…

Era avvenuto ciò che contava: l’Italia, definita da pochissimi anni dal Metternich una “espressione geografica”, un era niente di tutto questo: era una Nazione, uno Stato. Era stata grande, grandissima – pure tecnologicamente – anche sul mare: sommergibili, sommozzatori…

L’Italia aveva mandato eroici italiani pronti a morire per la vittoria in terra, aveva fabbricato fucili, mitragliatrici, bombe e soprattutto costosi cannoni e, sul mare, unità efficientissime, da sorprendere il nemico, addirittura da rivoluzionare – con i sommergibili – il modo di far guerra: quanto bastava per vincere contro un esercito che aveva avuto tutta la storia per armarsi e organizzarsi. Aveva ributtato gli Austriaci “a pezzi” al di là di quelle montagne proverbiali, storicamente le più famose del pianeta, che ne segnavano di netto il confine geografico fin dalla preistoria…

Solo giù da quei monti era l’Italia, finalmente unita, con i suoi fiori, i suoi mari, la musica, l’umanesimo e il Rinascimento!

Tutto questo era vero tanto quanto lo era che, su altri fronti, nel corso della stessa guerra, era arrivato da un mare più grande, l’Oceano, qualcosa come l’esercito americano con ben altri fucili, altre mitraglie, altre bombe, altri cannoni…

Il Meridione aveva definitivamente abdicato ad avere una capitale propria,una propria politica proiettata sulla marina, sulle grandi fonderie e sull’industria meccanica (solo a Napoli si erano costruite prima del 1960  e c’erano fuochisti e meccanici in grado di condurle per mare,lo stesso dicasi delle prime locomotive della penisola). Ma anche aveva rinunziato ad una amministrazione più snella,ad uno Stato meno asfissiante burocraticamente, che non conosceva la coscrizione obbligatoria…

La nuova grande realtà era che l’Italia – in questa guerra – aveva vinto da sola la propria battaglia. Nessuno le aveva dato né fucili, né granate, né cannoni su quel fronte difficile e pieno di rocce e di neve contro un’armata che aveva fama di organizzazione, potenza, imbattibilità… Gli italiani avevano offerto in massa il proprio sangue alla nuova patria.

(Germano Scargiali)

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DALLA VITTORIA ALLA SCONFITTA DELLA SECONDA GUERRA

Da qui – però – a dire che i medesimi italiani abbiano combattuto con meno eroismo e meno slancio nel corso della Seconda Guerra mondiale ne corre. Basti pensare alle ultime cariche di cavalleria in Russia, quando non c’era altro da fare. Quando l’avanzata fino ad oltre Dnyeper, ad un passo da Kiev, venne interrotta. E qui, “la Merica” stava dall’altra parte, cioè col nemico… E come se ci stava! Con l’Inghilterra e tutto il Commonwealth, la mafia Usa e la Massoneria, incluso l’ebraismo, contro i quali (ultimi due, certo collegati) Germania e Italia avevano assunto i noti drastici atteggiamenti  Gli Usa spedirono armi e aerei – decisivi – alla stessa Russia sovietica… Non era, del resto, la prima volta che aiutavano i sovietici: Rothschild aveva finanziato (paradossalmente?) Lenin, forse per liberarsi degli Zar, del loro forte potere su un territorio sterminato e una diplomazia proverbiale… Non è facile negare che ancor oggi tali “forze” si muovano come ospiti “difficili” nell’Occidente e nel mondo…

Ad Augusta i cosiddetti “alleati” cannoneggiarono la costa siciliana con un “bombardamento orizzontale”, mandando avanti le navi canadesi. Lì e altrove (Gela) lo sbarco fu inevitabile. C’erano tante navi nel golfo “quante stelle nel cielo”, si racconta, e la notte divenne giorno quando mandarono in aria i proiettili traccianti e poi le fotoelettriche illuminarono le spiagge. Ma ciò non toglie che tutto, sempre ai cosiddetti alleati, stesse poi precipitando addosso (no, non erano – compresi i marocchini che sbarcarono per primi – grandi soldati) e venne dato e ritirato, proprio presso Gela, in poche ore un “ordine di fuga, con conseguente risalita sui mezzi da sbarco. I cannoni italiani e tedeschi erano stati anche in buona parte manomessi da ignoti sabotatori “siciliani”! Ma più massiccio ancora fu lo sbarco ad Anzio… Ad El Alamein e tutto il Nord Africa i rudimentali carri armati italiani si trovarono contro inglesi, canadesi, australiani e …americani. Per onor di cronaca uno degli eroi, il colonnello che resistette oltre la sconfitta a Giarabub era di Caltagirone! E palermitano fu un ufficiale che morì attaccato al grilletto della mitragliatrice della postazione a Monreale senza arrendersi…

In Russia anche i tedeschi, assieme agli italiani, furono protagonisti di una tragica ritirata come Napoleone. Stupidi ambedue gli eserciti che… “ci cascarono”. Ma la sola cosa da fare per sconfiggere una nazione è …invaderla via terra. Tutti lasciarono scritte pagine eroiche, assieme alle brutte storie che “ogni guerra” porta con sé, inclusa la prima…

Il Sacrario italiano ad El Alamein

Il Sacrario italiano ad El Alamein. Rommel pronunziò la famosa frase: “il soldato tedesco ha stupito il mondo il soldato italiano ha stupito quello tedesco”. La sconfitta non impedisce che la divisione Folgore, una delle protagoniste, sia legata all’evento che la onora.

Mancò la fortuna non il valore, motto coniato ad El Alamein è il motto dei "carristi" italiani

Mancò la fortuna non il valore, il ‘detto’ coniato ad El Alamein, è il motto dei “carristi” italiani.

Ad El Alamein, inferiori per numero, assieme ai tedeschi, gli italiani combatterono fino all’ultimo sangue. D’altronde è noto che un capitano italiano fu il primo ad affondare con la propria nave volontariamente, aprendo la tradizione. E’ noto che persino in Sicilia si echeggiò sotto il tricolore il grido del Risorgimento: “Fino alla morte!” E che vi fu un fenomeno partigiano anti americano soffocato con le decimazioni… Pagine cancellate, come ben sappiamo…

E’ anche noto che gli Italiani ad El Alamein “uccisero” molti più inglesi di quanto non fosse al contrario. “Giravano” i campi minati contro i soldati del “vincitore” Montgomery, che – con la sua prosopopea – li accusò per anni di queste “scaltrezze”. Ma che cosa potevano fare, minori per numero e senza i “provvidenziali” carri armati del nemico? Gli italiani nella seconda guerra utilizzarono molte armi della prima: decisamente antiquate. Gli aerei avevano una velocità di almeno 30 kmh inferiori al nemico e non erano corazzati. Ripetiamo: solo i prototipi c’erano già. Italia e Germania erano ambedue all’avanguardia nella sperimentazione. Basti pensare al nucleare…  I tedeschi ebbero troppa fiducia nei cannoni: un errore in una guerra “di movimento” e non di trincea come la prima… (Per inciso, ancor oggi nella ricerca e sperimentazione l’Europa – e parliamo di quella continentale – non è seconda né all’America, né all’Asia, per non dire della Russia…).

L’Italia in quei 15 anni fra le due guerre aveva sviluppato qualcosa come la Fiat (Piaggio, Lancia, Alfa, Bianchi, Innocenti), la Ansaldo, la Oto Melara, la Montecatini, l’Eni, molte Centrali elettriche, eseguito grandi bonifiche, aveva fondato città (Littoria o Latina, Tirrenia, Carbonia) mentre delle armi al “fulmicotone” aveva realizzato soltanto i prototipi: l’aereo a reazione più veloce del mondo, un carro armato fra i più perfetti… Aveva avuto il record della traversata atlantica (Rex), aveva trasvolato l’oceano per la prima volta in stormo con gli idrovolanti di Italo Balbo. Quanto fu grave la morte accidentale del grande colonizzatore (e coltivatore) della Libia all’inizio della battaglia in Nord Africa! L’Italia aveva costruito – in quei 15 anni – scuole e ospedali, che usiamo ancora. Aveva progettato treni, ferrovie e autostrade che furono realizzate più tardi e il mondo ci ha invidiato…

Perdette la guerrama appena 10 anni dopo era la quinta potenza mondiale con la lira come moneta più solida al mondo. Era diventata tutto questo “magicamente” in 10 appena anni in cui il suo popolo aveva dovuto ricostruirsi persino un …tetto sopra il letto? In quel dopoguerra costruì con la Michelangelo e la Raffaello i più bei transatlantici della storia! poi l’Italia “inventò” il Boom, che si ripeté, soltanto dopo, nel mondo intero. In altri articoli contestiamo vivamente chi sostiene che lo fece “a spese del futuro”: costruì tanto, ingrandì fabbriche e perfezionò tecniche d’ogni genere nell’agro alimentare, mosse passi decisivi in ogni ambito della tecnologia, lasciando – contrariamente a certe dicerie – una grande eredità “gratuita” al 2000. La crsi di oggi non è lontanamente paragonabile alla distruzione post bellica e alle difficoltà superate fino al 1955. Poi la risalita fu sempre più evidente…

La Ferrari, lega l'Italia alla Vittoria. Ma più del primo posto in gara vale il suo fascino nel tempo: è il simbolo del quale l'intera F1 non può fare a meno. Vincerà o perderà? Chi l'ha battuta?

La Ferrari, lega la parola Italia alla Vittoria. Ma più del primo posto vale il suo fascino nel tempo: è il simbolo senza il quale l’intera F1 perderebbe tanto. Vincerà o perderà? Chi l’ha battuta? Prima della Ferrari l’Alfa Romeo P3 fu considerata la più bella auto da corsa del mondo: vinse – battendo le Auto Union tedesche –  il Gran Premio di Tripoli valido per la lotteria che fruttò  anche all’Italia un vero capitale per la vendita dei biglietti. Enzo Ferrari era il direttore sportivo dell’Alfa. L’Italia nel 1939 non aveva potuto ancora costruire in gran quantità gli armamenti per la guerra ma era già un grande paese. Cosa che dimostrò in pochissimo tempo negli anni della “ricostruzione”.

No la Penisola non fu grande solo dal 1915 al 18! E’ il “paese” della Ferrari, dei cantieri navali, di “mille” manifatture, industriali, artigianali, agricole ed enogastronomiche, ma anche dell’arte, dell’eleganza e dello stile. Verrà fuori, nuovamente, alla distanza. E’ sempre molto forte, ma probabilmente, al momento, non gli italiani lo vedono chiaro: è nel loro carattere, non è la prima volta… (Gesse)

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