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Gli alieni: la vita intelligente nello spazio esiste?

Il tentativo di esplorare lo spazio ha un contenuto eroico. Infatti, eroica è l'idea e altrettanto lo è l'affrontare l'impresa nello specifico. Ma lo spazio -nei suoi segreti lontani - si indaga meglio attraverso telescopi, satelliti e navette spaziali dotate di occhi elettronici e sofisticate apparecchiature radio...Il tentativo di esplorare lo spazio ha un contenuto eroico. Infatti, eroica è l'idea e altrettanto lo è l'affrontare l'impresa nello specifico. Ma lo spazio -nei suoi segreti lontani - si indaga meglio attraverso telescopi, satelliti e navette spaziali dotate di occhi elettronici e sofisticate apparecchiature radio...

Esistono altre forme di vita “aliene” oltre alla vita umana sulla Terra??

“Se l’Universo e la nostra galassia – disse Enrico Fermi –  pullulano di civiltà sviluppate, dove sono tutte quante?”

“Quando penso alla vita, in verità non penso a cellule in un pianeta o a molecole in un’atmosfera. Piuttosto penso ad una nuova area della fisica” ha detto Sara Walker, astrobiologa e fisico teorico presso l’università dell’Arizona, in occasione di una tavola rotonda tenutasi a New York in occasione dell’ultimo Festival Mondiale della Scienza, alludendo proprio al fatto che non necessariamente una vita debba rifarsi ai criteri della nostra biologia.

Ma è proprio così?

Da sempre l’uomo, alzando gli occhi al cielo e perdendosi nell’immensità delle stelle si è chiesto se la vita umana esistesse soltanto sulla Terra. Una domanda antica ed a tutt’oggi senza risposta, ma che ha suscitato la fantasia, la creatività e l’ingegno di pensatori, scrittori, poeti e filosofi di tutte le epoche.

“Pertanto dobbiamo capire che esistono altri mondi in altre parti dell’Universo, con tipi differenti di uomini e di animali”, speculava Lucrezio nel De Rerum Natura nel 70 a.C.

Così anche gli Egizi, i Maya, i Celti e Tommaso d’Aquino ed ancora Giordano Bruno, Galileo Galilei e Giovanni Virginio Schiapparelli che, con la presunta scoperta dei canali di Marte nel 1877, diede l’avvio alle fantasie sull’esistenza dei marziani.

Fin'ora il solo spostamento fisico dell'umanità in un altro corpo celeste rimane la Conquista della Luna (1979).

Finora il solo spostamento fisico dell’umanità in un altro corpo celeste rimane la Conquista della Luna (1969 drin, Micahel Collins (Usa). Quest’anno – 2019 -ricorre il 50enario.

E, tra i più noti, Isaac Asimof con le sue saghe e George Lucas con “Guerre stellari” ci hanno fatto vivere immagini e storie di mondi ed esseri alieni a cui tutti siamo legati e che fanno ormai parte dell’immaginario collettivo.

Ma è Frank Drake che nel 1961, con l’equazione che porta il suo nome, ha cercato di definire la probabilità di vita negli altri mondi.

N = R * Fp * Ne * Fl * Fi * L

Dove: N è il numero di civiltà extraterrestri presenti oggi nella nostra Galassia; R è il tasso medio annuo con cui si formano nuove stelle nella Via Lattea; fp è la frazione di stelle che possiedono pianeti; Ne è il numero medio di pianeti per sistema planetario in condizione di ospitare forme di vita; Fl è la frazione dei pianeti su cui si è effettivamente sviluppata la vita; Fi è la frazione dei pianeti su cui si sono evoluti esseri intelligenti; fc è la frazione di civiltà extraterrestri in grado di comunicare; L è la stima della durata di queste civiltà evolute.

Una equazione decisamente complessa e basata su fattori ipotetici ed estremamente variabili, che, pur rimanendo nei limiti della verosimiglianza scientifica, porta a notevoli variazioni nel risultato previsto. Passando da valori ottimistici di circa 600 000 a pessimistici nell’ordine di 0,0000001.

La formula di Drake è stata ultimamente rivista dallo scienziato italiano Claudio Maccone il quale, basandosi su uno dei Teoremi Centrali del Limite sviluppati all’interno del calcolo delle probabilità e utilizzati per rappresentare in modo standard una sequenza di variabili casuali, ha speculato che il numero ipotetico è compreso tra 0 e 15.785, con una media approssimata di 4.590.

Un ricalcolo che abbasserebbe del 75% delle possibilità che gli alieni si trovino tra 1.361 e 3.979 anni luce da qui. Una distanza tuttavia pur sempre enorme, che potrebbe comunque escludere ogni possibilità di comunicazione. Diversi ricercatori, infatti, sostengono che segnali radio inviati da oltre 500 anni luce avrebbero una possibilità di essere captati pari a zero.

Negli anni ’50 Enrico Fermi, il famoso ricercatore italiano, fu anche lui coinvolto nella ricerca degli extraterresti ed elaborò quel “paradosso” che poi prese il suo nome. Paradosso in quanto esiste un contrasto tra l’affermazione, da molti condivisa e sostenuta da stime di Drake, che “non siamo soli” nell’Universo e i dati osservativi che contrastano con questa ipotesi.

Ne deriverebbe così che o l’intuizione e le stime come quelle di Drake sono in ultima analisi errate, oppure che la nostra osservazione/comprensione dei dati è incompleta.

Quali allora le possibili spiegazioni?

Sono semplici e così riassumibili: o siamo i soli esseri viventi, o le civiltà evolute hanno avuto breve durata, o esistono, ma sono troppo lontane nello spazio e nel tempo, oppure non comunicano o non vogliono comunicare, oppure non siamo in grado di ricevere tali segnali.

Il "Pianeta Mare" con angoli ancora ignoti è - forse - quello più concreto che ci può fare immaginare inaspettate forme di vita. Sciennziati e poeti hannoimmmaginato esseri che potessero tendere la mano all'umanità: neppure questo è probabile se non a livello di mera speranza...

Il “Pianeta Mare” presenta angoli ancora ignoti ed è – forse – quello che più ci può far immaginare in concreto inattese forme di vita. Scienziati e poeti hanno immaginato esseri che possano tendere la mano all’umanità: neppure questo è probabile se non a livello di mera speranza…

Classi di civiltà aliene

Elemento critico poi sarebbe l’appartenenza di queste possibili civiltà aliene a determinate classi di conoscenze che furono originariamente definite dal ricercatore SETI sovietico Nikolaj S. Kardašev nei primi anni sessanta ed in seguito espanse da Carl Sagan. In questa classificazione, una civiltà è detta di “tipo I” se è in grado di sfruttare l’energia solare che cade su un pianeta di tipo terrestre per produrre un segnale interstellare;

di “tipo II” se è in grado di utilizzare l’energia di un’intera stella;

di “tipo III” se è in grado di fare uso di una galassia intera. Valori intermedi vengono assegnati tramite una scala logaritmica.

Alla luce di questa classificazione, presumendo che una civiltà aliena stia effettivamente trasmettendo un segnale che noi siamo in grado di ricevere, le ricerche finora eseguite escludono la presenza di una civiltà di “tipo I e II” nel raggio di 1.000 anni luce, benché possano esistere molte civiltà paragonabili alla nostra entro poche centinaia di anni luce che sono rimaste inosservate.

Sempre ammesso che tali civiltà usino i segnali radio e non un altro tipo di tecnologia che noi, troppo primitivi, non siamo in grado nemmeno di riconoscere. Resta comunque il fatto che qualsiasi segnale radio inviato da un mondo tanto remoto impiegherebbe tempi enormi per la vita umana per giungere sul nostro pianeta.

Questa volontà di ricerca ha dato origine, negli anni ’60, al Progetto SETI, acronimo di Search for Extra-Terrestrial Intelligence (Ricerca di Intelligenza Extraterrestre). SETI è un programma privato, senza fini di lucro, dedicato alla ricerca della vita intelligente extraterrestre, abbastanza evoluta da poter inviare segnali radio nel cosmo. La sua sede centrale è a Mountain View, in California. Il programma si occupa, oltre che di ricevere, anche di inviare segnali della nostra presenza ad eventuali altre civiltà in grado di captarli. Un progetto ambizioso per l’immensità delle distanze, ma che ha provveduto ad alcune semplificazioni partendo dall’assunto che la vita per nascere dovrebbe trovarsi in un ambiente simile al nostro sistema solare. E poiché circa il 10% della nostra galassia è fatta di stelle simili al Sole ci sono circa mille di queste stelle entro una distanza di 100 anni luce da noi che costituiscono le candidate principali per la ricerca. Attualmente conosciamo però un solo pianeta su cui la vita si sia sviluppata (il nostro) e non abbiamo ancora modo di sapere se le ipotesi di semplificazione siano corrette oppure no. I ricercatori, infatti, pur se con priorità minore, si occuperanno anche delle stelle escluse, ampliando enormemente il campo di azione.

Recentemente il divulgatore scientifico Timothy Ferris ha elaborato una muove teoria che tiene conto del fattore tempo che avrebbe definito la vita di altre civiltà. Infatti la nostra la nostra galassia ha più di 10 miliardi di anni e durante tutto questo tempo molte forme di vita intelligente e molte civiltà tecnologiche potrebbero essere nate e morte. Assumendo che una specie intelligente possa sopravvivere dieci milioni di anni, ciò significa che solo lo 0,1% di tutte le società che si sono avvicendate nella storia della nostra galassia esisterebbero oggi. Le altre avrebbero dovuto affidare le informazioni e conoscenze della propria esistenza ad un possibile Internet galattico che le conterrebbe.

Dovrebbe, pertanto esistere una rete di comunicazioni interstellari costituita principalmente da sistemi automatici che abbiano raccolto le conoscenze delle civiltà estinte (Server) e le abbiano ritrasmesso ad altri (client) attraverso la galassia. Questa idea, tuttavia, non deve farci credere in modo assoluto che le comunicazioni tra server e client avvengano utilizzando mezzi già conosciuti dalla nostra civiltà. Dovremmo così, condividendo questa idea, escogitare un modo come reperire tale rete e collegarci ad essa. Sarebbe in questo caso la fisica trasmissiva “entanglement quantistico” rilevata nei quark e nelle particelle-Z (Barioni) che potrebbe essere un’alternativa valida per la trasmissione quasi-istantanea delle informazioni tra sistemi stellari differenti, superando il limite cosmico rappresentato dalla velocità-limite della luce e degli effetti relativistici ad esso correlati. Le ricerche del CERN a Ginevra e del sincrotrone KKK potrebbero darci una mano in futuro nella comprensione di questo possibile sistema. Una teoria alquanto plausibile, ma da verificare.

Ma anche sulle ricerche SETI esistono critiche relative alla “scientificità”… Infatti, basandoci sui concetti ben formulati dal filosofo della scienza Karl Popper sappiamo che per distinguere la scienza da ciò che non lo è occorre praticare una ben definita metodologia scientifica in base alla quale le teorie per essere accettabili debbono essere soggette ad una rigorosa verifica empirica. Corollario è che una teoria non esisterebbe scientificamente ogniqualvolta la pratica verrebbe rivolta a proteggere la teoria anziché a verificarla. Occorre però anche dire che, d’altro canto, l’ambiguità permane se si considera che, in questo ambito, se da una parte nessuno ha la prova dell’esistenza di vita intelligente dovrebbe essere permesso di affermarne la possibile o probabile esistenza, altrimenti diverrebbe non scientifica qualsiasi ricerca volta a scoprire cose nuove.

E infine, anche ragionando in termini di “rasoio di Occam“, che porta, tra due ipotesi che spiegano i dati in modo soddisfacente, a propendere per la più semplice è molto controverso stabilire se l’ipotesi che sia la sola Terra ad ospitare vita intelligente nell’intero universo sia davvero la più “semplice”.

Detto questo, l’ altra domanda topica che ci si pone è: ma come dovrebbe essere questo alieno?

Un’analisi razionale ci dice che mani, testa, gambe ed occhi dovrebbero essere presenti similmente agli esseri ‘umani'(o umanoidi, ndr), poichè la convergenza è molto diffusa nell’evoluzione. Ma difficilmente riproporrebbe tutte queste caratteristiche in un’altra creatura uguale all’uomo…

Se, infatti, alla base della vita c’è la doppia elica di Watson e Crick i due stessi scienziati hanno affermato che i 4.5 miliardi di anni dell’esistenza della Terra sarebbero troppo pochi per realizzare l’auto-assemblaggio delle molecole che si sarebbero dovute formare in acqua e dentro un doppio strato fosfolipidico, cioè una membrana biologica, per cui immaginano che gli acidi ribonucleici siano arrivati da qualche pianeta lontano, forse trasportati da una cometa, visto che da loro è arrivata una buona percentuale di acqua sul nostro pianeta. La vita sulla terra, poi si sarebbe soltanto evoluta in forme simili a quella da cui proveniamo.

Ma, tornando a quanto detto al Festival della Scienza cui accennavamo all’inizio, ed alla ricerca di intelligenze extraterrestri che, in primo luogo, coinvolge astronomi, biologi e chimici tale ricerca potrebbe ragionevolmente giovarsi delle conoscenze dei fisici teorici per spiegare le proprietà fondamentali della vita e come essa origini, dando origine a tutta la biologia. Dovrebbero infatti essere biologi e chimici a dire agli astronomi quali sono i segni della vita come l’ossigeno ed il metano.

Un team di ricercatori dell’Università di Oxford ha adottato un approccio completamente diverso, utilizzando le teorie della selezione naturale come spiegazione della funzione e della morfologia degli organismi extraterrestri. “Gli approcci passati nel campo dell’astrobologia sono stati in gran parte meccanicistici, prendendo spunto da ciò che vediamo sulla Terra e ciò che sappiamo di chimica, geologia e fisica per fare previsioni sugli alieni“, hanno chiarito questi ricercatori. Ed hanno aggiunto che questo è un approccio utile, poiché, ad esempio, le previsioni teoriche che si applicano a forme aliene a base di silicio, non hanno DNA e respirano azoto.

Non mancano altre originali teorie come quella del biochimico inglese Nick Lane spiegata nel suo libro “The Vital Question”. Il biochimico concentra l’origine della vita sul ruolo dell’ATP come fonte energetica e su quello dei gradienti protonici attraverso le membrane cellulari speculando che la vita non avrebbe tratto origine in una “piccola calda pozzangheradi darwiniana memoria, ma che “sarebbe emersa da imponenti formazioni rocciose sul fondo degli oceani dove l’acqua calda e ricca di minerali emersero dal profondo della Terra attraverso una rete di fori delle dimensioni di cellule. Queste rocce contenevano gli ingredienti necessari all’inizio della vita e per la formazione di grandi molecole”. Lane inoltre aggiunge che il conseguente gradiente di protoni portò a “ proteine turbine di ATP sintetasi capaci di ruotare e catturare energia da usare in strutture chimiche”. Una visione originale bio-energetica che poteva sviluppare forme diverse di vita. ​

Una ricerca degli extraterrestri quindi che non può prescindere dalla spiegazione della nascita della vita. Ma ci chiediamo: e se gli alieni non avessero gli stessi segni vitali dei terrestri?

Oppure e se non ne producono affatto, poiché non possono essere biologici? Ed allora ci vorrebbero dei segni tecnologici come le onde radio, ma di quale tipo e frequenza? Oppure altro? Domande che certamente adesso non potranno trovare risposta. Resta però la constatazione dell’immensità dell’Universo.

Ci sono 400 milioni di stelle nella Via Lattea e, forse, 400 milioni di galassie nel nostro universo (sempre che non esistano i cosiddetti universi paralleli) quindi, secondo un rapido calcolo, la possibilità che la vita sia presente solo sul sistema solare in tutto l’universo è una su 160 miliardi. Restiamo così dell’avviso che, prima o poi, troveremo qualcosa che ci indirizzi verso altre forma di vita poiché alla fine l’universo osservabile sembra essere una sfera di grandezza enorme pare di 92 miliardi di anni luce e, pertanto, citando Carl Sagan, se ci fossimo solo noi sarebbe davvero un enorme spreco di spazio.

Guido Francesco Guida

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