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Addio Alfredo caro!

Oggi alle 10 partecipo al funerale del mio più caro amico. Non poteva essere diversamente. Fu mio compagno di scuola dalla  media alla terza liceo. Proseguimmo gli studi di giurisprudenza insieme fino alla laurea. Dividemmo donne e avventure. Lui ripeteva una vecchia battuta: “se no che cosa racconteremo ai nipotini?”

Molte cose ci separavano, soprattutto lo sport che mi assorbì molto. Ma talvolta veniva in tribuna a vedermi correre alle Palme o a Mondello mentre partecipavo ai tornei estivi di pallavolo…

Che cosa ci univa? L’assenza di “presentazioni” alle nostre spalle e il rifiuto di averne. Eravamo e ci sentivamo liberi. Io con un cognome che nessuno a Palermo aveva mai sentito. Lui con un padre così schivo che di più non si poteva…

Sapevamo, però, anche senza dircelo, che chi non contava su ciò che possedeva era il padrone del mondo. Non c’è verità maggiore, fin quando si traduce tale “pensiero in azione”.

Noi, evidentemente, così facevamo. E questo ci univa. In una città che certamente soffre di provincialismo: così frequentavamo persone e ambienti di svariato livello sociale, pescando persino nei club esclusivi quelle ragazze che erano insofferenti rispetto a certe ferree recinzioni, a certi cancelli. Con queste uscivamo sotto braccio la sera per andare alla Zagarella, alla Vetrana e soprattutto a Whisky a go-go o Villa Boscogrande che dir si volesse…

Poi ci furono fughe a Taormina, a Selinunte etc. Ma sarebbe -veramente – troppo lungo. Quando penso che si trattò di meno di 5 anni mi sembra impossibile.

Non sapevamo che stavamo vivendo – e già era in atto – il famoso boom. Una automobile di mio papà e poi mia non ci era mai mancata. E quando io, da lupo solitario, prendevo altre strade, Alfredo non si perdeva d’animo. Si era creato già mille amici che oggi – ritengo – sto per rivedere uniti. Almeno in gran parte.

Eravamo- come dice adesso una canzone – due cattivi ragazzi per bene. Trasgressivi ma responsabili. Le ragazze erano “il problema più importante per noi” e, a volte, erano francesi: era il turismo che allora abbondava in Sicilia e il francese lo avevamo ben appreso dalla professoressa Cannata al Garibaldi.

Sofferente da sempre di un qualcosa che lui guariva soprattutto con sole e acqua di mare, se n’è andato e sembrava eterno, portandosi appresso il ricordo delle grandi spiagge e del mare azzurro che tanto amava.

Aveva finito per sposare – non tanto tardi – una ragazza francese, per l’esattezza normanna: la dolce Chantal Goddard. Con l’aria di una persona civile, fra tanti – pur snobistici e persino raffinati – zulù, ha assistito Alfredo l’intera vita. A lei va da anni tutta la gratitudine di tutti quelli che hanno voluto bene ad Alfredo.

Io sono uno di quelli e me ne vanto come ho fatto sempre. Ci siamo incontrati anche da sposati tutta la vita. Con le due famiglie: genitori noi, mah! La vita è così. Ambedue con due figli deliziosi: o maschio e a femminella…  Con Alfredo ho sempre pensato che, al di là dell’arte, che pur amo tanto, c’è la vita. Quello che non ci dev’essere è soltanto il pregiudizio.

Germano Scargiali 

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