Hot Topics

Una lettera a “Palermoparla e il 68” che ci spinge a chiarire…

Sarebbe interessante capire perché non si riuscì a spiegar loro la Storia e soprattutto perché non si riuscì a coinvolgere le loro  energie in un coerente disegno riformatore spingendo invece molti verso l’utopia e il miraggio di rivoluzioni senza senso. In primo piano Giuseppe Ungaretti con la sua compagna sudamericana saluta i giovani.Sarebbe interessante capire perché non si riuscì a spiegar loro la Storia e soprattutto perché non si riuscì a coinvolgere le loro energie in un coerente disegno riformatore spingendo invece molti verso l’utopia e il miraggio di rivoluzioni senza senso. In primo piano Giuseppe Ungaretti con la sua compagna sudamericana saluta i giovani.

Riceviamo una gradita email che cerca di fare il punto sulla “linea” di Palermoparla on line: www.palermoparla.news 

La riportiamo qui di seguito nelle parole originali…

____________________________

Purtroppo viviamo in una società, dove la cultura sessantottina ci ha tolto tutto: famiglia, scuola, lavoro, sanità ed anche sicurezza.

                    La rivista Palermoparla, si batte per restituirci il possibile di quanto ci hanno scippato. Cari saluti per tutti.

Lettera firmata

(Ringraziamo)

____________________________

Certamente riteniamo che il sessantotto sia stato quanto di più intempestivo ed artefatto sia stato architettato, tramite degli agitatori esteri e italiani, per interrompere il “troppo rapido” progresso economico che andava affrancando, a partire da alcuni decenni, ma di più a partire dal 1960 – nel dopoguerra – prima l’Italia, forse assieme alla la Germania e poi il mondo. Ma la Germania sorprendeva di meno, essendo già un modello di potenza industriale, favorita dalla natura e dalle risorse interne. L’Italia aveva inventato il boom grazie al lavoro all’alacre progettazione, all’industria di trasformazione e – senza materie prime proprie – riforniva il mondo di manufatti, ma anche di prodotti agroalimentari, offrendo ospitalità turistica e il dono della propria creatività (Italian Style) frutto di esperienze storiche uniche e irripetibili altrove: il Rinascimento e un susseguirsi di città capitali come Roma, Firenze, Genova, Venezia, Milano, Napoli, Palermo…

Al contrario il sessantotto rivendicava un riscatto economico che di fatto era già sorprendentemente avvenuto. Rivendicava margini di consumismo che avevano superato le più rosee previsioni e che non erano ciò di cui il tessuto sociale avesse bisogno. Il benessere era una sorpresa e avrebbe dovuto rappresentare il “punto fermo” che consentisse di sollevare il Mondo rispettandone modi e tempi, esperienze e insegnamenti…

Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir rappresentarono la "coppiaaperta" del 1968, traendone, come tanti altri intellettuali pesonali.

Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir rappresentarono la “coppia aperta” del 1968, traendone, come tanti altri ‘intellettuali’, grandi vantaggi personali. Il socialismo statalista e illiberale conviene, infatti, al potere.  Questi furono “eroi eponimi” dei “bourgeois bohemiens”, in Italia intesi come radical chic.

Semmai, la società, in Italia e nel mondo occidentale, un volta sconfitta la povertà diffusa, annullate o quasi le fasce di povertà, sofferenti per disagi dovuti alla fame e alla carenza in genere di mezzi di sussistenza, andava invitata a riflettere su come limitare il materialismo e coltivare – invece – la cultura e la morale.

Famiglia, casa, lavoro, educazione, coscienza civica oltre che sociale, libertà e democrazia andavano coltivarti nell’humus pieno della tradizione cristiana. In quest’alveo l’Europa aveva pensato e predicato in anticipo i concetti che andavano chiariti, applicati, seguiti oltre la conquista dei beni materiali, oltre l’arrivo della manna dal cielo, della terra che forniva improvvisamente – grazie alla rivoluzione industriale – latte e miele…

Contro la logica delle radici e della storia, il sessantotto predicava un laicismo interpretato non già in senso galileiano – mantenendo la fede libera e suprema – bensì come anticlericalismo e anti religiosità. Coltivò, oltre che il nichilismo – verso il quale già scivolava la materialità della vita moderna – una via pagana al senso della vita, all’individualismo, inteso come diritto ad una libertà individuale intesa come “licenza” che massimizzava l’arbitrio individuale. Siamo, quindi al relativismo etico. Nella vita (limitata a quella terrena, non altro) ciascuno diventa libero di operare ogni e qualsiasi scelta non contrastante con le regole (morale delle regole) dettate solo dall’interesse materiale del “vicino”, cioè del prossimo.

In concreto ciò ha condotto la società e l’individuo verso l’accennato materialismo pagano di cui parlavamo… 

Ha valore soltanto ciò che è spendibile, vendibile, acquistabile. Tutto serve e viene stimato come oggetto di consumo. La vita salubre e il riguardo verso l’ambiente vengono ascritte egoisticamente al servizio di un salutismo che è esso stesso sintomo di paganesimo. Il mercato è la forza ella crescita economica, ma viene trasformato nel moloch cui sacrificare tutto il resto…

Anche la morte viene gestita come occasione e momento di consumo, viene annullata come evento, gestita in fretta, come concetto e ridotta ad un tempuscolo la cui idea va cancellata, perché scomoda, presaga della impossibilità di continuare a consumare da parte del “caro estinto”. Sembra che il compianto risuoni di una considerazione bisbigliata di bocca in bocca: “…poverino, consumava così bene la sua ricca pensione, il suo buon peculio!” O, se era giovane:”poverino, quanti anni di consumo s’è perso! Stava bene! aveva di che campare, di che – appunto – consumare!”

Sarà difficile venir fuori da tanti anni di “materialismo storico”, figlio della “sinistra hegeliana”,di una cultura che, ritenendosi la sola possibile, riduceva il sogno perfezionistico di Parmenide e Platone alla illusione di un mondo in cui fosse “tutto dato“: tutto ciò che l’umanità potesse pretendere. Questa, tutt’altro che essere considerata la Regina del Creato, viene tutt’ora considerata da certa mentalità un’ospite in un mondo sclerotico: o è già perfetto, perché costruito da un Dio perfetto, ovvero è comunque “quello che è”. L’umanità è troppo piccola per giovargli, ma abbastanza grande per insidiarlo e distruggerlo…

E difficile  – dicevamo – uscir fuori da quella spirale avviatasi nel 1968, in pieno boom (che si volle frenare), anche perché l’opera demolitrice dello sviluppo spontaneo, della libertà di iniziativa che nasca fisiologicamente dal basso, viene da allora ininterrottamente frustrato con un sistema da “asfissia“. Gli strumenti sono le leggi, le restrizioni (spesso demagogiche) e il fisco.

A questo punto i governi” fuori dalle righe” sono auspicabili, il popolo li attende e li vota, siano anche populisti e sovranisti. Il rischio di governi di destra troppo personalizzati esiste certamente. Tuttavia, ove si trovi il “capo carismatico” e questo governi la nazione come parte di sé e il popolo come fosse formato dai propri figli (paternalismo) è preferibile ai governi spersonalizzati, maestri di “scaricabarile”, corrotti dal potere della finanza che – seducendoli in una proporzione tale da …fare la differenza –  prevarica l’economia e la produzione. Con esse la crescita.

L’umanità, a questo punto, non gode della conoscenza e della ragione come un unico dono immenso, accompagnato dalla chance di collaborare con il creato e il creatore, bensì come la possibilità offertale di distruggere – a causa di un pessimistico giudizio sulla sua indole – il creato stesso.

Il creato a questo punto non è ciò che domina l’umanità, sopravvivendo al singolo all’individuo, che – però – muore, avendone coscienza: l’individuo ne conosce, infatti, la bellezza quanto la sordità e la cecità. La conoscenza e la coscienza vengono immolate anch’essa sotto il totem del materialismo più assoluto.

Questa è la mentalità di Marx e della “sinistra”, del sessantotto e simili: hanno tradito lo stesso Platone, il sogno poetico, il mondo e la società!

Germano Scargiali

___________________________________________

Nota. I “sessantottini” si proposero come movimento culturale e politico. Di certo cambiarono – non sempre in meglio -l’atteggiamento della “utenza” nei confronti dello Stato e della classe padrona”. Non seppero, però,lanciare un nuovo messaggio che avesse l’aria di una formula nuova. Nessuno gliela seppe dare, né o poteva perché non c’era…

La soluzione è soltanto nel lavoro, nell’approfondimento, nella storia viva, nella fiducia da riporre nei traguardi positivi dell’umanità, nella ragione, nella scienza e nella fede.

La storia non concede scorciatoie, ma procede certamente verso altri traguardi, spesso inattesi e sorprendenti…

Nota 2

Riprendiamo una nota che segue un altro articolo ritenendo di fare cosa utile a chi interessasse il discusso tema…

Il cosiddetto ’68 conteneva alcuni errori di base molto gravi e, di pratico, ha lasciato pochissimo. Ciò, per quanto esso parlasse di qualcosa che avrebbe dovuto essere “più reale del re”. Al contempo, privo di fantasia, vagheggiava di “fantasia al potere”.

Gran parte dell’errore del ’68 dipendeva dal materialismo storico di marca marxista che lo ispirava. Quale dottrina morale può mai scaturire da un movimento che nasce da una dottrina e – peggio – da una concezione materialista del cosmo e, per conseguenza,dalla realtà civile. Essa, fra l’altro, è l’opposto della “fantasia”.

La nostra critica si “regge”, sia che vi si opponga una base di natura religiosa, sia un substrato laico. Questo dovrebbe – infatti – quantomeno “scaturire” da ampie considerazioni sull’evoluzione del pensiero umano, sul costume, sulla storia, sulla molteplicità e il divenire che caratterizzano la realtà naturale: niente di tutto questo…

In praticalo “spirito del 68” perse un pilastro fondamentale a seguito del fallimento del socialismo reale, eufemisticamente archiviato come “caduta del muro di Berlino”. 

Qualcosa, però, è rimasto nell’ideologia e nella mentalità diffuse. “Qualcosa” che riguarda il modo di pensare di ampie minoranze della popolazione che si avvicinano talvolta al 50%. Perché alla “spaccatura” coincide una visione più ampia, che si estende – come accennato – alla generale visione della realtà (cosmologica): la vita,il creato, la virtù

Da una parte una visione sostanzialmente statica, legata al “miraggio” dell’unità, dall’altra una visione dinamica che accetta le regole senza tempo del divenire e la molteplicità dell’essere. Ne parliamo spesso. Chi ci legge sa bene che cosa diciamo: propendere per l’unità equivale a voler afferrare subito la perfezione, propendere per la molteplicità e il movimento significa accettare di gestire una realtà che rimarrà “difficile” e imperfetta per molto tempo ancora, nella migliore delle ipotesi.

I colmo è che si “esca” dai licei e dalle università senza sapere quale sia il grande dilemma del pensiero umano: ecco due piatti della bilancia che pesano quasi allo stesso modo e pendono un po’ da una parte, un po’ dall’altra. (G. Scargiali)

 

 

 

Be the first to comment on "Una lettera a “Palermoparla e il 68” che ci spinge a chiarire…"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*