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Pari dignità alle donne? Un giorno, forse…

Si continua a girare intorno al problema: la trasformazione della “famiglia” intesa come tradizione sociale e poi appellata “borghese” da alcuni intellettuali. La famiglia in realtà non è mai cambiata se non in peggio come ad esempio, in caso di separazione, la forte penalizzazione del coniuge più debole che forse sarà una delle conseguenze legali, se andrà in porto la proposta di Legge del Sen. Simone Pillon.

Il problema a monte di tutto ciò non è stato ancora risolto e forse non è nemmeno percepito dai  parlamentari intenti a progettare salomoniche divisioni economiche, senza peraltro pensare  alle conseguenze: è il problema della donna casalinga, madre di uno o più figli e talvolta lavoratrice presso terzi quello che conta.

Questa situazione che affligge tutto il tessuto sociale italiano, è di origini lontanissime, ancestrali. Fino a pochi anni fa era praticamente irrisolvibile e i danni si notano solo di recente, allorché ai censimenti, ci si accorge che la popolazione nazionale sta calando con un fattore di 2×0,3. Ovvero, in media solo ogni tre coppie tra i 20 e i 30 anni si enumera un figlio. 

Per questo le Istituzioni, sempre più preoccupate per il futuro socio civile della popolazione, stanno cercando di compensare il difetto, richiamando migliaia di stranieri ancora prolifici per tradizione, in modo da riportare la media almeno al 2/2.

Ancora una volta la questione “essere donna” viene dimenticata!

La soluzione appena accennata sembra alquanto vessatoria, scorretta e inconcludente, perché alla lunga il problema si riproporrebbe anche per gli stranieri immessi nel tessuto nazionale, essendo dovuto alla innovazione culturale che va progredendo secondo una curva asintotica.

Per meglio dire, il benessere offerto dal sistema occidentale, invoglia gente di altri mondi a inserirvisi, ma questa è una pia illusione. Perché a fronte di tale benessere, aumentano i sacrifici richiesti da un modello di sviluppo in continua crescita, cosicché tali neofiti, prima o poi, vi si troveranno integrati perdendo l’essenziale caratteristica della loro numerosa prolificità.

Per questo motivo una soluzione di tal genere – caldeggiata da numerosi politici europei e da Alte Istituzioni internazionali – già adesso risulta inutile ed è un palliativo molto rischioso che sarebbe meglio procrastinare a priori.

Di sicuro l’immissione di milioni stranieri con l’obiettivo di aumentare la densità di una popolazione, è la peggiore tra le possibili soluzioni. Tra l’altro occorrerebbe rivedere tutto il sistema legislativo e costituzionale per adattarlo alle varie etnie, giungere all’integrazione, perché notoriamente sono di differenti ideologie e osservano differenti dottrine.

Però, il vero problema risiede nell’indipendenza economica delle donne.

Nonostante i miglioramenti ottenuti in questi ultimi decenni sembrerebbe che l’attuale legislazione non riesca a stabilire un equivalente rapporto economico di genere, nel caso di lavoro subordinato.

Non si può colpevolizzare il datore di lavoro il quale ha le sue esigenze per mantenere alta e stabile la produttività della sua azienda, nonostante le idee proudoniane e marxiane sul tema del lavoro, del “valore aggiunto” dal lavoro, a meno che non vi siano eccessi.

In effetti la donna, in quanto tale, ha molti oneri personali in più rispetto al suo collega uomo. Ad esempio, la maternità è il principale problema che spesso porta il datore di lavoro a selezionare la compagine aziendale prevalentemente tra i candidati uomini o, comunque, a porre paletti.

Il danno che ne deriva alle donne, oltre alla vessazione, è la decisione sempre più frequente di rinunciare alla prima maternità, o talvolta anche al secondo e/o al terzo figlio, un po’ per il costo di mantenimento dei ragazzi e un po’ per paura di perdere il lavoro.

Il problema è senz’altro di natura sociale e mostra una grave lacuna costituzionale nell’ambito delle Leggi sulla parità di genere.

In effetti viene del tutto trascurato l’aspetto naturale che pone la donna in subordine all’uomo, proprio per la sua caratteristica principale: la maternità, che invece dovrebbe essere favorita e non penalizzata in mille modi, come avviene ancor oggi.

Un’altra lacuna si riscontra nella minore retribuzione che solitamente spetta alle donne, che in Italia nella migliore valutazione si avvicina al 5%, con picchi negativi anche del 30%.

E’ altresì importante sapere che il tasso di occupazione delle donne in età lavorativa non supera il 50%.

Ciò rappresenta sia una perdita di produttività a livello nazionale, sia una restrizione economica delle famiglie dal momento che in genere vi è un solo lavoratore, quando addirittura, e sempre più spesso, la famiglia non sia composta da una sola persona.

Tale situazione si riflette direttamente sulla natalità.

Le preoccupazioni sorte attorno alle questioni economiche, conseguenti alla riduzione del ricambio generazionale, sono del tutto fuori luogo in quanto la moderna produzione si avvale quasi esclusivamente delle tecnologie industriali del XXI Secolo, in gran parte elettroniche. Quindi, si ha un aumento di produttività non più legato principalmente alla quantità di forza-lavoro impiegata ma quasi esclusivamente alle capacità intellettuali delle maestranze (si è notata una endemica riduzione dei posti di lavoro inizialmente compensati dal terziario).

Ciò rilancia il ruolo della donna lavoratrice.

Rimane il problema delle interruzioni dovute a maternità e alla necessità di curare i figli, cosa che socialmente non è più possibile accettare come limitazione all’impiego delle donne. Tanto più che essa va correlata alla diminuzione della natalità.

Una possibile soluzione, in realtà è già adottata nell’ambito dell’Istruzione con l’istituzione della supplenza scolastica. Questa modalità, però, genera precariato perché non è sufficientemente regolata da Leggi, né tutelata socialmente.

Nel DPF 2019-2020 si è istituito il Reddito di Cittadinanza, una modalità temporanea sostitutiva del lavoro subordinato o imprenditoriale. Si dovrebbe sfruttare tale elargizione per creare lavoro e contemporaneamente attivare un servizio di supplenza operativa.

Considerando che il periodo di astensione dal lavoro per motivi di maternità si deve prevedere per un minimo di 6 mesi e procedere all’affiancamento della futura puerpera, di un operativo “supplente” almeno un mese prima dell’evento al fine di ricevere le dovute istruzioni di lavoro. Il supplente opererebbe in prima persona in sostituzione per i successivi 6 mesi ed oltre, se necessario, dopodiché la neo mamma riprenderebbe il suo posto di lavoro.

Nel frattempo il supplente troverebbe altra occupazione, oppure rimarrebbe in attesa pur mantenendo lo stipendio – reddito di cittadinanza.

Il supplente interverrebbe in tutti i casi in cui verrebbe richiesto (il titolare è in malattia, ferie, altro).

Poiché l’inserimento di un supplente è una attività d’interesse nazionale, il corrispettivo economico dovrebbe essere a totale carico dello Stato, mentre il datore di lavoro continuerebbe a erogare la normale paga alla neo puerpera.

Questa soluzione genererebbe enormi vantaggi sociali tra cui un altro passaggio verso una reale equiparazione di genere, la creazione di numerosi posti di lavoro, la pluri specializzazione dei supplenti cui può facilitare l’inserimento in posti fissi e, fatto importantissimo, la possibilità di avere figli senza penalizzare né la famiglia, né il datore di lavoro.

Lorenzo Romano

(Corrispondenza da Roma)

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Commento

In effetti, nonostante i passi avanti e gli innumerevoli casi di “donne di successo” e “donne in posizione di comando” ad ogni livello, non può assolutamente dirsi che la condizione della donna sia ancora equiparata – nonostante gli sforzi e i passi compiuti – a quella dell’uomo.

Su questi grossi problemi socio-civili è chiaro come non solo la legislazione vigente possa “fare la differenza”, ma certi passi vadano compiuti sul terreno del costume, perché la cultura ufficiale venga assorbita fino ad entrare nell’ambito della”cultura antropologica”. Al riguardo molti passi vanno ancora compiuti. Per esempio sul terreno della diffidenza reciproca nei rapporti fra i due sessi, ma soprattutto nell’atteggiamento del sesso maschile rispetto a quello femminile in grossi strati della popolazione, fra vari popoli ed a varie latitudini.

Il problema è veramente complesso, perché “ad ampio raggio”. Non può dirsi che certi pregiudizi siano esclusivi della cultura latina… Di certo alcune difficoltà di base nei rapporti uomo – donna partono da una base naturale e sono legati alla complessità del fenomeno amoroso, laddove si incrociano istinti e sentimenti ancestrali con una realtà come quella moderna allontanatasi velocemente dalla realtà naturale. Senza incorrere in tentazioni rousseauiane (perché lo stato naturale aveva anche ben altri problemi), notiamo come sia di fondamentale impedimento tanto alla scioltezza dei rapporti, quanto al pieno riscatto della donna, lo stretto legame fra amore e procreazione. Tale difficoltà si somma alle conseguenze pratiche e civili della gravidanza.

Purtroppo non sono la regola le donne e soprattutto gli uomini che riescono a vivere il rapporto fra i sessi con un’adeguata naturalezza. Né negli incontri casuali  (lavoro, vita di relazione, amicizia), né – tantomeno – nel corso degli approcci e dei rapporti amorosi.

Tutto quanto detto, non esclude che assistiamo a casi in cui la moglie separata mette all’angolo l’ex marito e, avendo l’assegnazione usuale dei figli, evita che il padre possa vederli nei turni previsti… Come sempre, insomma, la necessaria generalità delle leggi e delle regole si imbatte contro la realtà del caso concreto. Una normativa che funziona – com’è risaputo in campo legale – è quella in cui i tribunali non sono presi “d ‘assalto”.

(G. Scargiali)

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