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Movimento per la Vita: Sicilia riunita a Palermo

Un momento del seminario. Si riconoscono la Dott.ssa Pina Petralia, Mons. Michele Pennisi, Don Salvatore Vitiello, Avv. Arturo Bongiovanni.Un momento del seminario. Si riconoscono la Dott.ssa Pina Petralia, Mons. Michele Pennisi, Don Salvatore Vitiello, Avv. Arturo Bongiovanni.

I siciliani del Movimento della vita hanno trascorso a Città del Mare tre giornate insieme. In sala congressi si sono succeduti gli interventi di qualificati relatori che hanno toccato – da esperti – tutti i temi che interessano del movimento, dando vita al Seminario “Donna vita, amore“.

Per quanto il titolo venga aggiornato, si tratta del ripetersi di un evento a cadenza annuale in cui il Movimento per la Vita ribadisce il suo credo di base: “La vita inizia con il concepimento e termina con la morte naturale“.

Il Movimento guarda in modo molto critico la legge 194 del 2 maggio 1978, ma soprattutto il modo in cui viene applicata e viene intesa nella realtà sociale e civile. Essa è scivolata lungo la china di un allarmante permissivismo, applicata con “disinvoltura”, dimenticando che trattasi dell’interruzione di una vita…

Nonostante sia stato frutto di un referendum popolare, non era stata concepita nel modo in cui è stata intesa ed applicata. Basti rileggerne il prologo: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite”.

Importante uno dei commi dell’art.2: La donna ha anche il diritto di lasciare il bambino in affido all’ospedale per una successiva adozione e restare anonima.

Per certi versi – come si evince – la legge è l’opposto di quel che si crede. Essa, in effetti, non fa che depenalizzare la pratica della “interruzione volontaria della gravidanza”, ma non la approva, non la consiglia e precisa che non deve essere considerata una pratica anti concezionale… Prevede, inoltre, una serie di azioni atte ad evitare il diffondersi della pratica abortiva, sia un’opera di approfondimento da eseguire caso per caso. L’interessata o gli interessati (nel caso fosse coinvolto anche il padre) hanno sette giorni per “riflettere” in cui “dovrebbe” essere assistita da psicologo e consiglieri specializzati…

Obiezioni similari vengono rivolte alla pratica dell’Eutanasia: un’apertura quanto meno disinvolta da parte della società di oggi, specie di fronte alla forma della “eutanasia attiva”. Si teme che la liberalizzazione dell’eutanasia apra le porte alla possibilità di “eliminare il vecchietto scomodo” da parte di una società “votata alla produzione”, persino al di là dei reali bisogni…

Sala piena a Città del Mare: convenuti i protagonisti del Movimento da tutta l'Isola.

Sala piena a Città del Mare: convenuti 
i protagonisti del Movimento da tutta l’Isola.

Protagonisti degli interventi.

Organizzatrice la presidente di Federvita Pina Petralia.

Mons. Pennisi Vescovo di Monreale, Don Salvatore Vitiello docente teologia Università Cattolica Roma, Dott. Maria Concetta Domilici,  Arturo Bongiovanni, Giusi Picone (psicologa), Saverio Sgroi educatore,  On.le Prof.ssa Eleonora Lo Curto, Prof. Salvatore Incandela ginecologo, Dott. Raffaele Pomo neonatologo, Claudio Larocca, volontario Cav in Piemonte, Dott. Giuseppe Sunseri pneumologo e oncologo , Dott. Ubaldo Agugliaro esperto politiche del lavoro.

Come si nota si è trattato di un ventaglio di relatori e argomenti veramente completo, che ha coinvolto i presenti in sala, tutti facenti parte del movimento per la vita siciliano, fornendo spunti ai molti fra loro che si recano nelle scuole a parlare dei problemi della procreazione, del valore del concepito (Uno di noi) e del ruolo della madre e del padre.

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Il Movimento per la Vita di Palermo era rappresentato dalla presidente Sandra La Porta e dai consiglieri Serena Stassi (vicepresidente), Luciana Lupo, Terry Cangemi, Lydia Gaziano, Lina Porretto, Rocco Cangelosi.

La sala era gremita. Fra i partecipanti, altri soci del movimento, fra i quali Rosaria Melita, l’attivo Vito Brunetto e i “mariti”, habitué di queste riunioni, Franco La Valva (autore delle foto) e Germano Scargiali (autore di questo servizio).

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Nota. Non vi sono dubbi sia in dottrina giuridica che in psicologia sociale che le leggi e il costume si influenzino  decisamente come due – datecene licenza – due vasi comunicanti. Le buone leggi non fanno che codificare quanto il pensiero comune ritenga giusto ed opportuno, il costume risente della presenza, del dictat, ma anche della “indicazione di tendenza” di quello che dev’essere l’atteggiamento e il comportamento (behaviour in inglese) verso determinati problemi.

Non c’è dubbio che la legge 194 sulla Ivg (interruzione volontaria della gravidanza, un eufemismo anziché aborto) abbia banalizzato la pratica relativa a ciò che è la vera e propria soppressione di una vita. Sulla importanza della vita, sul valore inestimabile del “venire in essere” dal nulla, qui non ci dilunghiamo. Ma è stato citato al riguardo il plastico giudizio di Oriana Fallaci nel suo libro “Lettera a un bambino mai nato”: nascere è il maggior dono di Dio o della natura… L’aborto, invece, viene declassato alla stregua di “una decisione come un’altra” nell’ambito di una malintesa interpretazione del concetto di libertà la Ivg non è una decisione gravissima, un’ultima ratio, qualunque ne sia la causa, ma sarebbe una …espressione della libertà individuale. Della donna in particolare.

Lo stesso dicasi dell’eutanasia, che contribuisce – se codificata come si vuole e come avvenuto in altre legislazioni – a banalizzare la morte, trasformandola in un atto volontario, in una scelta che – pur lasciata all’interessato – diviene parte di ciò che è lecito. Anticipare la morte di propria iniziativa non è una “invenzione” recente ed era oggetto di grave condanna morale anche nel diritto romano, ben prima che intervenissero i valori della religione cristiana. La condanna del suicidio fa parte del diritto naturale e non conosce eccezione neppure nel “giuramento di Ippocrate”.

Tutto ciò a sostegno di tutta una concezione ed una pubblicistica, soprattutto mediatica, che entra a far parte di un processo – di per sé raccomandato e auspicato – di emancipazione femminile. Il tutto si inquadra nel prevalere di un “relativismo etico”, che è una deriva certamente perniciosa, una china su cui al momento si avvia la società contemporanea.

Germano Scargiali 

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