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L’Onu un successo? Mah!

Palazzo ONU New York City (Manhattan). Ph. www.architetturaeviaggi.it

ONU, settantacinque anni ma non li dimostra. Peccato: il mondo si aspettava che …crescesse. Il politically correct – pere- subisce pochissime eccezioni: bisogna vantare l’Onu. Per certi versi è giusto che questo sia un must. Si dovrebbe, forse, buttare lae spugna? Tuttavia, se l’Onu non dimostra l’età che ha è perché in tre quarti di secolo non ha compiuto certamente i passi necessari per coronare un sogno: quello di assicurare la pace nel mondo.

Vari commentatori ricorrono all’eufemismo per il quale l’Onu avrebbe evitato le guerre fra le grandi potenze. Ce ne vuole per passare sopra alla triste realtà: sono in corso guerre in tante parti del mondo e le grandi potenze sono sempre presenti. Inoltre la guerra moderna è economica e politica. Dal punto di vista bellico, le grandi potenze si fanno evidentemente guerra nei paesi terzi. Hanno evitato scontri frontali per spontanea ragionevolezza, di fronte alla potenza delle armi di distruzione. L’Onu non ha svolto in tutto ciò che un ruolo assolutamente platonico…

Le potenze industriali, Italia compresa, traggono anche eenormi profitti dall’industria bellica.

Entrando nello specifico, l’Onu non è mai riuscita ad evitare una sola guerra. Se le grandi potenze non si sono scontrate direttamente ciò è dovuto aduna spontanea maturazione, ad un buon senso che è il medesimo con cui hanno creato l’Onu. Non una novità assoluta, ma una riedizione della Società delle nazioni, che aveva dimostrato suoi limiti in occasione della seconda guerra mondiale.

La realtà è che manca nel mondo un’autorità superiore che faccia rispettare le norme del diritto internazionale.

Un prova vicina l’abbiamo nella Libia, una piccola nazione che, pur in dissesto politico, riesce a determinare ‘a modo proprio’ i limiti delle acque territoriali, allargandole oltre le norme internazionali. Ma questo è solo il più banale degli esempi fra i tanti possibili.

La realtà – triste per la verità – è che l’Onu da 75 anni rappresenta un grande spreco di denaro e di energie umane. Costituisce inoltre l’ultima spiaggia per i politici decotti.

Anche il segretario generale, massima carica, è un personaggio che ha perso di popolarità. E’ il portoghese António Guterres. Non può dirsi che la sua figura abbia un peso e nel quadro politico internazionale.

Infine, l’Onu non è neanche un organismo veramente democratico. Sull’Assemblea prevale il Consiglio di sicurezza i cui membri permanenti sono Usa, Russia, Cina, RU e Francia. In pratica sono le nazioni che hanno vinto la guerra le quali non hanno voluto neppure mettere le altre in una formale condizione di parità.

Plaudire all’Onu equivale a plaudire ad un sogno la cui realizzazione non può dirsi vicina.

Germano Scargiali  

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Rinveniamo e pubblichiamo un’interessante sintesi della realtà dell’Onu che ricalca l’ufficialità. L’autore, Francesco Semprini, è corrispondente da New York e inviato di guerra per il quotidiano La Stampa. Non manca qualche spunto critico. Secondo noi, inevitabile…

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Sulla scia della Grande depressione e nel mezzo del Secondo conflitto mondiale, i leader di  si incontrano a Dumbarton Oaks, villa nella capitale americana Washington D.C., per ragionare su una nuova architettura internazionale da mettere in piedi, una volta terminata la guerra, sulle macerie della fallimentare Società delle Nazioni. Era il 1944; l’anno successivo 50 delegazioni provenienti da altrettanti Paesi si diedero appuntamento a San Francisco dove, dopo due mesi circa di negoziati, il 26 giugno 1945, firmarono la Carta delle Nazioni Unite.

Da allora l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu) è cresciuta sino a contare 193 Paesi membri e due osservatori (Autorità nazionale palestinese e Stato del Vaticano), satelliti e comunicazione digitale hanno interconnesso realtà lontane migliaia di chilometri, agevolando quel processo di integrazione (incompiuta) che è stato chiamato globalizzazione. L’Urss, superpotenza in grado di regolare gli equilibri mondiali, è implosa nel 1991, mentre la Cina è diventata attore di riferimento mondiale e la seconda più grande economia del pianeta. Dal bipolarismo sancito sulle mappe dalla cortina di ferro disegnata nel dopoguerra, ci si trova oggi davanti a uno scenario di rischio di nuova bipartizione tra Stati Uniti e Cina, come affermato dal segretario generale dell’Onu António Guterres nel discorso su “lo stato del mondo” dello scorso settembre. Una divisione dettata dalla rivalità valutaria, finanziaria, commerciale e di Internet e dalle rispettive strategie geopolitiche e militari “a somma zero”. Nove mesi dopo, in occasione di questo anniversario, per il numero uno del Palazzo di Vetro questo rischio “è più reale che mai”, e il mondo sta assistendo alla cronicizzazione dell’antagonismo mondialista, le cui pericolose sfide potrebbero essere giocate proprio in Europa.

I limiti dell’architettura Onu

In questo senso le Nazioni Unite hanno dimostrato limiti, anche perché, ad avviso di molti, strutturate su un bilanciamento di poteri che era il riflesso degli equilibri di 75 anni fa. A partire dal Consiglio di sicurezza, il suo organo esecutivo, i cui 5 membri permanenti, ovvero i Paesi di Dumbarton Oaks più la Francia, sono gli unici ad avere potere di veto col quale spesso si annullano reciprocamente, bloccando iniziative modulate su ideologie o interessi differenti. Per arrivare ai limiti dell’Assemblea Generale, il grande consesso, dove ogni voto vale uno, ma le risoluzioni non sono vincolanti e non hanno valore di legge. La contrapposizione Usa-Cina ha poi riflesso su una serie di realtà che gravitano nella dimensione onusiana, a partire dalle agenzie, oggetto di accuse, non sempre ingiustificate, di dispute e ritorsioni. La pandemia di Covid-19 ha dimostrato tutti i limiti dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), mentre la lotta per il clima ha fatto emergere la parziale iniquità delle istituzioni internazionali a creare azioni coordinate.

La cooperazione internazionale e le organizzazioni multilaterali hanno registrato un indebolimento causato dal proliferare di populismo, unilateralismo e bilateralismo, come quelli evocati e attuati dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, perché, afferma lui (e talvolta non a torto) sono più efficaci ed efficienti. Contrapposizione sovente nata a ragione dal risentimento di quelle parti della popolazione mondiale che dal benessere generato dalla globalizzazione sono state tagliate fuori. O coloro che dai fenomeni di unificazione, politica o monetaria, sono stati impoveriti. La voce della rabbia è stata spesso cavalcata con opportunismo da certe realtà politiche, ma perché non intercettata dalle istituzioni internazionali.

Luci e ombre secondo Guterres

Nel suo personale bilancio sui 75 anni di vita dell’Onu, Guterres ha spiegato che il principale successo dell’Organizzazione è stato l’assenza di grandi conflitti tra le maggiori potenze mondiali, e la minaccia sventata di un confronto nucleare tra blocchi contrapposti. Il più grande fallimento, invece, è stato l’incapacità di impedire la proliferazione di conflitti di dimensioni piccole e medie. Quelle guerre contemporanee spesso procura periferica di trame conflittuali più ampie ordite da grandi Paesi. Parliamo di Siria, Libia, Yemen e Afghanistan, per dirne alcune. E molte altre ce ne sarebbero state senza l’encomiabile azione dei caschi blu e il “peacekeeping”. Attività di cui l’Italia è primo fornitore, in termini di personale militare e di polizia altamente qualificato, tra i Paesi occidentali e dell’Unione Europea, e settimo finanziatore al suo bilancio.

“Non abbiamo visto un Consiglio di sicurezza aiutarci nell’adottare azioni decise per una tregua in quelle nazioni travagliate, a negoziati e quindi a una pace”, è l’amara constatazione di Guterres. Che è stato ferito in prima persona quando il suo appello per un cessate il fuoco globale dello scorso marzo, volto a dare spazio alla più globale battaglia contro il coronavirus, è crollato sotto il peso degli interessi dei signori della guerra. Eppure, come mi disse una volta un’abile funzionario internazionale di prima linea, “con tutti i suoi difetti l’Onu è importante che ci sia, perché è l’unico posto dove un americano e un iraniano possono incrociare gli sguardi, ed eventualmente darvi seguito”.

“Una piattaforma dove tutti possono incontrarsi”

Guterres stesso ha parlato di Onu come “piattaforma dove tutti possono incontrarsi” e contaminarsi positivamente. Per dimostrare che questo 75esimo anniversario debba essere più di un semplice compleanno, i 193 Stati membri si sono messi al lavoro da tempo per forgiare una nuova dichiarazione, la “UN-75 Declaration”. L’obiettivo è delineare priorità collettive in maniera “concisa, sostanziale, lungimirante e unificante”.

Tre quarti di secolo dopo San Francisco, e in questo nuovo anno zero calendarizzato dalla tragedia del Covid, l’Onu vuole ripartire. E se gli Stati membri si impegnano davvero a “ricostruire meglio”, come sottolinea la dichiarazione, le Nazioni Unite potranno accelerare la ripresa globale e, ispirate dai padri fondatori di San Francisco, migliorare le prospettive per un’architettura di governance globale più reattiva, energica ed equa. Quando nel 2045, tracciando il bilancio dei primi 100 anni delle Nazioni Unite (magari proprio sulle colonne di questa illustre pubblicazione), ci auguriamo poter scrivere che tale impegno non è rimasto disatteso.

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