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Centrodestra diviso? No, leadership divise

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Il coro mediatico da un po’ di tempo sentenzia che il centrodestra è diviso e, pertanto, destinato ad essere sconfitto alle prossime elezioni politiche. In realtà, le divisioni non sono tanto tra il popolo del centrodestra che, in fondo, una base ideologica e progettuale comune ce l’ha, ma tra i leader delle varie formazioni politiche.

Lo scontro, infatti, è tra i leader: Berlusconi, Salvini e Meloni, ma chi ha ragione tra i tre?

In verità, ragione e torto, considerati in astratto non hanno molto senso, ma se esaminiamo la questione da un punto di vista pragmatico la risposta è già nei fatti.

Berlusconi la sua stagione l’ha avuta e, con buona pace dei suoi detrattori, ha svolto un ruolo fondamentale per l’Italia: sdoganando la destra dai veti della sinistra, ha portato finalmente al governo uno schieramento nuovo, liberaldemocratico.

In tal modo, non solo ha ridato aria agli ambienti stantii della politica italiana, ma con la nascita del bipolarismo ha dato spazio anche ad una sinistra rinnovata (che, però, non ha saputo approfittare dell’occasione).

Ma, nel 2011, Berlusconi è stato stoppato dai poteri forti, si è dovuto dimettere, il governo è caduto, ci è stato imposto Monti, con tutto quello che ne è seguito…

Negli anni seguenti, piano piano, si è andata affermando la leadership di Salvini. Grazie a un momento fortunato, il capo della Lega ha cercato di occupare il vuoto di potere lasciato da Berlusconi e in parte c’è riuscito: ha trasformato la Lega Nord in un partito nazionale, ha raccolto molti consensi sia al centro che al sud del paese, poi, però, si è fermato. In parte perché non è stato capace di organizzare il suo partito altrettanto bene che al nord, ma soprattutto perché, in occasione delle politiche del 2018, non fu capace di svolgere il ruolo (che in quel momento avrebbe avuto) di leader del centrodestra, preferendo allearsi coi Cinquestelle e formare il governo con loro. Sappiamo com’è finita.

Le cose sono andate così. Berlusconi e Salvini il pallino lo hanno avuto. Ma ormai Berlusconi non ha più neanche un partito, tranne che non si voglia chiamare tale un’aggregazione litigiosa, infida persino col suo fondatore.   

Salvini, poi, indebolitosi anche all’interno della Lega, non ha né il potere né il carisma necessario allo scopo: ha portato i suoi ad amministrare, ma, scontentando la sua base elettorale. 

Non resta che la Meloni. Potrebbe riuscire nell’impresa?

Non sappiamo, certo è un compito difficile, ma non impossibile.

Se, infatti, si creassero le condizioni per supportare Giorgia Meloni dal basso con l’appoggio del popolo (non solo di centrodestra), del mondo del lavoro (imprenditori compresi), delle associazioni, ci sarebbero delle possibilità.

C’è chi opterebbe, invece, sempre allo scopo di tenere unito il centrodestra, per un federatore esterno ai tre schieramenti che potrebbe svolgere il ruolo di pacificatore. Si fa, ad esempio, il nome di Tremonti. La proposta sembra interessante, ma non è esente da rischi e difficoltà: può un pacificatore tenersi realmente equidistante dai tre schieramenti? Può fare effettivamente da amalgama e rinforzare, anziché indebolire, il centrodestra? Difficile dare una risposta, perché le variabili sono troppe, ma comunque sarebbe sempre necessaria un’operazione a monte di sostanziale unificazione dei tre partiti, almeno per quanto riguarda principi guida e programmi. (L.G.S.)

 

 

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