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BASTA CON LA VIOLENZA ALLE DONNE!

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CasaDonneRoma2018Purtroppo sembrerebbe che quando un uomo non sa più cosa fare con una donna, la uccide.

 Vuoi perché rifiutato, vuoi perché “annoiato” dalla consorte o da un’amica occasionale, oppure per motivi “culturali”, ecco che si scatena in lui la violenza estrema che si conclude quasi sempre con la morte della donna, quando la medesima non finisce in ospedale.
Non sono solo circostanze sporadiche: da sempre è così!
Non a caso l’8 marzo in tutto il mondo civile si è decretata giornata di ricorrenza delle operaie morte nel 1908 in un opificio incendiatosi, loro non si poterono salvare a causa della segregazione imposta dal datore di lavoro. Non è una festa ma un simbolo: solo nel 2021 sono state uccise 119 donne, quasi sempre per i motivi detti prima. E’ una strage continua che in massima parte dipende dalla sudditanza che la donna ha – specie se madre – nei confronti del proprio partner ed è per questo motivo che molte donne accettano e si adattano con spirito di abnegazione ad una vita fatta di pianti, talvolta rinunciando anche a sé stesse.

A mio avviso credo tutto questo sia una conseguenza  dalla scarsa indipendenza che in generale hanno le donne. D’altronde la cosiddetta “quota rosa” non risolve granché se mancano le persone che ambiscono a determinati impieghi in quanto (talvolta) più interessate a impegni di maternità.
La riduzione delle nascite è il segnale della mancata risoluzione di tale grande problema sociale cui al centro è posta la donna ed è la dimostrazione dell’incapacità di governarlo.

Anni fa esposi questo problema in una “convention” di sole donne cui partecipai come corrispondente di un giornale siciliano. Emerse che in media la disponibilità di una madre-lavoratrice è limitata alle 4 o 5 ore giornaliere ma ciò corrisponderebbe a poco più della metà di una paga ordinaria per un tipo di lavoro equipollente sulle 8 ore standard e occorre garantire la copertura dell’orario di negozio con sostituzioni, così come accennerò più avanti.

Bisogna ricordarsi che alla fine della II Guerra Mondiale, lo Stato si trovò nella necessità di creare lavoro per i reduci dai vari fronti calcolabili in oltre 1 milione di persone. Vennero utilizzati e potenziati i servizi pubblici, talvolta ingigantendo in maniera spropositata il circuito burocratico ma fu importante  aver assorbito in massima parte tutto il contingente, altrimenti finito nelle liste di disoccupazione con possibili ripercussioni nella stabilità sociale della nazione.

Durante la già detta “convention” chiesi la parola per esporre due possibili soluzioni:
1. Sopperire con “sostituti” di natura temporanea di norma operativi in altre aziende ma disponibili per sostituire donne che, per motivi catalogati, dovessero assentarsi dal lavoro anche per lunghi periodi. Tale accordo verrebbe stipulato dallo Stato con i datori di lavoro per mantenere vivi i due posti di lavoro e per la compensazione della eventuale possibile riduzione di paga. Un onere certamente inferiore al costo sociale di una persona disoccupata.
2. Occorre individuare tipologie di attività che permettano di lavorare per un massimo di 6 ore ad una paga leggermente inferiore alla standard di 8 ore. Ciò consentirebbe alle donne di lavorare in orario compatibili con le loro necessità di madri e di non essere dipendenti da marito o da compagni.

Similmente agli impieghi “statali” degli anni ‘50 – ’70, il successo di tale modalità di lavoro darebbe vita ad un nuovo modello sociale che riporterebbe la famiglia al centro della vita degli italiani, dando la possibilità alle donne di entrare in maternità senza rischiare di abbandonare il proprio posto di lavoro!
Una considerazione particolare va fatta al paradigma del lavoro: l’automazione dei processi industriali ha ridotto notevolmente la necessità di manodopera, tant’è vero che dai ruoli di etimologia sociale è sparito il concetto di proletariato (colui che vive del suo lavoro  e quello dei suoi figli), introducendo il modello d’impiego “tecnologico evoluto”, ovvero posizioni lavorative cui una laurea in discipline scientifiche (e sanitarie) è richiesta quasi sempre.

D’alto canto le attività commerciali di negozio possono facilmente favorire orari adeguati e compatibili per una donna con prole o comunque con necessità di curare la vita in famiglia. Rimane il problema della paga cui dovrebbe intervenire lo Stato per compensare la differenza tra la paga per 8 ore di lavoro standard e le 4 – 6 di lavoro per attività di negozio.

Del resto lo Stato siamo noi, i cittadini e lo Stato esiste fin quando i cittadini ne sono soddisfatti della gestione, altrimenti lo Stato come entità coagulante un popolo cessa di esistere e si sfalda.

L’entità “famiglia” è il termometro di un buon Governo !

Lorenzo Romano (da Roma)

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