Piace e diverte il secondo film in concorso, una commedia agrodolce, Honeymood di Talya Lavie, che si svolge a Gerusalemme tutta in una notte, prodotta da Israele e dall’Italia nel 2020. Protagonisti due novelli sposi, Eleanor (Avigail Harari) e Noam (Ron Denker) che arrivano felici in un albergo di lusso, dove il padre di lui ha pagato per loro la suite più elegante e prestigiosa, riservata agli ospiti più importanti. Tutto sembra andare per il meglio, si compie il rito dell’ingresso della sposa portata in braccio dallo sposo, ma qualcosa la rende inquieta. Eleanor chiede a Noam, insistentemente, di aprire la busta che contiene il regalo della sua ex. E quando lui alla fine cede, scoprono cha oltre al consueto assegno, c’è dentro un misterioso anello. Apriti cielo. Lei decide che bisogna subito rintracciarla e restituirglielo. Ma non sarà facile. E’ l’inizio di una notte avventurosa dove accade di tutto, anche l’incontro di entrambi coi rispettivi ex, e l’intervento continuo dei genitori di lui che non nutrono alcuna fiducia nella nuora e le avrebbero preferito di gran lunga la precedente fidanzata, assai più tranquilla ed affidabile. Le loro strade a un certo punto si separano e non tutti gli incontri che li aspettano sono piacevoli. Si cade perfino nel fantastico, nel surreale. L’amore, si sa, spariglia spesso le carte. Sarà la fine di un matrimonio, o piuttosto un breve ma intenso corso di formazione alla nuova vita che li attende?
Fa piacere conoscere una regista brava come Talya Lavie, al suo secondo film di fiction. Apprendiamo che il primo Zero Motivation ha ricevuto una valanga di premi nazionali ed internazionali ed ha perfino sbancato il botteghino. Formatasi alla prestigiosa “Sam Spiegel Film School of Jerusalem”, Talya è padrona del mestiere, ha uno stile molto personale, e del film ha scritto anche la sceneggiatura che si ispira a un suo racconto.
Tutt’altro stile e tutt’altro risultato per il debutto di Michela Cescon, brava attrice di cinema e di teatro – la ricordiamo in Primo amore di Matteo Garrone (2004) e in Vincere (2009) di Marco Bellocchio, dove è Rachele Mussolini. Passata anche lei dietro la cinepresa dopo il felice esordio a Venezia nel 2010 con il cortometraggio Come un soffio si cimenta ora col suo primo lungometraggio, Occhi Blu, proposto ieri sera al Teatro Antico come film fuori concorso, in uscita nei cinema l’8 luglio. Ambientato a Roma, il film racconta di un abilissimo rapinatore che, avvolto in una tuta nera, con casco integrale, riesce a compiere i furti più audaci grazie anche alla velocità con cui corre sulla moto che manovra con estrema padronanza. Il commissario Murena (Ivano De Matteo), a cui il caso è stato affidato, non riesce a catturarlo. Chiede aiuti ad un collega parigino, famoso per la sua bravura, noto come il Francese (Jean –Hughes Anglade). Questi approfitta de suo ritorno a Roma per incontrare la moglie cui ha promesso di catturare chi gli ha ucciso la figlia, l’unico caso che non ha risolto. Studiando le foto del rapinatore, intuisce che si tratta di una donna ed ingaggia con lei una sfida difficile da vincere. Questa in sintesi la storia che la Cescon affronta spavaldamente, ispirandosi in qualche modo al Polar francese (poliziesco ma anche thriller) e al revenge movie. Il fatto è che – come ha affermato in conferenza stampa, – a lei interessa del cinema soprattutto l’immagine, poco le importa la storia o la costruzione dei personaggi.
Tutto questo sarà una libera scelta degli spettatori. Sullo schermo solo buoni e cattivi. La sua è una sfida altrettanto spericolata al prepotere dei registi al maschile. E per farlo si è tuffata a testa in giù nel progetto, senza tapparsi il naso come fanno i bambini. Certo le immagini ti prendono, le corse sono adrenaliniche, gli attori sono bravi. Di Valeria Golino, presente anche nel suo cortometraggio, vediamo solo una volta, solamente gli “occhi blu” da cui il titolo, perché è sempre nascosta dalla tuta ( ovviamente al suo posto, a compiere le spericolate acrobazie sulla moto c’è una controfigura) Lei però ha dichiarato in conferenza stampa di aver aderito anima e corpo al personaggio. Ma davvero si può aver tanta fiducia nella pazienza del pubblico, lasciando che nuoti a vista, senza comprendere cosa muove la storia e i personaggi? “
La protagonista della mia storia – dichiara la Cescon – ha un passato che lascio libero, perché ho fiducia nel pubblico. Creo volutamente dei vuoti non solo architettonici. Spetta al pubblico riempirli”. Poi aggiunge che questa è solo una prima prova, che le permetterà eventualmente di correggere il tiro e fare meglio una seconda volta. Questa è la più apprezzabile delle sue dichiarazioni. Il suo debutto è solo pretenzioso. Gli spettatori si smarriscono, cercano invano un indizio, un appiglio. Alla Cescon il mestiere non manca e nemmeno i nomi su cui contare. Da segnalare la fotografia di Marco Cucco e la tromba di Paolo Fresu. Aspettiamo fiduciosi la seconda prova.
Eliana L. Napoli








