Rinveniamo un brano firmato e.s. Un vezzo discutibile nel giornalismo, un atto di modestia – le minuscole – che sa di quel ‘buonismo’ che certamente non condividiamo. Purtroppo abbiamo perduto la fonte, né sappiamo chi sia e.s. Ciononostante pubblichiamo l’articolo perché compie un’analisi interessante del pensiero ‘bergogliano’. Il tema – o il fine – sarebbe chiaramente quello di una difesa di questo ‘papa’ che molti cristiani additano con decisione e non certo positivamente. Altri dichiarano addirittura che troverà spalancate le porte dell’inferno. E’ per questo che in un largo senso vorrebbe …abolirlo o ne dichiara i limiti quantomeno nel tempo? In tal senso contraddice la millenaria tradizione della religione di Abramo e non ci sembra che Gesù Cristo, di cui i ‘cristiani’ seguono la dottrina abbia chiarito di doverso nulla in tal senso…
La spiegazione del pensiero bergogliano sta – come abbiamo spesso spiegato – nella sua chiara adesione alla dottrina di Parmenide, ripreso da Platone: Questi, pur non sapendo nulla né di Abramo, né di Gesù, videro un ‘Dio unico’ con evidente lungimiranza e gli attribuirono il dono della perfezione. Secondo la loro logica, ‘un Dio perfetto non potrebbe che aver creato un mondo perfetto’. E’ un vecchio problema: la presenza del Male diviene un vero scoglio, insormontabile.

A questo proposito gli ‘idealisti platonici’ ricorrono a ‘mille acrobazie’ logico mentali, oppure lo ignorano, ritenendo che sia semplicissimo (illuministi, marxisti) raggiungere l’optimum. Il male? Apparenza. Le disgrazie? Anch’esse volontà di Dio. Forse occorrerebbe ricordar loro che ‘il male – se mai – è il nemico di Dio’. La lotta contro il male (la sua pur lontana sconfitta) caratterizza la storia umana, sia dal punto di vista socio culturale che dal punto di vista istituzionale.
Stranamente l’errore di Parmenide e Platone viene condiviso, sia dagli illuministi, sia da Marx (un tardo filosofo idealista, quindi platonico), anche se capovolgono tutto in senso materialistico approdando di fatto all’ateismo. E questo è chiaramente un paradosso, uno dei tanti dell’illuminismo e del marxismo. L’altro paradosso (l’altra faccia della medaglia) è conseguenziale: l’inesistenza del male diventa ‘logicamente’ una ‘circostanza positiva’.
…”Grazie a questo principio” i problemi del mondo, dell’uomo, della storia potrebbero risolversi in un attimo, anche nel corso di una sola generazione umana: basta applicare la ‘nostra ragione’, ‘illuminer avec notre raison…’, oppure applicare una ‘semplice e unica’ regola: ad esempio l’abolizione della proprietà privata. E’ per questo che Jorge Mario Bergoglio ‘simpatizza’ per il socialismo di stampo marxista. Siamo alla riduzione della realtà ‘ad uno’: è l’errore del peccato originale. Sì, basta un morso a una mela…
Pubblichiamo il brano nella sua interezza con piccole correzioni di lingua e punteggiatura su particolari che nei nostri scritti in italiano non ammettiamo, a tutto vantaggio – riteniamo – dei nostri lettori. Così è per l’aggiunta dei nostri caratteristici ‘neretti’.
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Ecco il testo (probabilmente nel titolo – che non abbiamo rinvenuto – nominava Papa Bergoglio e cade nella sciatta abitudine di non ripetere il soggetto nel primo periodo)
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È rivoluzionario per tanti aspetti del suo ancor breve pontificato, ma soprattutto su un punto fondamentale: di fatto ha abolito il peccato.
Un Papa che abbia modificato la Chiesa, anzi la gerarchia della Chiesa, su una questione di questa radicalità, non si era mai visto, almeno dal terzo secolo in poi della storia del cristianesimo e l’ha fatto operando contemporaneamente sulla teologia, sulla dottrina, sulla liturgia, sull’organizzazione. Soprattutto sulla teologia.
I critici di papa Francesco sottovalutano le sue capacità e inclinazioni teologiche, ma commettono un grossolano errore. Il peccato è un concetto eminentemente teologico, è la trasgressione di un divieto. Quindi è una colpa.
La legge mosaica condensata nei dieci comandamenti ordina e impone divieti. Non contempla diritti, non prevede libertà. Il Dio mosaico descrive anzitutto se stesso: “Onora il tuo Dio, non nominare il nome di Dio invano, non avrai altro Dio fuori di me”. Poi, per analogia, ordina di onorare il padre e la madre. Infine si apre il capitolo dei divieti, dei peccati e delle colpe che quelle trasgressioni comportano…
Non rubare, non commettere atti impuri, non desiderare la donna d’altri (attenzione: il divieto è imposto al maschio non alla femmina perché la femmina è più vicina alla natura animale e perciò la legge mosaica riguarda gli uomini)”.
Il Dio mosaico è un giudice e al tempo stesso un esecutore della giustizia. Almeno da questo punto di vista non somiglia affatto all’ebreo Gesù di Nazareth, figlio di Maria e di Giuseppe della stirpe di David. Non contempla alcun Figlio il Dio mosaico; non esiste neppure il più vago accenno alla Trinità.
Il Messia – quello che ancora non è arrivato per gli ebrei – non è il Figlio ma un Messaggero che verrà a preannunciare il regno dei giusti. Né esistono sacramenti né i sacerdoti che li amministrano. Quel Dio è unico, è giudice, è vendicatore ed è anche, ma assai raramente, misericordioso, ammesso che si possa definire chi premia l’uomo suo servo se e quando ha eseguito la sua legge.
È Creatore e padrone delle cose create. Nulla è mai esistito prima di lui e quindi da quando esiste comincia la creazione. Questo Dio i cristiani l’hanno ereditato trasformandolo fortemente nella sua essenza ma facendone propri alcuni aspetti importanti: il divieto e quindi il peccato e la colpa. Adamo ed Eva peccarono e furono puniti, Caino peccò e fu punito, e anche i suoi discendenti peccarono e furono puniti. L’umanità intera peccò e fu punita dal diluvio universale.
Questo è il Dio di Abramo, il Dio della cattività egizia e babilonese, di Assiria, di Babele, di Sodoma e Gomorra. Nella sostanza è il Dio ebraico o molto gli somiglia salvo che nella predicazione di alcuni profeti e poi soprattutto in quella evangelica di Gesù.

Nei secoli che seguirono, fino all’editto di Costantino che riconobbe l’ufficialità del culto cristiano, il popolo che aveva seguito Gesù offrì martiri alla verità della fede, fondò comunità, predicò amore verso Dio e soprattutto verso Cristo che trasferì quell’amore alle creature umane affinché lo scambiassero con il loro prossimo. Nacquero così l’agape, la carità e l’esortazione evangelica “ama il tuo prossimo come te stesso”.
Questo è il Dio che predicò Gesù e che troviamo nei Vangeli e negli Atti degli apostoli. Un Dio estremamente misericordioso che si manifestò con l’amore e il perdono.
Nella dottrina dei Concili e dei Papi restano tuttavia le categorie del Dio giudice, del Dio esecutore di giustizia, del Dio che ha edificato una Chiesa e man mano l’ha distaccata dal popolo dei fedeli.
Dall’editto di Costantino sono passati 1700 anni, ci sono stati scismi, eresie, crociate, inquisizioni, potere temporale. Novità e innovazioni continue su tutti i piani, teologia, liturgia, filosofia, metafisica. Ma un Papa che abolisse il peccato ancora non si era visto. Un Papa che facesse della predicazione evangelica il solo punto fermo della sua rivoluzione ancora non era comparso nella storia del cristianesimo.
Questa è la rivoluzione di Francesco e questa va esaminata a fondo, specie dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, in cui l’abolizione del peccato è la parte più sconvolgente di tutto quel recentissimo documento.
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Francesco abolisce il peccato servendosi di due strumenti: identificando il Dio cristiano rivelato da Cristo con l’amore, la misericordia e il perdono. E poi attribuendo alla persona umana piena libertà di coscienza. L’uomo è libero e tale fu creato, afferma Francesco. Qual è il sottinteso di questa affermazione? Se l’uomo non fosse libero sarebbe soltanto un servo di Dio e la scelta del Bene sarebbe automatica per tutti i fedeli. Solo i non credenti sarebbero liberi e la loro scelta del Bene sarebbe un merito immenso.
Francesco – però – non dice questo. Per lui l’uomo è libero, la sua anima è libera anche se contiene un tocco della grazia elargita dal Signore a tutte le anime. Quella scheggia di grazia è una vocazione al Bene ma non un obbligo. L’anima può anche ignorarla, ripudiarla, calpestarla e scegliere il Male. Ma qui subentrano la misericordia e il perdono che sono una costante eterna, stando alla predicazione evangelica così come la interpreta Bergoglio. Purché, sia pure nell’attimo che precede la morte, quell’anima accetti la misericordia.
Ma se non l’accetta? Se ha scelto il Male e non revoca quella scelta, non avrà la misericordia e allora che cosa sarà di lui?
Per rivoluzionario che sia, un Papa cattolico non può andare oltre. Può abolire l’Inferno, ma ancora non l’ha fatto anche se l’esistenza teologica dell’Inferno è discussa ormai da secoli. Può affidare al Purgatorio una funzione “post mortem” di ravvedimento, ma si entrerebbe allora nel giudizio sull’entità della colpa e anche questo è un tema da tempo discusso.
Bergoglio indulge talvolta a ricordare ai fedeli la dottrina tradizionale anche se il suo dialogo con i non credenti è costante e rappresenta una delle novità di questo pontificato che ha trovato i suoi antecedenti in papa Giovanni e nel Vaticano II.
Bergoglio non mette in discussione i dogmi e ne parla il meno possibile. Qualche volta li contraddice addirittura. È accaduto almeno due volte nel dialogo che abbiamo avuto e che spero continuerà.
Una volta mi disse, di sua iniziativa e senza che io l’avessi sollecitato con una domanda: “Dio non è cattolico“. E spiegò: Dio è lo Spirito del mondo. Ci sono molte letture di Dio, quante sono le anime di chi lo pensa per accettarlo a suo modo o a suo modo per rifiutarne l’esistenza. Ma Dio è al di sopra di queste letture e per questo dico che non è cattolico ma universale.
Alla mia domanda successiva a quelle sue affermazioni sconvolgenti, papa Francesco precisò: “Noi cristiani concepiamo Dio come Cristo ce l’ha rivelato nella sua predicazione. Ma Dio è di tutti e ciascuno lo legge a suo modo. Per questo dico che non è cattolico perché è universale“.
Infine ci fu in quell’incontro un’altra domanda: che cosa sarebbe accaduto quando la nostra specie si fosse estinta e non ci sarà più sulla Terra una mente capace di pensare Dio?
La risposta fu questa: “La divinità sarà in tutte le anime e tutto sarà in tutti“.
A me sembrò un arduo passaggio dalla trascendenza all’immanenza, ma qui entriamo nella filosofia e vengono in mente Spinoza e Kant: “Deus sive Natura” e “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”. “Tutto sarà tutto in tutti”.
A me, l’ho già detto, è sembrata una classica immanenza, ma se tutti hanno tutto dentro di sé potrebbe essere concepita anche come una gloriosa trascendenza (se tutti avesser tutto dentro di sé non ci sarebbero scelte e la vita non avrebbe significato né valore. E’ noto che Platone e Agostino si accorsero in età avanzata del madornale errore morale e della pericolosità della loro dottrina, ndr).
Resta comunque assodato che per Papa Francesco Dio è misericordia e amore per gli altri e che l’uomo è dotato di libera coscienza di sé, di ciò che considera Bene e di ciò che considera Male.
Ma qui si pone un’altra e fondamentale domanda: che cos’è il Bene e che cosa è il Male? Credo sia impossibile dare una definizione a questi due concetti. Una soltanto è possibile: sono necessari l’uno all’altro per poter reciprocamente esistere di fronte ad un essere vivente che ha conoscenza di sé. Gli animali non hanno il problema del Male e del Bene perché non possiedono una mente che si guarda e si giudica. Gli esseri umani sì, quella mente ‘noi’ l’abbiamo. Se ci fosse solo il Bene, come definirlo? Ma se c’è anche il Male l’esistenza di uno fa la differenza dell’altro come accade tra la luce e il buio, tra la salute e la malattia, e se volete, tra esistenza e inesistenza. Il nulla non è definibile né pensabile perché privo di alternativa.
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Evangelii Gaudium non parla soltanto di teologia. Anzi parla molto più a lungo di altre cose, concrete, organizzative, rivoluzionarie anch’esse. Parla del ruolo positivo e creativo delle donne nella Chiesa. Parla dell’importanza dei Sinodi dei quali il Papa fa parte in quanto Vescovo di Roma, “primus inter pares“. Parla dell’autonomia delle Conferenze episcopali. Parla dell’importanza delle parrocchie e degli oratori sul territorio. Parla perfino di politica, non certo nel senso del politichese, ma della politica come visione del bene comune e della libertà per chiunque di utilizzare lo spazio pubblico per diffondere e confrontarsi con le idee altrui. Parla delle diseguaglianze che vanno diminuite.
“…Io non ce l’ho con i ricchi, ma vorrei che i ricchi si dessero direttamente carico dei poveri, degli esclusi, dei deboli”. Così papa Francesco.
Parla, infine, della Chiesa missionaria che rappresenta il punto centrale della sua rivoluzione. La Chiesa missionaria non cerca proselitismo ma cerca ascolto, confronto, dialogo.
Concludo con una frase che dice tutto su questo Papa, gesuita al punto d’aver canonizzato pochi giorni fa Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia più nobile e più discussa tra gli Ordini della Chiesa e contemporaneamente d’aver assunto il nome di Francesco che nessun Pontefice prima di lui aveva mai usato (o osato? Ndr).
I gesuiti mettono al servizio della Chiesa la loro proverbiale e non sempre apprezzabile flessibilità.
Francesco d’Assisi era invece integrale nella sua visione d’un Ordine mendicante e itinerante. L’Ordine francescano fu rivoluzionario ma la sua potenza fu molto limitata; la Compagnia di Gesù al contrario fu potentissima e molto flessibile.
Papa Bergoglio riunisce in sé le potenzialità degli uni e degli altri e conclude con due righe che rappresentano la sintesi di questo storico connubio: “È necessaria una conversione del Papato perché sia più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli. Non bisogna aver paura di abbandonare consuetudini della Chiesa non strettamente legate al Vangelo. Bisogna essere audaci e creativi abbandonando una volta per tutte il comodo proverbio ‘Si è sempre fatto così’. Bisogna non più chiudere le porte della Chiesa per isolarci, ma aprirle per incontrare tutti e prepararci al dialogo con altri idiomi, altri ceti sociali, altre culture. Questo è il mio sogno e questo intendo fare“.
Questo dialogo riguarda anche e forse soprattutto i non credenti, la predicazione di Gesù ci riguarda, l’amore per il prossimo ci riguarda, le diseguaglianze intollerabili ci riguardano. Un Papa rivoluzionario ci riguarda e il relativismo di aprirsi al dialogo con altre culture ci riguarda. Questa è la nostra vocazione al Bene che dobbiamo perseguire con costante proposito.
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Alcuni lettori mi imputano un errore laddove nel mio articolo di oggi ho scritto che Papa Francesco ha canonizzato Ignazio di Loyola. Ho probabilmente usato male il verbo “canonizzare” che significa promuovere la santificazione. Ignazio in realtà fu fatto santo su iniziativa di Papa Gregorio XV nel 1622. Usando quella parola volevo segnalare che Papa Francesco ha sottolineato l’importanza del fondatore della Compagnia di Gesù rendendo in tal modo ancor più marcato il connubio tra la sua venerazione di Sant’Ignazio e la scelta di Francesco d’Assisi che rappresentò una concezione completamente diversa della Chiesa. Mi scuso con i lettori per l’imprecisione lessicale.
(e. s.)
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Nota
Nulla toglierndo alla grandezza me alla intrinseca bontà di Dio (la creazione, la stessa ‘bellezza’ del creato il dono della conoscenza e della ragione all’umanità…) non possono esserci dubbi che ‘Dio subisca le aggressioni del Male’. Quella della perefezione nel cosmo è una ricerca, un tendere, uno sforzo visibile di perfezione. Ma la natura (cosmo) perfetta non è. Da qui nasce la stessa morale umana: ne è il motivo. Un Dio assolutsamente perfetto – come una creazione altrettanto perfetta – priva (priverebbe) la natura, la via umana e la stessa storia di ogni significato e valore. Tutto è, invece, in evidente movimento tuttora alla ricerca del meglio. Così almeno appare: è certo che tutto si muova, sia da un punto di vista nasturale (lo disse Archimede che non c’è un solo punto fermo) che morale. Ripetiamo: ‘questo è ciò che …so vede’. Contro ognni scelta più ottimistica e …totalizzante: l’illusione di ridurre tutto ad uno. Un sol gesto come mordere la mela… Tutto è – anche scientificamente – in movimento con una miriade (molteplicità) inafferrabile di elementi. Videro bene già Eraclito, Democrito… La virtù consiste nell’accettare – e …gestire – la molteplicità e il movimento di tutto ciò che ‘ci circonda’. (Germano Scargiali)







