Tortura: legge non condivisa che non risolve il problema

Secondo qualcuno esiste una “tipologia” ben precisa fra le “torture praticate in Italia” dagli addetti all’ordine pubblico
Oscar Wilde è famoso per le sue massime. Lo infastidiva la stupidità diffusa. Spesso però dipende da carenza d'informazione
Oscar Wilde è famoso per le sue massime. Lo infastidiva la stupidità diffusa. Spesso però questa dipende da carenza d’informazione.

La Camera dei deputati ha approvato la nuova legge sul Reato di tortura. Il 14 giugno scorso, al termine di un convegno a Roma dal titolo “Legittimare la tortura?”, era stato firmato e diffuso un appello ai parlamentari, per invitarli a non votare il testo uscito dal Senato (e sconfessato dal primo firmatario della versione iniziale, Luigi Manconi), perché …confuso, inapplicabile e foriero di danni ed errori. I deputati erano stati invitati anche a tornare alla definizione del crimine scritta nella Convenzione Onu contro la tortura, una versione più “seria”, cioè equilibrata e condivisa. Una normativa disponibile e quindi facilmente consultabile.

Invece è stato anche ignorato il pressante invito – reso noto il 21 giugno – del commissario europeo per i diritti umani, Nils Muižnieks: “il testo di legge non si cambia” e neppure le prescrizioni della Corte europea dei diritti umani contenute nella sentenza Cestaro contro Italia (sul caso Diaz) dell’aprile 2015 e ribadite con la nuova condanna inflitta all’Italia dalla Corte il 22 giugno scorso. “Demagogia in cattedra?” Certo!

Pene severissime dunque: Dracone stesso sembra entrato in azione, ma non passò alla stoia come un gran legislatore. È stato ignorato anche l’appello di undici giudici e magistrati del tribunale di Genova, già coinvolti negli anni recenti in fatti legati alle torture nella scuola Diaz e nella caserma di polizia di Bolzaneto: il testo in esame – secondo uno scritto il 26 giugno alla presidente della Camera – non sarebbe applicabile nella maggior parte dei casi che abbiamo esaminato, che la Corte europea qualificherebbe come reato di tortura.

Viene molto “fotografata” sul tema la presidente della Camera Boldrini che non ha esitato: tolleranza zero! Demagogia? Con ogni probabilità, persino di più… L’esito legislativo viene da molti definito disastroso e sono in molti coloro che hanno visto considerare “parole al vento” i pur autorevoli appelli, un classico …grido di dolore: se fossero stati sostenuti da un’ azione della cittadinanza e da un’adeguata attenzione dei mezzi di comunicazione, forse il parlamento ne avrebbe preso atto, ma le cose sono andate come sappiamo.

Come individuare quale sia per l’Italia, un tempo culla del diritto, la via maestra della tutela effettiva dei diritti fondamentali? La verità è che purtroppo si è creato da qualche tempo un clima di desistenza e rassegnazione al peggio che non può portare niente di buono.

Frattanto la legge è monca. C’è chi individua le parole rimaste fuori. Trattasi, a ben vedere, di una norma-feticcio: è nominata come Legge sulla tortura, ma non ne contiene la sostanza. E’ figlia di una modo di procedere logico – idealista che fa di una statuizione una sorta di mito – un totem appunto – declinandolo e coniugandolo sommariamente in modo slegato dalla realtà giuridica, dal costume e dalla storia. Il che, ovviamente, è ancor peggio…

Contro la tortura“: secondo Amnesty International basterebbe la semplice affermazione e sarebbe già tanto. Tutto a posto, insomma?

Siamo di fronte ad una diaspora di nuovi provvedimenti nati e concepiti più o meno in questo modo e portati a conseguenze allucinanti, spesso disastrose. I temi? Presto detto: eutanasia, fecondazione eterologa, norme sulla scuola (gli studenti ora giudicano gli insegnanti e ciascun preside può consentirlo o non consentirlo), energie alternative (non si considera quanti siano i Megawatt  necessari ad uso del territorio alla vita moderna, con occhio a trasporti, industria, agricoltura…), acqua (si continua ad affidare l’approvvigionamento agli invasi, trascurando le acque sotterranee e telluriche di cui il pianeta è zeppo), ma anche qui sarebbe utile tanta energia…

Tornando al rigore nei confronti dei poliziotti, la realtà da tener presente è anzitutto che trattasi di lavoratori con una comune paga che rischiano giornalmente di persona: secondo la regola generalissima vogliono solo tornare serenamente a casa alla fine del servizio, senza ferite nel corpo e nell’anima. Se si parte da questo principio nella “ratio legis”, si giunge a norme eque. Se si parte, invece, da preconcetti legati a rigurgiti anarcoidi – per di più pensati, in perfetta contraddizione, dai sostenitori dello statalismo – si va incontro ad errori e alla creazione di casi pratici – a volte grotteschi – di ingiustizia. Per inciso, la mentalità statalista esalta l’esteriorità del diritto, trascura l’interiorità, le intenzioni, cioè la volontà interiore che è caratteristica della morale della coscienza contro la morale delle regole…

Gli “anarcoidi” di oggi, più o meno radical chic, i bourgeois bohemiens, con il loro perdurante materialismo ateo, con la loro visione pessimistica del cosmo e della storia, pensano che solo leggi draconiane nella formulazione, applicate con drastica osservanza nei modi e nei tempi, siano la soluzione possibile dei problemi morali, civili e sociali.

La pubblica opinione non sa – oggi – quanto sia, ormai, criticata da tempo in sede culturale la morale delle regole. Lo statalismo ottenebra l’intelligenza e la capacità di comprendere lo spirito delle leggi e, quindi, le leggi stesse. Una controprova è il peso attribuito al perdono diretto “della famiglia” nei confronti del reo. Il reo offende anzitutto il codice, che rappresenta tutti i cittadini, cioè la nazione intera, meno lo Stato, meno i parenti della persona uccisa o altro…

Vogliamo far notare come la cultura corrente possa essere meglio definita meglio “ignoranza corrente“. Lo statalismo e il processo mentale idealistico da cui è stata fortemente contaminata la cultura dei due o tre secoli che hanno preceduto il 2000 – ma anche la cultura medievale, con la sola vera parentesi del Rinascimento – non conducono a soluzioni ottimali di quasi nessun problema, tolto il campo strettamente scientifico, che progredisce anche vertiginosamente, ma alla continua ricerca di una coscienza colta che l’accompagni e che purtroppo stenta a farsi viva a livello sociale e civile…

Ma davvero “basta la parola”, come sostiene ad esempio la sezione italiana di Amnesty International? Basterebbe dire un no alla tortura e un sì all’eutanasia per compiere un passo decisivo verso una nuova “civiltà”. O ci vorrebbero norme dettagliate e chiare, oltre che da sperimentare al vaglio della realtà?

Frattanto non c’è dubbio che la tortura sia oggetto di morbosità e che venga usata a proposito e a sproposito per parlar male della Chiesa ai tempi dell’inquisizione. In realtà il tribunale dell’inquisizione fu il primo della storia in cui le due parti (accusa e accusato) furono messe su uno stesso piano di parità rispetto alla giuria e presentò altre novità liberali in direzione del favor rei già codificato dal diritto romano con la massima: in dubbio absolve. Allora come oggi il mal funzionamento dei tribunali è dovuto soprattutto ai limiti naturali della umana natura ed alla personalità del giudice.

La tortura viene spesso spettacolarizzata. Ecco la camera della tortura in un castello di Praga aperto ai turisti.
La tortura viene spesso spettacolarizzata. Ecco la camera della tortura in un castello di Praga aperto ai turisti.

Noi non crediamo che sia così facile e anzi spiace e amareggia che un’organizzazione come Amnesty International si attesti su posizioni tanto arrendevoli e così in contrasto con le importanti e coraggiose prese di posizione italiane e internazionali degli ultimi giorni.

Anzi l’esempio ci sembra adatto – molto adatto – per definire (non è facile) il gran difetto dell’idealismo applicato: si inseguono idee trasferite, come infuse, in mere parole, termini, sostantivi – anche vecchi – che finiscono per perdere il loro vero significato, assumendone un altro e/o gonfiandosi di connotazioni prive di contenuto intrinseco, fino a divenire una meta. Ma questa meta ha perso le proprie basi: è divenuta soltanto ideale, formale.

Noi, come il commissario Muižnieks, come la Corte di Strasburgo, come i giudici genovesi e molti altri, pensiamo che la prevenzione e la punizione degli abusi di potere siano questioni troppo importanti per essere ridotte a giochi di parole e a compromessi al ribasso, che svuotano di senso provvedimenti normativi attesi invece da 30 anni. Il parlamento compie adesso un passo falso, che non farà crescere di qualità la tutela dei diritti fondamentali e quella della nostra democrazia.  (Germano Scargiali)

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