La pesca di Emma Il punto di vista di una terapeuta di coppia
Lo spot di Esselunga ormai lo hanno visto, commentato, elogiato o condannato praticamente tutti.
Mostrare in una clip, peraltro tecnicamente molto ben fatta, la sofferenza di una bambina per la separazione dei genitori appare a molti un’intollerabile provocazione; significa minare alla base i ‘diritti civili’ di cui la sinistra va tanto fiera e che difende in modo intransigente e totalitario.
Notiamo, di passaggio, che tali ‘conquiste di civiltà’: il divorzio, l’aborto e la prossima new entry, eutanasia, consistono tutte nell’uccidere: la famiglia, i figli, i vecchi, i malati e infine sé stessi. Praticamente come affermare che la cura del mal di testa è la decapitazione. Forse sarebbe meglio un’aspirina.
I bambini soffrono quando i genitori si separano? Certo che si, soffrono molto e ciò avrà conseguenze in tutta la loro vita: sanno intuitivamente di essere, materialmente, geneticamente, una fusione di mamma e papà e quando si spezza la famiglia si sentono spezzati loro stessi.
E le conseguenze coinvolgono anche il futuro della società: sempre meno matrimoni e sempre più instabili e sempre meno figli. Chi ha avuto esperienze traumatiche nell’infanzia teme di riviverle nell’età adulta.
E se la separazione avviene in modo civile, ragionevole? Certo, meglio che avvenga come pare nel caso di Emma e non in modo violento e drammatico come nel vecchio film ‘Kramer contro Kramer’ (c’è qualcuno che lo ricorda?) ma la sostanza non cambia poi tanto.
E se in quella famiglia ci fossero gravi problemi, violenze, trascuratezze? Certo, in un tale caso la separazione sarebbe obbligata, e magari pure provvedimenti più estremi come l’allontanamento dei figli. Cose del genere accadono, ma si tratta appunto di casi fortunatamente rari (e a volte strumentalizzati per favorire situazioni tipo Bibbiano). Invece lo spot, e tutti i commenti che ne sono seguiti, sono la normalità di tutti i giorni.
Partiamo da un fatto. In Italia nessuno si sposa perché obbligato, tranne in certe comunità di immigrati musulmani, quindi i genitori di Emma si sono amati, si sono scelti, hanno deciso liberamente di sposarsi e di avere una figlia. In tutto ciò non c’è stata alcuna costrizione. Questo tra l’altro dimostra che ‘scegliere’ qualcosa o qualcuno non garantisce la buona riuscita del rapporto.
E, di fatto, è molto più probabile che si divorzi da un coniuge scelto che da persone non scelte come sono i genitori, i fratelli eccetera.
Che cosa è successo, allora? Ovviamente ogni caso è diverso, ma, nella mia esperienza, spesso si tratta di banalità sconcertanti del tipo “Con lei/lui non mi emoziono più, non mi fa più battere il cuore” cioè il drammatico risultato di aspettative irrealistiche alimentate da un’industria – diciamo così – culturale che convince le persone di avere diritto a una felicità da primo appuntamento.
Fra l’altro è bene sapere che pretendere la felicità non rende più probabile ottenerla, ma piuttosto garantisce il fallimento dato che nessuna realtà sarà mai all’altezza del sogno.
L’innamoramento, che è una cosa molto bella, corrisponde però al girare la chiave di accensione di un motore. Poi succedono un sacco di altre cose, un’avventura da vivere insieme tra difficoltà da superare, momenti spensierati e, appunto, la costruzione di una famiglia.
La parola coniugi infatti nasce da un’immagine totalmente antiromantica: quella di due persone che si caricano sulle spalle un giogo e cominciano a tirare l’aratro faticando e aiutandosi l’un l’altro.
Tra i commenti di parte sinistra, mi ha colpito quello di Massimo Gramellini su Repubblica che auspica un prossimo spot in cui una Emma quindicenne spiaccica la pesca in testa ai genitori “che continuano a scannarsi invece di separarsi”. E chi lo dice che sia l’unica alternativa?
Come le malattie, anche le crisi coniugali sono molto spesso curabili; per esempio si tratta di difetti di comunicazione superabili o di incomprensioni risolvibili. Certo, ci vuole un po’ di motivazione, di determinazione e spesso dell’aiuto di una persona competente.
Quindi bisogna ‘sacrificarsi’ per il bene dei figli? No, e in un duplice senso: perché anche se non ci sono figli il divorzio è comunque un evento doloroso e penoso per entrambi ed anche fonte di difficoltà pratiche ed economiche. I contrasti che hanno portato al divorzio di solito non si risolvono ma si esasperano.
E no perché colpevolizzarsi e pensare di dover rovinare la propria vita per il bene di altri significa avviarsi su una via pericolosa di risentimento, nevrosi e magari anche depressione. Paradossalmente a soffrirne sarebbero anche in tal caso i figli. Non si tratta di rinunciare a divorziare ma di lavorare insieme ad una vita di coppia e di famiglia che sia buona per tutti.







