Povera l’Africa? Ma esaminiamola bene

Il grande continente che si affaccia sul Mediterraneo e due oceani è un’enorme riserva di ricchezza. Non è povero di acqua. Semmai, di acquedotti (nella foto lo Zambesi).

 

Fra le sorprese negative di questi anni, oltre al mancato sviluppo – addirittura alla crisi – colpisce la realtà della politica internazionale, dove incomprensioni e dissidi accompagnano l’osservatore come un triste leit motiv. Si era pensato che, con il cadere del “grosso” delle differenze ideologiche, dopo l’implosione del socialismo reale, condizioni di pace sarebbero state “lì, dietro l’angolo”.

La visione, che pur ci accomunò, era – per la verità – puerile. Dietro le divisioni ideologiche e le guerre di religione, si nascondono opposti interessi economici o comunque venali. Di ideologie e religioni questi si fanno scudo… Ora gli interessi in campo si travestono. Poi, a complicare le cose, ci si sono messi anche gli sporchi giochi della finanza. Che cosa significa: che anche laddove – com’è la regola – si potrebbero creare delle realtà produttive a risultato “economico” (cioè con il segno finale più), si frappongono componenti finanziarie che, anziché fungere da stimolo, fanno esattamente il contrario. Servono a chi vuol frenare la crescita generalizzata proprio ad ottenere questo risultato: la stagnazione che equivale alla decrescita, perché un minimo di crescita è già insito nel sistema e dovrebbe dipendere solo dal trascorre del tempo. Motivo primo: i beni immobili e strumentali, ma ancor di più le tecnologie, sopravvivono al loro ammortamento. Perchè il meccanismo s’inceppi, lo diciamo spesso: azzardiamo solo spiegazioni, ipotesi… Ma, certamente, qualcuono si oppone…

Il denaro – misura del valore e mezzo di pagamento – è sempre stato anche una merce e le banche lo hanno commerciato, coinvolgendo gli imprenditori, che partecipavano solitamente in modo passivo, ma anche con ruoli attivi, a tale commercio. Se anche il denaro (cartaceo) viene venduto per intero, come una merce che abbia valore in sé e non per una parte dell’utile che se ne può ricavare investendolo in impresa, è chiaro che qualcosa non funzionerà. Ma c’è di peggio: se il denaro in circolo diventa così raro da non trovarsi in tasca dei cittadini, vien meno l’elemento fondamentale che in un motore a scoppio lo fa ruotare: la miscela tonante. Nel motore economico, il consumo.

Tutto quanto sopra significa già che l’errore è grosso, l’imbroglio c’è ed è di grandi proporzioni. Non c’è merce che, anche ad alti costi aziendali, non venga prodotta in abbondanza e a prezzi molto bassi. Tolte le poche eccezioni di errori e di sprechi, malcostume etc.

Il maggior problema è quello di far sì che una bottiglia di 1 lt di vino o di latte o di succo di frutta costi abbastanza di più di una da 1 lt di acqua. A determinare il costo rischiano di pesare di più elementi come la confezione, il trasporto, la pubblicità il turnover in magazzino e negli scaffali, detto meglio indice di rotazione. Ciò dovrebbe pacificare certi timori dovuti alle esagerazioni sulla qualità dei prodotti. La produzione è standardizzata, la qualità abbastanza costante e controllata: non è il costo del prodotto, quindi il prezzo, a determinarne la qualità. Questa è la regola. Le variazioni di qualità sono leggere. Per avere un prodotto di pregio occorre spesso spendere “molto di più” e non sempre ne vale la pena.

Questa è la realtà. Il resto, tutti i concetti dal Km zero all’opportunità di scegliere prodotti italiani, perché migliori e più controllati (il governo è “utilmente” spietato da sempre con i privati) facciamoli salvi, ma non ne diventiamo schiavi…

Quanto sopra, però, vale a dire che – con le tecnologie moderne – impiantare aziende produttive d’ogni genere, a partire (ma solo a partire) da quelle agricole nel terzo mondo, dovrebbe essere una “utile bazzecola”. Servirebbe subito ad inviare agronomi, tecnici e istruttori in loco, inviare grandi trattori che arino le tante migliaia di ettari coltivabili africani, costruire grandi pozzi con pompe motorizzate per tirare l’acqua laddove non giungessero acquedotti che partono dai grandi fiumi e laghi (Africa). Tali presenze servirebbero ad impiegare mano d’opera e a dare cibo e benessere ai popoli locali. Un campo di fave cresce in meno di 1 anno.

Soldati, come gli italiani a Mossul, difenderebbero queste iniziative benefiche, che comunque avrebbero un  ritorno di inestimabile valore. Il Kenya è già un paese di immigrazione, la Nigeria ha raggiunto il Pil del Sud Africa (uno dei Brics), l’Angola cresce in bellezza (è nuovamente ospite in questi giorni dei distretti siciliani a Mazara), Il Sudan cresce a 2 cifre. Egitto, Tunisia e Marocco sono già pezzi d’Europa in Africa…

Ma gelosie, cupidigia, sete di potere delle maggiori potenze – specie quelle atlantiche – si oppongono. Lo si dica chiaro, non lo si taccia più. L’Africa è enorme, presenta di tutto e il contrario di tutto, ma non è quella sacca di povertà di cui troppo si parla nelle campagne mediatiche. Oggi basta l’ultima spinta e sarebbe l’Europa – finalmente – a guidarne la crescita. Pul farlo solo con lealtà, perchè gli africani si sono tolti “l’anello al naso”. I loro capi hanno studiato a Londra e alla Sorbonne, se non a Pisa.

Fermare i profughi è possibile in modo umano. Inutile giocare attorno ai concetti di carità e misericordia. La vera misericordia consiste nell’individuare le colpe, circoscriverle, passando prima possibile all’adozione di provvedimenti per la vera soluzione dei problemi.

Non dimentichiamo che gli europei vennero cacciati via dall’Africa con le armi, con la demagogia e con la stupidità degli inglesi, che combatterono dalla parte sbagliata. Oggi occorre che l’Europa si riprenda, grazie all’offerta di pace che è in grado di mettere in campo, ciò che, al contrario, le è stato tolto – fino alla primavera araba – con atti di guerra.

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