
Si è assistito ad uno spaccato di vita romana della pittrice, nota come Artemisia, specificatamente concentrato sull’episodio noto dello stupro ad opera del pittore Agostino Tassi.
Questa è un’occasione per presentare al pubblico un profilo più dettagliato della sua vita.
“La normalità è una strada lastricata: è comoda per camminare, ma non vi cresce nessun fiore.” (Vincent Van Gogh)
Questo potrebbe essere un ottimo ἐπιτάϕιος ovvero un sepolcrale che chiudesse la vita della pittrice Artemisia, ma qui, in questo caso che si racconta, la apre.
La apre per due ordini di ragione:
il primo, strettamente professionale poiché ella opera a cavallo di due secoli (1500-1600) periodo di grandi dibattiti teorici sulla pittura, il secondo poiché a fronte di una folla di eccellenti pittori, uomini, che popolano lo scenario culturale dell’epoca, lei non appartiene al genere maschile!
William Henry Gates III, sulla diseguaglianza di genere: “Ovunque tu nasca, la vita è più difficile se sei femmina”; questo non è né un epitaffio né un aforisma, è, puramente, una costatazione di fatto perdurante!
Ma ancora citando (Francesca Rigotti, filosofa ha insegnato a Goettingen e Zurigo):
“Oggi però siamo finalmente in grado di affermare che le donne sono (sempre state) in grado di esercitare sia la funzione fisicamente procreativa, sia quella mentalmente creativa, ovviamente se glielo lasciano fare e se permettono che siano istruite e libere e possano usare tutta la loro intelligenza, come scriveva Gramsci…” (articolo da rivista “7 corriere della sera” 27.09.2019 titolato “C’è un’invidia del parto da Zeus ai Cyborg”).
Per un acuto lettore queste tre citazioni, dovrebbero già suggerire il profilo della pittrice; ma qui lo si vuole indirizzare a conoscenze che, tenendo presente la ristrettezza di spazio edizionale e la sua tenuta alla lettura, possano fornirgli una piccola guida.
Siamo in piena controriforma con alle spalle il Concilio di Trento (1545-1563).
E’ l’epoca dei trattati su cosa si intenda per pittura ed immagine e la Chiesa vi prende parte attivamente (Gilli da Fabriano, Lomazzo, Van der Moelen, Cardinale Borromeo, Paleotti, Pacheco, Ottonelli- Berrettini per i temi sacri), mentre sul più generico senso della pittura Ammannati, Comanini, Zuccaro.
A proposito delle corrette vie del dipingere soggetti religiosi, si segnala una “Assunzione” unico esempio di tali prescrizioni a San Silvestro al Quirinale a firma di Scipione Pulzone.
Nel contempo, il dibattito sull’arte del dipingere, fino ad allora confinato nelle botteghe dei pittori, spesso producente asperrimi conflitti (vedi Baglione versus Merisi per esempio) si sposta sulle Accademie.
Lungi dagli stereotipi cumulatisi dal passato secolo ad oggi, l’arte pittorica di Artemisia, incamminata dal padre Orazio al dipingere, va ricostruita secondo studi scientifici che, pur tenendo presente la sua personalità e storia che indubbiamente conferiscono alle sue opere un segno personale, indaghino dei debiti stilistici e degli apporti di cui si giovò, per cui rammentarla per il dipinto “Giuditta che uccide Oloferne”, per altro sublime esempio di un iper-realismo ove l’alternanza del pieno colore ai chiaroscuri in scene violente per una violenta teatralità che le valse l’attributo di “Artemisia caravaggesca”, è non solo limitativo, ma anche, si potrebbe dire offensivo, ove questa definizione la volesse configurare solo manierista, quasi passando in secondo piano l’intero suo percorso pittorico, rendendo “Giuditta che uccide Oloferne”come l’apogeo della sua opera e la sua carta di identità.
E’ proprio in questa direzione che Vittorio Sgarbi (in Orazio ed Artemisia Gentileschi” Skira 2001) guarda la di lei “Cleopatra” (presumibilmente 1620) dando un profilo quanto mai onnicomprensivo, poeticamente tratteggiato su un rigoroso filo di analisi scientifica.
“Famosissima pittrice (….) en pictura miraculum” così, Patrizia Cavazzini in “Orazio e Artemisia Gentileschi” Skira 2001, riporta di una incisione che la definisce e della valentia sua ne rimane strabiliato R. Longhi che in “Gentileschi padre e figlia” in “Arte” 1916, afferma: <<Ma vien voglia di dire questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo>> e prosegue: <<l’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura e colore e impasto e simili essenzialità>>.
Molti sanno della violenza sessuale di Agostino Tassi su di lei, pochi invece delle vicende processuali tinteggiate di reticenze, protezioni e delle glosse elaborate dagli storici su dichiarazioni e documenti anche extragiudiziali, che modificano ed integrano il quadro degli atti processuali, contribuendo a rendere l’ordito di una società sul quale la vita comune si tesseva.
Ma non v’è solo un ordito sociale ineludibile (come del resto tali sono tutti gli orditi sociali di qualsiasi epoca) a configurare la vita della pittrice; v’è anche la sua personale situazione.
Artemisia nasce nel 1593, dal 1612 al 1620 vive a Firenze.
Patrizia Cavazzini nel citato studio, ci informa che lì a Firenze (la pittrice ha ormai 19 anni!) impara a scrivere; del suo analfabetismo tratta anche R. W. Bissell in “Artemisia Gentileschi and the authority of art” Pennsylvania 1999.
Ma anche nella schiera delle donne vi sono differenze abissali!
Il cardinale Paleotti per compilare il suo famoso “Discorso intorno alle immagini sacre e profane” s’avvalse del pittore Prospero Fontana, avviatissimo nell’arte e con canali e gilde e corti di non facile frequentazione a lui apertissimi.
E’ su questo “humus” che sua figlia, Lavinia Fontana, anche essa pittrice, cresce e si sviluppa.
Che distanza dalla vita di Artemisia!
Che dire poi di Sofonisba Anguissola, pittrice anche lei, nobile di famiglia, abbondantemente contornata di stimolanti ambienti culturali e, cosa da non sottovalutare, al riparo dalle insidie del mondo così presenti nella vita di Artemisia.
E’ senza meno rispondente a verità che l’occhio femminista ha troppo indulto sull’aspetto, diciamo, “eroico” di lei, ma questo ha dato modo al mondo culturale di esordire in eventi, studi, film-documentari, conferenze contribuendo alla divulgazione della sua opera.
E’ così che si scoprirà che nel 1614 l’Accademia del Disegno di Firenze la ammetterà nella cerchia, seguirà poi l’Accademia dei Desiosi di Roma, la celebra Jérome David in una sua incisione del 1625 come “prodigio della pittura, più facile da invidiare che da imitare” e Antonio Colluraffi la definisce in una dedicatoria, pittrice maggiore di Apelle, di Zeusi, rivale del sole.
Ma questo non basta a colmare il divario sociale di lei dalle sue colleghe Anguissola e Fontana.
Il 9 ottobre 1635 la Gentileschi dichiara ed ammette un debito sociale di sudditanza con una lettera a Galileo Galilei chiedendogli di farsi latore di una sua lagnanza per una mancata risposta di Ferdinando II Medici al quale, senza compenso, liberamente aveva inviato un suo dipinto.
Un debito di sudditanza! Si, certo, un po’ più sopra una corvée feudale obbligata, ma proprio perché liberamente scelta come mezzo reverenziale-relazionale fra lei ed il Duca, dimostra che la di lui preminenza ed influenza sociale non potevano essere approcciate con le vie usuali a personaggi nobili e che per lei, Artemisia, era interdetto il percorso come si presentava alle sue colleghe.
Le corti, le gilde, i circoli e le persone, Artemisia le deve conquistare; nulla le si offre per diritto ereditario.
Artemisia, “…più facile da invidiare che da imitare…”, ma, giusto il titolo di uno studio di Elisabeth Cropper:
“Vivere sul filo del rasoio: Artemisia Gentileschi pittrice famosa”.
Testo di Fabio Massimo Tombolini
(Corrispondenza da Roma)
“ARTEMISIA, ritratto di Pittora“
di Valeria Moretti
con Dario Guidi
Scenografia Fabiana di Marco
Costumi Esseccì
Musiche John Clouds
Ideazione e messa in scena di Sandra Collodel
Teatro Flaiano 12 sett. 2019








