Pubblichiamo un articolo di Marcello Veneziani, eroico intellettuale di destra: una mosca bianca? Un sopravvissuto alla moria generale, dovuta a mancanza assoluta d’ingaggi? Fatto sta che lui esiste. O è solo un mito, un eroe eponimo, una rappresentazione simbolica, un totem inventato perché sia uno, singolare e determinato? Già, come moltiplicarlo? Ci vorrebbe un miracolo come quello dei pani e dei pesci. Insomma: di Veneziani ce n’è uno, tutti gli altri son nessuno. Ma, per il semplice fatto che non esistono…
Il fustigatore delle intemperanze di Vittorio Feltri – il giornalista che si è scordato che ‘quelli di destra’ sono filo meridionalisti. Tanto che persino la Lega si è convertita e ha fatto sindaci persino nella sciovinista provincia di catania – ha scritto una cronaca sulla vita al tempo del colera. Che dico? Ai tempi del Covid19, amore compreso… (G. Scargiali)
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Ecco l’articolo umoristico – scovato da un blog di Veneziani – uno dei tanti a sua firma sull’epidemia…
…Non vedo l’ora che ci si possa, asciugate le lacrime e sedate la rabbia e la paura, sorridere di alcuni risvolti grotteschi di queste settimane da incubo. Sarà più difficile per chi quel dramma lo ha vissuto direttamente, ma sarà un esercizio utile per assorbire il trauma e guardare all’avvenire. Ne parlerò al passato per esorcizzarlo.
Il primo capitolo assurdo fu il ballo delle mascherine. Sempre annunciate, sempre introvabili. Salvo al mercato nero, come l’amuchina. Nei rari casi in cui uscivi per la spesa, il cane o per una fuitina, ti trovavi davanti la varietà più assurda. Il primo sentimento sociale era l’invidia della mascherina, sostituto della freudiana invidia del pene: lui ce l’ha più grande e più bella della mia, dove l’avrà presa? Alcune mascherine erano fatte in casa e si vedeva; slabbrate, imbottite, deformi.

Tante mascherine monouso erano invece per mancanza di ricambio riusate più volte diventando ricettacolo di batteri. Ridicoli ma estrosi i surrogati di mascherina: sciarpe, foulard, chador, caschi per la moto, maschere sub, passamontagna. Mai come in questi giorni è stato invidiato il burqua. Vedevi in giro quest’umanità banditesca che si faceva più minacciosa nelle rare auto: dove andranno a fare la rapina così conciati? Poi arrivavi a casa e sentivi in tv che le mascherine stavano arrivando, dalla Cina o dai paesi più improbabili. O che alcune aziende stavano riconvertendo e tra un mese cominceranno la produzione. Magari arriveranno quando il pericolo è scampato. Magari.
Era duro fare slalom quando incontravi un altro umano sulla tua strada; cambiavi marciapiede, invertivi direzione di marcia. E quelle file da tela di Magritte o da calcio-balilla, il gioco delle statuine a distanza, quel dover parlare ad alta voce, abolito il tono confidenziale, fuori legge la timidezza. Si sono atrofizzati gli affetti, ogni bacio era bacio della morte, ogni abbraccio un atto ostile, ogni mano protesa una minaccia. In questo frangente, il cane si è confermato il miglior amico dell’uomo, perché liberandosi dai suoi bisogni, liberava noi dal domicilio coatto. Nei sondaggi i cani sono schizzati alle stelle, i gatti invece sono precipitati. Anche se stressati dalla richiesta ripetuta di portarli a fare i loro bisogni: ‘basta, abbiamo già dato’. Uno è stato multato a Milano perché andava in giro solo col guinzaglio, dicendo che il cane gli era scappato.
A Trastevere in quei giorni circolava impunito un pastore senza mascherina, seminudo, con le pelli addosso, i sandali e un bastone; di solito ubriaco, sembrava si fosse perduto dal presepe scorso ma nessuno osava fermarlo. A Bari è stato beccato uno che andava al mare a pescare le pelose e lo ha scritto pure sull’autocertificazione (capitolo comico già a sé, ogni giorno usciva un modulo nuovo). Vidi donne che si truccavano per andare a gettare i rifiuti, l’unica mondanità concessa. In casa la gente parlava con gli specchi, qualcuno gli rispondeva.
Il rapporto con le forze dell’ordine è stato patologico. Milioni d’incensurati si sono sentiti criminali, uscendo per strada, appena incontravano una volante. Cambiavano strada, fingevano il passo sostenuto e agitavano le chiavi di casa o i bustoni della spesa; camminavano radendo il muro. Il concetto di necessità e “vicino casa” era molto elastico. Non si capiva perché i cani puoi portarli a spasso e i diabetici che necessitano di camminare prima che dei farmaci non possono uscire. Né si capiva perché lasci aperte edicole e tabaccherie, ma se dichiaravi che andavi a comprare sigari o giornali, eri in multa perché non sono necessari. Non mancavano i furbetti, quelli che facevano la spesa scaglionata per uscire più volte o allungare la loro permanenza fuori. C’erano persino i simulatori che uscivano di casa già con la roba in busta. Era un sollievo vedere la fila lunga ai supermercati perché garantiva mezz’ora d’aria in più e un po’ di socializzazione figurata e distante. Per movimentarla si poteva pensare alla quadriglia.
Un capitolo drammatico era chi aveva il suo core business, soprattutto amoroso, fuori casa. Fidanzati, amanti, stalker, puttanieri. Un castigo di Dio. La riscoperta della castità, la coabitazione col carceriere, il coniuge, e con l’aguzzino, il bambino petulante. Ogni tanto la fuga in bagno, sul balcone o in strada per la telefonata o il messaggio furtivo. E l’alternativa tra Onan e il Fioretto.
Ma era in casa che l’umanità prigioniera dava il peggio e il meglio di sé. Cominciò a illudersi di giocare e socializzare dai balconi e dalle finestre, cantando e ballando; ma durò poco, il patriottismo domestico scemò. E si sentirono ululati disperati di iene in cattività, serie tv sparate intere una al giorno, amarcord calcistici per tifosi castrati, musiche a tutto volume per stordirsi, bricolage domestici come la tela di Penelope, fatti di giorno, disfatti di sera per impegnarsi di nuovo la mattina seguente. Gite domestiche tra la cucina e il soggiorno, escursioni in bagno, sport domestici con mezzi improvvisati ed esiti ridicoli, ciclismo casalingo. E intrusioni assurde in video mentre eri collegato in smartworking. Molti finsero di riscoprire la lettura ma non era vero, tre pagine per annunciare la conversione e poi basta. Si rivide pure un reperto dell’antichità, il cestino o panierino da calare dalla finestra per ritirare la spesa. I capelli fatti in casa, poi, tra lo scapricciato e il raccapricciante…
E infine la bulimia da domicilio coatto. Mangiare in continuazione, poi andare in salotto a fare l’aperitivo online, zoom o skype-bar. La corsa alla farina e al lievito per farsi pane e focaccia in casa, con esiti spesso immangiabili. Ciccia&Colesterolo. Della quarantena ci resteranno chili d’incubi e ricordi o solo chili.
Marcello Veneziani
Nota
L’arguzia, l’umorismo, il sarcasmo dell’autore appartengono a chi possiede una cultura classica. La franchezza, invece, è questione di talento. Solo il talento e la cultura – abbinati – garantiscono il dono della semplicità e quello di poter dire la verità.
Peccato che un intellettuale ‘non di sinistra’ sia (per necessità familiari) una mosca bianca. Esserlo stato nell’Italia del dopoguerra è risultato un lusso da pagare a caro prezzo. Ma qui si nota che cosa significhi sfuggire a certi paletti, ai ricontrolli monocorde ai quali pochissimi si sottraggono.
Speriamo che questa pantomima dei ‘domiciliari’ stia passando assieme all’epidemia. Che non vi siano più malati né morti da attribuire al coronavirus. Stop ai drammi e al panico. Allora ne avremo da raccontare, la sera con gli amici! E giù risate. Speriamo…








