Ad arricchire il medagliere azzurro con un nuovo oro ci pensa una delle passioni nazionali di sempre: il ciclismo. Questa volta quello su pista in particolare… Si parla poco dei ‘pistards’ ai giorni nostri, rispetto agli anni passati, quando al Vigorelli di Milano si cercavano di affiancare altri ‘catini’ dove si disputavano gare individuali, di velocità, inseguimento e si stabilivano ad ogni livello e per ogni categoria i record dell’ora. Chi ne sente più parlarte? I giovani conoscono ‘eroi’ come Maspes e Gagliardoni o come i vincitori del tandem a Roma Bianchetto e Beghetto? Ricordano un monrealese di nome Guido Mesina più volte iridato nell’inseguimento?
L’Italia è adesso medaglia d’oro nell’inseguimento a squadre maschili di ciclismo su pista. Ripetiamo: una vecchia passione anche questa, in particolare. Nella finale per il primo posto il quartetto azzurro – Francesco Lamon, Simone Consonni, Jonathan Milan e Filippo Ganna – ha superato la Danimarca. Per l’Italia è il sesto oro a Tokyo 2020. Il quartetto, con un tempo di 3’42″032, ha migliorato per 2 volte il record del mondo, il primo fatto registrare ieri dagli stessi azzurri in semifinale contro la Nuova Zelanda.
Gli azzurri hanno sconfitto i rivali al termine di una gara tirata, e in rimonta: i danesi, poco dopo metà gara, erano saliti fino a 8 decimi di secondo di vantaggio, poi Filippo Ganna come in semifinale ha trascinati l’Italia al sorpasso.
L’ultima medaglia olimpica, nella specialità, era arrivata a Messico ’68, grazie al bronzo conquistato da Luigi Roncaglia, Lorenzo Bosisio, Cipriano Chemello e Giorgio Morbiato, mentre l’ultimo oro era datato Roma ’60 e portava la firma di Luigi Arienti, Franco Testa, Mario Vallotto e Marino Vigna.
Chi ha imprssionato a Tokio è Filippo Ganna, il ciclista dei quattro di cui si è detto: “ha preso in carico la squadra nei momenti difficili (e nel finale) portandola decisamente alla vittoria e al record”. C’è chi spera adesso in un grande stradista da cronometro. Mentre a Vignone, il paese sulla collina di Verbania dove Filippo Ganna è cresciuto ammiramndo i panorami del Lago Maggiore, è festa grande, come anche a casa degli altri tre, tutti dell’arco alto dell’Italia, storica fucina di ciclisti.
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Se si parla poco dei pistard del ciclismo, occorre dire che tutto lo sport nazionale, illuminato da queste vittorie – che accompoagnano quest’anno le affermazioni del calcio e del tennis decisamente professionistici – ha una vita che non può dirsi sodisfacente. Anzi, volgendo lo sguardo in giro, si trova ben poco…
Il primo sintomo è rapprentato dal fatto che tutta una realtà sportiva – come quella che vediamo a Tokio – emerga solo ogni 4 anni in occasione dei Giochi. E per il resto el tempo? Purtroppo non ricordo il nome del grande cronista della Gazzetta che tanti anni fa sostenne che il successo del calcio – che soverchia di gran lunga gli altri sporty,tranne il ciclismo e oggi il tennis – era stato ‘cotruito in laboratorio’ dalla stessa informazione. Eppure fino al 1970 circa era facile assistere sui principali canali Rai ad eventi di atletica e di altri sport olimpici anche a livello strettamente nazionale. Solo i principali canali – intendiamoci – fanno ‘informazione e cultura generalizzate’. Un canale numero X, che si occupi di sport, come di musica e cultura in genere viene seguito al 90% solo dagli appassionati. Tali materie sono, invece, così importanti che dovrebbero attrarre anche la cosiddetta massa. Sul perchè questo non si faccia e non avvenga ci sarebbe molto da dire…
Lo sport italiano vive, dunque, in funzione olimpica, anche perché organizzato dal Coni che è il comitato olimpico nazionale. Nel resto del mondo i comitati olimpici non si identificano con …tutta l’attività sportiva. I ministeri dello sport sono tali e non dei fantasmi come in Italia. Lo sport agonistico è ancora un ‘fenomeno sociale’. Cosa che in Italia non è più.
In un paese di agonisti, come quello che corre dal Alpi a Lampedusa, non possono non emrgere dei talenti sportivi. Ed emergono. Eccoli a portarci questa messe di medaglie che rende il tricolore dignitoso. I campionati mondiali sono parentesi nell’ambito del quadriennio olimpico e fornisono anch’essi tante soddisfazioni. Tuttavia tali successi nascondono una situazione fallimentare. Non solo lo sport non è visto – come dovrebbe – in controluce come strumnto di salute pubblica. Neanche a parlarne: si va in palestra a pagamento o nelle scuole di sport per giovanissimi in cui le famiglie puntualmnte ‘pagano’.
Ma è chiarissimo che, da molti anni, gran parte dei campioni sono ‘self made’: sono figli allenati dal padr e dalla madre, intere famiglie che si tramandano tecniche e segreti (di cui lo sport è ricco a 360 gradi), allenandosi più in privato che nelle sedi federali ch pur ‘ci sono’. Soltanto i striscio i nostri vincitori appartngono alle leve federali. E questo è il colmo, visto quanto si spende e si cerca di fare. Anche perché uno sport che vive in funzione olimpica è di per sé uno sport che non funziona in fase fisiologica. Non funziona in tal senso sotto alcun profilo.
Una realtà a parte sono le squadre militari – fortissime Finanza e Carbinieri – senza le quali lo sport italiano di alto livello attualmente sbiadirebbe quasi nel nulla. Funziona poco e male il meccanismo delle sponsorizzazioni commerciali – efficiente ngli anni passati – perché lo sport dilttantistico non è più ‘spttacolo’ e non ha spazio adeguato in Tv, come al tempo delle dirette in bianconero durate fino agli anni 1970. I Campioati studenteschi d’un tempo (un mito giovanile per tutto il dopoguerra e fino agli anni del boom) sono stati stroncati a favore – per un po’ di tempo – dai dispersivi Giochi della Giuventù che non hanno mai funzionato a dovere: il Coni si ingelosì del Ministro della Pubblica istruzione e volle ‘far tutto da sé. Il Coni è …’il grande malato‘.
Ci sarebbe ancor molto da dire. Questi medagliati, nominati cavalieri o quasi all’indomani delle loro vittorie, ricevuti al Quirinale, diventano dopo appena qualche settimana ‘dei personaggi scomodi‘. Tranne poche eccezioni di cui l’ambiente sembra aver bisogno ma non è così…. C’è, visibilmente, una realtà sottostante in cui – fra l’altro – i dirigenti non sono quasi mai gli ex campioni. Fanno eccezione persopnaggi come Sara Simeoni e adesso Federica Pellgrini, appena nominata membro del Cio. Ma non è certamnte la regola.
Chi ha vissuto nello sport e chi ha scritto in materia sui giornali non può non sapere che “tutti gli atleti sono uguali, ma aluni sono più uguali degli altri”. A partire dalle leve giovanili. Peggio che nel giornalismo…
Ma gli italiani vincono. Vincono loro. I campioni ‘li fa il popolo’. E questo è vero nello sport come in ogni altro campo. E’ una storia che si ripete: il premio andrebbe ala ‘società civile’ accusata – invece – di ogni colpa, dal consumismo all’inquinamento, dall’incultura diffusa al debito pubblio dello Stato. Che sarebbe dovuto al fatto che ‘…saremmo vissuti scialacquando negli anni d’oro, quando avremmo dovuto fare la formica e non la cicala‘. E’ evidentissimo che la realtà è quella contraria: nel privato abbiamo cotruito e conservato. E’ nel pubblico che si è sprecato e si è formato quel debito (non così drammatico, comunque, come si dice) che non a caso è detto – appunto – ‘pubblico‘.
Germano Scargiali








