Era il 2003 quando Marco Bellocchio sfiorò a Venezia, con “Buongiorno, notte”, la conquista del maggior premio, suscitando accese polemiche. Tornò poi a riflettere sull’affaire Moro nei due film intitolati “Esterno notte” ciascuno di 160 minuti, in sala tra maggio e giugno di quest’anno, nell’attesa di diventare il serial televisivo, che va in onda da oggi su Rai 1, in prima serata, poi il 15 e il 17. Cannes accolse entrambi i film con “standing ovation” e 10 minuti di applausi, e in molti parlarono di capolavoro. L’opera infatti, di straordinaria potenza narrativa, colloca Marco Bellocchio nell’Olimpo dei registi della sua generazione. Quello che, più di ogni altro, ha saputo descrivere momenti critici della nostra storia. Ed è comprensibile, a distanza di 19 anni, il suo bisogno di approfondire una tragica vicenda, tutt’ora irrisolta, emblematica di un’Italia impreparata e confusa. Sostenuto da un’eccellente sceneggiatura, (scritta da lui stesso con Stefano Bises, Ludovica Rampoldi e Davide Sorino), “Esterno notte” riesce egregiamente a rispettare la verità degli eventi, lasciando tuttavia al regista libertà di immaginare e descrivere le reazioni di chi c’era: politici, brigatisti, ecclesiastici, perfino inquietanti personaggi mandati dalla CIA, preoccupata dell’accordo appena stipulato tra Moro e Berlinguer. Ben rievocata l’atmosfera di quegli anni. A Roma il 21 giugno del 1977 venne gambizzato il prof. Cacciafesta, stimato docente universitario. L’anno dopo, il 16 marzo 1978, Moro viene rapito in Via Fani, da brigatisti che non esitarono a sterminare i cinque poliziotti della scorta. E dopo 55giorni, il 9 maggio, il suo cadavere viene restituito alla famiglia, nella Renault 4 rossa, posteggiata a metà strada tra la sede della DC e quella del Partito Comunista. Furono giorni che sconvolsero il Paese, tra depistaggi, comunicati e telefonate delle Brigate Rosse, con l’ultimo accorato, vano appello dell’amico Paolo VI agli “uomini delle Brigate Rosse”, mentre gli “amici” della DC, tra cui il pupillo Benigno Zaccagnini, rifiutavano ogni contatto coi brigatisti per “tutelare la sua dignità” – dicevano – ritenendolo pazzo o drogato perché continuava a chiedere il patteggiamento. Ma dopotutto – si giustificavano – un probabile martirio lo riscattava da simili sospetti, e giovava alla salute del partito. Poi l’attenzione si sposta sui brigatisti, ancora incerti sul da farsi. Adriana Faranda, in contrasto con il compagno Valerio Morucci, ne ritiene più utile la liberazione, e piange sul sacrificio dei 5 innocenti padri di famiglia della scorta. Dovrà comunque piegarsi al volere dei più. E dopo la cattura e il processo che li condanna entrambi, prenderà assieme a lui, le distanze dal movimento. L’analisi di Bellocchio è certamente politica, ma soprattutto umana. Cosa accade nella coscienza di chi c’era? Cossiga sogna la sua liberazione, e al risveglio ripiomba nell’angoscia. Paolo VI, che morirà pochi giorni dopo di lui, lo sogna gravato di una croce, in procinto di affrontare il suo calvario. E il racconto, come spesso accade nei film del maestro, sconfina nel surreale. Si chiude con un doppio finale: quello che poteva accadere, e quello che veramente accadde. Tutti bravi gli interpreti. Svettano però Toni Servillo, un sensibile e accorato Paolo VI, e Fabrizio Gifuni, un Aldo Moro incomparabile. Straordinaria anche Margherita Buy, nel ruolo della moglie Eleonora che, sollecitata dalle lettere del marito, ne difende la dignità e il diritto alla vita. Accusa apertamente gli amici/nemici, tra cui l’ambiguo Andreotti, poi, con la famiglia, sceglie il riserbo, e chiede il silenzio delle istituzioni. Straordinario il finale. Il prigioniero si confessa col sacerdote chiamato dai suoi carcerieri. Il colloquio è umanissimo, toccante: “Se dopo ci fosse luce sarebbe bello”, la speranza malgrado il dubbio. Odio incondizionato, però, per i traditori, e il legittimo desiderio di essere risparmiato per smascherarli, e prenderne le distanze.
Eliana L. Napoli








