Come gestiremo emozioni così forti e inusuali?
E così è arrivata fra noi! Il MOSTRO, l’ORRORE, la GRANDE NEMICA è vicina a noi, senza che ce ne accorgessimo. Una sera come tante ce ne stavamo al calduccio nelle nostre confortevoli case, magari dopo aver gustato una buona cenetta, senza altri pensieri di quelli delle tasse da pagare o delle discussioni in famiglia sulla scelta delle prossime vacanze quando all’improvviso dal televisore, dalla radio, da internet siamo stati bombardati di immagini atroci, che credevamo appartenere ad un passato lontanissimo e LEI era fra noi, la GUERRA!
Scrive Alessandro Baricco: “E per quanto “guerra” continui a sembrarmi un termine sbagliato per definire cosa sta accadendo nel mondo (un termine di comodo, direi) certo sono anni in cui una certa orgogliosa barbarie, per millenni collegata all’esperienza della guerra, è ridivenuta esperienza quotidiana. Battaglie, assassinii, violenze, torture, decapitazioni, tradimenti, stupri, eroismi, armi, piani strategici, ultimatum, proclami. Da qualche profondità che credevamo già sigillata, è tornato a galla tutto l’atroce e luminoso armamentario che è stato per tempo immemorabile il corredo dell’umanità combattente….
Il nostro primo impulso è stato quello di fuggire: spegnere il televisore, non comprare più giornali illudendoci, come fanno i bambini, che bastasse chiudere gli occhi per annullare una realtà troppo difficile da sopportare; ma il non-io non è un semplice prodotto dell’io, il mondo esterno esiste di per sé, ci insegue e ci costringe a confrontarci con ciò che accade al di fuori di noi e dentro di noi.
Ci può aiutare la lettura di un interessante libro, scritto da Aldo Zanca sull’argomento. L’autore inizia il suo lungo e completo excursus sulle principali teorie filosofiche e sociologiche sulla guerra invitandoci a sfatare un luogo comune, molto diffuso soprattutto fra i più giovani, o almeno fra quelli che sono nati dopo la fine della seconda guerra mondiale, cioè che la guerra sia un evento eccezionale, che viene ad interrompere, come una patologia maligna, lo stato fisiologico normale dell’umanità, che è la pace.
Le cose non stanno proprio così: “ Su 3400 anni di storia se ne contano solo 234 di pace, che sarebbe meglio definire di non-belligeranza. Da quando l’uomo ha cominciato a lasciare memoria di sé, cioè da 5600 anni si sono registrate 14600 guerre, che vuol dire una media di due o tre l’anno. Il xx secolo ha avuto soltanto due anni senza guerre il 1930 e il1963. Solo nell’ultimo decennio dello stesso secolo si contano almeno una quindicina di conflitti che hanno fatto non meno di sei milioni di morti.”
Perché allora ci culliamo nell’illusione di vivere da almeno70 nella pace?
“Perché non ne siamo coinvolti direttamente. Già al tempo della ‘belle èpoque’ gli Europei si illusero di vivere in un’epoca di pace solo perché il continente europeo non era coinvolto direttamente in conflitti sul proprio territorio, in quanto le grandi potenze risolvevano le loro rivalità spartendosi l’Africa e l’Asia. E alla fine della seconda guerra mondiale il terrore della bomba atomica ha assicurato lunghi anni di “guerra fredda” in cui le super potenze detentrici delle armi nucleari si sono combattute per “interposti popoli” in luoghi lontani come la Corea, il Vietnam, la Palestina.
Inoltre noi siamo portati ad identificare le guerra come uno scontro fra eserciti su un campo di battaglia, preceduto da una dichiarazione di apertura delle ostilità e concluso con la vittoria (ma non l’annientamento totale) di una delle due parti, sancita da un trattato di pace. In altre parole noi siamo rimasti ancorati ad un’immagine tradizionale ed obsoleta delle guerre del passato e non teniamo conto di altri modi di fare la guerra come l’embargo, le sanzioni economiche, gli attentati terroristici contro le popolazioni civili, che invece caratterizzano molti dei conflitti attuali.
A questo punto appare sempre più labile e sfumato il confine fra la guerra e la pace, che è come dire che non sappiamo bene se ci troviamo in uno stato di pace o di guerra per cui si potrebbero richiamare le famose definizioni di Schimitt e Foucault “la pace è la guerra continuata con altri mezzi” e di Clausewitz: “la guerra è la politica continuata con altri mezzi”.
La guerra quindi non appartiene al passato, ma è tremendamente attuale, non è un residuo della ferocia belluina dei nostri antenati, ma si è evoluta e perfezionata col progresso tecnologico, che le ha fornito i mezzi per diventare sempre più efferata ed efficiente nello sterminio.
L’uomo paleolitico, che viveva di caccia, pesca e raccolta spontanea era molto più pacifico dell’uomo moderno, del resto anche il paragone con gli animali è inesatto: sebbene il nemico venga sempre paragonato ad un animale, per disumanizzarlo e demonizzarlo, gli animali sono molto meno feroci degli uomini perché uccidono per sopravvivenza e non per crudeltà.
Dice Hanna Arendt: “Il peggior nemico dell’uomo è l’uomo stesso” ed anche “l’aggiunta del dono della ragione rende l’uomo una bestia più pericolosa.”
Dunque cadrebbe il presupposto illuministico e positivistico che la guerra nascerebbe con la barbarie primitiva e regredirebbe fino a scomparire con l’avanzata del progresso e della civilizzazione.
“Il combattente jihadista, che sgozza e taglia le teste umane come se si trattasse di capretti, che tortura e che stupra, non è un barbaro sopravvissuto, non è un pastore che lotta con pietre e lance di legno, ma è immerso fino al collo nella civiltà più avanzata: usa disinvoltamente le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le armi più sofisticate e mette in atto le tecniche psicologiche più raffinate del terrore. Sotto una crosta che lo fa apparire arcaico e barbarico è in realtà modernissimo, addirittura post-moderno”.
Anche la religione, considerata dagli illuministi un fattore di oscurantismo, fomentatrice di intolleranza e guerre, ha un ruolo importante ma non fondamentale nell’attuale offensiva in corso a Gaza e nel Medio Oriente contro la civiltà occidentale. A. Ventura: “Tutti coloro che aspirano a diventare la nuova classe dirigente dei paesi islamici utilizzano richiami religiosi nella propaganda e nel linguaggio comunicativo (…) non possiedono una vera cultura religiosa, ma hanno alle spalle una formazione tipicamente occidentale, spesso di spiccata impronta scientifica e tecnologica (…). Lontani da ogni comunità religiosa, rispetto alla quale vivono ai margini e distanti dalla lettura islamica tradizionale, che ignorano o che esplicitamente rifiutano, costoro si fanno portatori di una reislamizzazione individuale del tutto artificiosa e avulsa dalla storia”.
Se il fattore religioso è importante, ma non fondamentale, qual è dunque la molla che fa scattare l’antisemitismo in tante persone, anche occidentalizzate e le spinge ad arruolarsi nelle file dell’islamismo radicale?
I profili degli jihadisti sono i più svariati: criminali che vivono ai margini della società e laureati che lavorano in prestigiose istituzioni, teenagers e cinquantenni, musulmani con diplomi in teologia islamica e convertiti dell’ultima ora, uomini e donne (che dovrebbero essere le ultime ad aderire).
Fra essi i giovani musulmani di seconda generazione sono la maggioranza, ma il 10/00 proviene da famiglie atee.
Forse dobbiamo cercare la risposta nel fascino perverso della guerra?
“La guerra è violenza e morte, ma ci affascina perché semplifica il reale – dice lo scrittore A. Janni: “Conta solo che abbiamo un nemico da combattere. La guerra istituisce una contrapposizione radicale fra noi e gli altri. Non ci sono vie di mezzo e incertezze. (….) La ricerca della semplificazione attraverso la violenza è da sempre nella natura umana.”
Renzo Guolo scrive in proposito: “L’Islam radicale si presenta come l’ultima grande narrazione totalizzante, capace di dare una risposta di senso. Il suo dogmatismo, le risposte nette all’indeterminatezza della vita, il richiamo alla dimensione comunitaria, promettono straordinarie certezze (…). L’Islam radicale è una neotradizione reinventata – più politica che religione, più ideologia che fede – che permette a chi vi aderisce di ignorare territori e culture originarie (…). La rifondazione di un simile spazio islamico prescinde dal dove (…) un convertito, come un ragazzo di periferia reislamizzato, può combattere il jihad nel deserto o nei viali di una città occidentale.”
L’ideologia jihadista solo in parte si basa sul sentimento religioso, quindi è sin troppo semplicistico cercare di batterla denunziandone l’infedeltà al Corano: essa nasce da un germe patogeno che cova nella nostra società e riguarda direttamente i modi di vita occidentali, la mancata integrazione degli immigrati di seconda generazione, la problematicità di un modello di convivenza che genera risentimento a causa delle promesse di benessere non mantenute, ma anche fattori più intimamente connessi alla nostra civiltà troppo materialista, che non è più capace di fornire valori ai nostri giovani che non siano il puro e semplice possesso di denaro e di beni economici.
E noi? I civilizzati, i pacifisti, coloro che hanno razionalmente bandito la guerra come strumento per risolvere i conflitti fra i popoli e credono fermamente nel ruolo delle organizzazioni sopranazionali per dirimere qualunque controversia internazionale, come stiamo reagendo a questa valanga di violenza che ci è caduta addosso? Immediatamente abbiamo risvegliato tutta l’ideologia bellicista che era sepolta in noi e parliamo di “guerra giusta” “buttiamogli una bella bomba atomica e sterminiamoli tutti”, “ occhio per occhio e dente per dente”, “homo homini lupus”.
In una parola ci siamo fatti riprendere dal fascino della guerra.
Perché la guerra ha un suo fascino e sarebbe sciocco e pericoloso negarlo: la ripulsa pura e semplice della guerra, la negazione della sua persistente attualità fra i valori umani, il rifiuto del suo fascino perverso rischiano di rendere impotente l’opposizione alla guerra stessa.
Nel suo libro “Un terribile amore per la guerra” lo scrittore J.Hillman cita una scena del film “Patton generale d’acciaio” in cui il generale Patton ispeziona un campo di battaglia disseminato di morti e agonizzanti, prende fra le braccia un soldato morente, lo bacia e, volgendo gli occhi su tutta quella devastazione, esclama : “Come amo tutto questo! Che Dio mi aiuti, lo amo più della mia vita!”
Amore e Morte, Ares e Afrodite non sono antinomie assolute ma coppie archetipiche indissolubilmente legate nella natura umana
Il poeta Ungaretti, che si arruolò volontario nella prima guerra mondiale e ci ha lasciato pagine bellissime sulla fragilità del soldato e sulla devastazione morale della guerra, eppure, in una celeberrima poesia “Veglia”, dopo aver descritto una notte passata in trincea accanto al cadavere martoriato di un compagno, conclude: “ho scritto pagine piena d’amore/ Non sono mai stato tanto attaccato alla vita.”
Per non parlare dell’Iliade, il libro da cui è nata tutta la letteratura occidentale, che ci ha regalato i due prototipi assoluti di guerriero: Achille, giovane crudele, che ama la guerra in se stessa, ed Ettore, l’uomo maturo, marito e padre affettuoso, che non ama la guerra, ma la fa, perché è la cosa giusta.
Il fascino della guerra dunque, letterariamente parlando, consisterebbe nel farci cogliere il vero senso della vita e nel mettere alla prova, come una cartina di tornasole, i lati migliori del nostro io.
Ma, al di là della trasfigurazione letteraria, vi sono nella realtà aspetti più sordidi, che purtroppo vengono fuori, in questa occasione come il sadismo, la disumanizzazione, l’indifferenza verso i piccoli e i deboli, la deresponsabilizzazione delle proprie azioni, in altre parole tutta la parte più istintiva, brutale, animalesca (ci perdonino gli amici animali) che è in noi, ma generalmente viene tenuta a freno, inibita, imbrigliata dalle regole della società ed invece con la guerra viene liberata, autorizzata ad esprimersi, giustificata ed assolta. La guerra è la grande vacanza della civiltà, l’occasione in cui tutto è concesso, il momento in cui l’ES si libera finalmente del controllo del SUPER IO e la libido esplode in tutta la sua potenza.








