L’infiammazione, mezzo e cura per le malattie?

Nuova scoperta di ricercatori della Case Western Reserve University” (Ohio, USA)

Quasi tutte le malattie vedono nell’infiammazione il processo iniziale che porterà poi al danno del tessuto od organo. Anche se ciò era noto in passato l’abbiamo sperimentato nella recente pandemia da COVID-19. Infatti buona parte dei problemi legati all’agente responsabile dell’infezione erano legati alla infiammazione dei tessuti. Una infiammazione severa che danneggiava gli organi ed innescava tutta una serie di meccanismi che portavano a complicanze multiorgano spesso di natura autoimmune.

Come si identifica uno stato infiammatorio?

Fin’ora abbiamo usato in medicina dei parametri aspecifici. Uno a tutti noto è la febbre.

La febbre che non è, come comunemente si intende una malattia, ma il segno, l’effetto di uno stato infiammatorio, di uno stato patologico temporaneo che porta ad un’alterazione del sistema di termoregolazione ipotalamico con conseguente elevazione della temperatura corporea al di sopra del valore considerato normale (circa 36,8 gradi Celsius per gli esseri umani in condizioni basali). Infatti durante i processi infiammatori le prime cellule a essere attivate sono i monociti (cellule dell’immunità innata), che maturano in macrofagi e iniziano a secernere citochine, proteine che agiscono sia a livello locale che sistemico. Tra di esse sono note le interleuchine 1 e 6 (IL-1 e IL-6), il TNF-α ed altre sostanze come TNFβ, IFNα, IFNβ, IFNγ, MIP-1, IL-2, IL-8 e diversi peptidi prodotti dai macrofagi. Tali sostanze sono dette pirogene in quanto vanno ad agire indirettamente sulle cellule endoteliali dei vasi dei neuroni che irrorano l’ipotalamo rilasciando  prostaglandine – in particolare PGE2 –  e altri derivati dell’acido arachidonico che legandosi a recettori specifici dei neuroni termoregolatori della regione preottica dell’ipotalamo portano alla disregolazione del centro termoregolatore, che, non essendo più tarato sui 37 °C, ma su una temperatura superiore porterà ad una temperatura corporea più elevata.

Altri indici molto noti, a livello ematochimico, sono la VES (velocità di eritrosedimentazione) o la PCR (proteina C reattiva) che ci indicano uno stato infiammatorio, ma che non ci indirizzano all’organo interessato e quindi non contribuiscono ad una terapia mirata.

Un valore elevato della VES – misura della velocità con cui i globuli rossi si depositano sul fondo di una provetta di sangue in un’ora – non è diagnostico di per sé e richiede ulteriori indagini per determinare la causa sottostante dell’infiammazione. Rispetto alla VES la PCR aumenta prima e si manifesta in caso di malattie reumatologiche, infezioni batteriche, etc.

La  PCR viene prodotta principalmente nel fegato in risposta a microrganismi patogeni e immunocomplessi oppure in seguito a traumi e, complessandosi con la fosfatidilcolina alla parete di molti batteri ne favorisce la fagocitosi e la distruzione da parte dei monociti. Di recente, un valore di proteina C reattiva cronicamente elevato è stato anche correlato a un aumento del rischio cardiovascolare.

Ma è possibile identificare la sede da cui parte l’infiammazione?

Secondo ricercatori della “Case Western Reserve University” potrebbe essere si. Costoro, infatti, hanno sviluppato un metodo che rivela l’infiammazione attraverso gli anticorpi con marcatori specifici per i vari organi. Sarebbero così identificabili malattie del cuore, la malattia di Allzheimer e vari tipi di cancro.  I ricercatori hanno messo a punto un test che nasce dall’osservazione che durante l’infiammazione le cellule immunitarie producono specie reattive dell’ossigeno (ROS) o radicali liberi in eccesso per uccidere batteri o altri patogeni.

Invero i ROS sono prodotti comunemente dagli organismi e provengono principalmente dall’ossigeno che, per raggiungere il suo equilibrio energetico, trasferisce un elettrone per volta, passando attraverso una serie di intermedi altamente reattivi, quali il radicale superossido (0-2), il perossido di idrogeno (H202) e il radicale idrossile (OH-). parti essenziale dei fenomeni vitali.  Quando, però, le difese diminuiscono o la produzione aumenta, essi possono causare danni gravi ed irreparabili a livello delle proteine, del DNA  e delle membrane biologiche causando nelle cellule una serie di danni biologici capaci di causare, in brevissimo tempo, la morte cellulare.

La nuova scoperta

Tochtrop e colleghi hanno studiato come i ROS reagiscono con l’acido linoleico delle membrane cellulari formando dei composti che si legano all’RNA, al DNA ed a proteine chiamati epoxyketooctadecanoic acids (EKODEs). Questi ultimi, a loro volta, reagiscono in modo stabile con la cisteina dell’acido nucleico formando composti che si accumulano nei vari tessuti. I ricercatori infine hanno identificato attraverso alcuni modelli, sia umani che di topo, anticorpi specifici per i vari tessuti ed organi.

“Questa ricerca apre una sorprendente via a numerosi studi” ha detto Greg Tochtrol ed ha aggiunto “Porterà ad una migliore comprensione dell’infiammazione, delle malattie ed alla scoperta di nuovi farmaci”.

di Guido Francesco Guida

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