Un convegno a Villa Zito, organizzato da Enrico La Loggia, per spiegarne le ragioni


Il Centro Studi Giuseppe La Loggia ha riunito, a Villa Zito, alcuni tra i massimi esperti dello Statuto siciliano per gettare le basi di uno sviluppo dell’Isola fondato su solide basi.
Da molto tempo è in corso un dibattito sull’autonomia siciliana e su quanto questa sia vantaggiosa o meno per il suo popolo.
La tesi, piuttosto sorprendente, sostenuta dai contrari, ha avuto le sue motivazioni nella costatazione del fatto che l’autonomia non ha portato ai siciliani quei benefici che si auspicavano, ma la questione è alquanto complessa e va spiegata risalendo alle sue origini.
Dopo i saluti della dottoressa Maria Concetta Di Natale, presidente Fondazione Sicilia, e l’introduzione dell’onorevole Rino La Placa, presidente Associazione ex deputati Ars, ha preso la parola l’onorevole Enrico La Loggia.
Come ha spiegato nel suo intervento, l’ex ministro degli Affari regionali del governo Berlusconi, l’autonomia della regione non è stata data dallo stato italiano al popolo siciliano per gentile concessione, ma è stata il frutto delle battaglie combattute nell’Isola alla fine della seconda guerra mondiale per ottenere la completa indipendenza dall’Italia.
In quegli anni, la Sicilia era occupata dalle truppe americane e lo stato italiano era gravemente indebolito dalla sconfitta militare subita. Nacque, così, un movimento politico che si diede i suoi capi e una sua organizzazione. Ci furono persino battaglie sanguinose combattute in varie località dell’Isola. In quel momento una scissione territoriale fu un rischio concreto, ma l’intervento di Peppino La Loggia, il papà di Enrico, evitò alla Sicilia un passo che avrebbe potuto portare conseguenze nefaste.
Infatti, il politico siciliano, figlio dell’altro grande politico Enrico, promotore di importanti riforme di matrice socialista nei primi decenni del secolo scorso, con l’appoggio di Luigi Sturzo, il sacerdote di Caltagirone, ideatore della Democrazia cristiana, convinse Alcide De Gasperi, allora capo del governo, a concedere l’autonomia alla Sicilia proprio allo scopo di evitare una scissione dell’Isola dallo stato italiano. Ecco spiegata la nascita dello Statuto siciliano.
Gli avvenimenti successivi non ne favorirono, però, purtroppo, la piena attuazione, tranne che nel primo decennio posteriore al conflitto, quando esponenti politici di primo piano come Giuseppe Alessi, Salvatore Aldisio e Giuseppe La Loggia si impegnarono in suo favore. Il nuovo stato italiano si diede, infatti, una forte impronta centralista in pieno contrasto con l’aspirazione autonomista che la Sicilia si voleva dare. In particolare, le norme che riguardavano l’autonomia finanziaria della regione, come l’articolo 37 (che stabilisce che le imposte maturate in Sicilia spettano alla Regione stessa), sono state disattese.
Lo Statuto siciliano, approvato il 15 maggio 1946, fa parte delle leggi costituzionali della Repubblica italiana. E’ uno strumento fondamentale, che potrebbe dare al popolo libertà, dignità e condizioni di vita migliori, ma la classe politica non è stata, finora, capace di difenderlo e darvi completa attuazione. Il colmo è che, mentre qui, in Sicilia, critichiamo l’autonomia regionale, ottenuta a fatica e con sacrificio, al nord, invece, oggi si chiede l’autonomia differenziata che darebbe grandi vantaggi ai territori settentrionali peggiorando ulteriormente la situazione economica dell’Isola. Purtroppo, lo Statuto non è conosciuto dai siciliani e andrebbe, invece, studiato e approfondito nelle scuole della regione.
Per l’onorevole Antonello Cracolici la regione ha difficoltà enormi e c’è chi, addirittura, oggi si chiede se l’autonomia regionale sia stata per la Sicilia un danno piuttosto che un vantaggio. In realtà, dopo i primi anni dalla sua nascita, l’autonomia non è stata più supportata dalla generazione successiva. Le questioni ancora da risolvere, in realtà, sono parecchie. Ad esempio, mentre l’Unicredit, che ha sede in Sicilia (derivandola dal precedente Banco di Sicilia), versa alla Regione siciliana la quota delle imposte maturate, le altre banche che, invece, non hanno la sede nell’Isola, non versano niente. Di conseguenza, i siciliani dovrebbero essere informati su quali banche versano le imposte in Sicilia e quali no.
Di fatto, la piena attuazione delle norme statutarie che attribuivano alla regione autonomia finanziaria non si è ottenuta e, nei confronti dello stato italiano, la Sicilia procede per via di accordi, di volta in volta stabiliti. In definitiva, in base a una negoziazione che si fa volta per volta e che viene portata avanti col ragioniere dello stato e non tramite i politici. Alla fine, anche la Corte costituzionale ha accettato questo modo di procedere.
Finora è invalso il cosiddetto sistema simmetrico, secondo il quale lo stato riconosce le spettanze della Sicilia a patto che questa riconosca quel che deve allo stato. Negli ultimi anni, però, la regione, fortemente indebitata, si era trovata in un grave stato di debolezza ed essendo obbligata a mantenere i conti in ordine (in base al Decreto legislativo 118), non era più in condizione di far valere i propri diritti. Ora, invece, paradossalmente, proprio a causa della sua inefficienza, non avendo investito denaro, ha azzerato il suo debito e si trova, perciò, da questo punto di vista, in una situazione migliore nei confronti dello Stato perché si presenta con le carte in ordine.
E’ stato osservato, nel corso del convegno, che una carenza della Regione siciliana sta nel fatto che questa è concentrata solo su se stessa e, in tal modo, trascura le esigenze di tanti comuni e delle province che ne fanno parte. In pratica, non ha creato uno sportello nazionale per le loro necessità, ma ha presentato solo le sue istanze dimenticando quelle del territorio e dei suoi organismi. La Sicilia non ha stabilito gli standard dei suoi enti e così non può partecipare al fondo nazionale, ma la regione, per aprire un contenzioso con lo Stato, deve, invece, avere le carte in regola anche con i comuni.
Secondo Pietro Busetta, presidente del Centro Giuseppe La Loggia, ma anche esperto di temi economici e finanziari, per spiegare come mai la Sicilia non abbia, a differenza di altre regioni italiane, una classe politica impegnata sul fronte dell’autonomia, occorre confrontare le differenze esistenti tra due regioni, la Sicilia e l’Emilia Romagna. In Sicilia ci sono circa 5 milioni di abitanti, ma a lavorare è solo uno su quattro, in Emilia e Romagna, invece, gli abitanti sono 3 milioni e 200000 e a lavorare è uno su due, quindi la differenza tra i redditi delle due regioni è notevole. Si è soliti addebitare tutte le responsabilità politiche solo sul presidente regionale di turno, che si tratti di Schifani o di Musumeci, ma di queste ne ha parecchie anche Crocetta. Se guardiamo, invece, la realtà dei fatti, le cause più profonde dei problemi della regione sono altre. Ogni anno la Sicilia perde circa 25000 abitanti con una perdita netta di 5 miliardi. Questo, allora, dovrebbe essere il tema centrale: la ricerca del bene comune, ma per raggiungerlo dovremmo riuscire a ottenere le risorse spettanti di diritto, quelle risorse che altri cercano di avere tramite l’autonomia differenziata. Noi abbiamo lo strumento, ma non lo utilizziamo. Purtroppo, va costatato che l’obiettivo della classe politica siciliana è la permanenza, non il cambiamento. Del resto, se l’elettorato non la punisce col voto, perché dovrebbe perseguire il bene comune? Nella competizione elettorale non è il merito che fa attrarre voti. All’Isola occorrerebbe una scuola migliore, una formazione adeguata, più tempo pieno, invece la dispersione raggiunge il 30%. Reggio Emilia ha 66 asili nido, Reggio Calabria 3. E’, addirittura, accaduto spesso che abbiamo restituito i fondi europei non utilizzati e tali somme sono state poi destinate ad altri paesi.
Il professor Giuseppe Verde, costituzionalista e studioso dello Statuto siciliano, ha notato che chi, al tempo della sua stesura, aveva lavorato allo Statuto, come il professor Gaspare Ambrosini, era anche un esperto di diritto coloniale.
Va anche ricordato che il presidente Alessi, mentre era in carica, prese una decisione audace nei confronti dello Stato: fece, infatti, trattenere i soldi che spettavano alla Sicilia dall’Intendenza di Finanza. Alessi, con questa mossa, si poneva, però, in contrasto col presidente della Repubblica italiana, Luigi Einaudi, che era favorevole all’assegnazione di risorse alla Sicilia, ma solo sotto forma di progetti. Non va, neppure, inoltre, taciuto che tra le prerogative inserite nello Statuto c’era anche la possibilità di eleggere i giudici dell’alta Corte, di fatto, però, tutti i giudici in grado di svolgere tale compito, nel frattempo, furono trasferiti a Roma e dell’Alta Corte non se ne fece niente. Ne consegue che lo Statuto attribuisce grandi poteri alla regione siciliana, ma ciò è apparso sempre come una sorta di privilegio eccessivo e non giustificato allo Stato italiano. Da qui, nel corso degli anni, una serie di azioni volte a limitarne i poteri effettivi. In conseguenza di ciò, lo Stato vorrebbe trasferire risorse in base a quello che la Sicilia richiede, ma ciò sembra in contrasto con quanto, invece, stabilito nello Statuto. Un altro problema per la Sicilia è il Mef perché, quando occorre prendere decisioni importanti per la regione, i governi non inviano le persone adatte e dotate di autorità per discutere i problemi dell’Isola e così non si risolve niente. In futuro, dovranno essere i siciliani a immaginare che cosa fare del proprio destino.
Maurizio Leo,viceministro del Ministero dell’economia e finanze,nel suo intervento ha ricordato come, a suo tempo, il ministro del suo dicastero, Giulio Tremonti,avesse cercato di dare attuazione all’articolo 37: questo veniva riconfermato, ma venivano anche addebitati degli oneri alla Regione siciliana. Così, nel 2008, la Corte costituzionale, tramite l’art. 81, terzo comma, stabiliva l’invarianza finanziaria, cioè, a fronte di entrate ricevute dallo Stato, le regioni si accollano le uscite. Nel biennio 2020/2021 c’era stata, poi, una interlocuzione tra lo Stato e la Regione siciliana. Si era pensato di creare un tavolo tecnico, ma senza successo. Nel 2024, per esigenze sanitarie, il tema non fu affrontato. Adesso, finalmente, ci potrebbero essere le condizioni per riattivarlo, ma andrebbe fatto in due sessioni. La prima richiederebbe la ricostruzione storica della nascita dello Statuto, la seconda il supporto di un giudice costituzionalista di alto livello, come il professore Giovanni Pitruzzella e ciò allo scopo di ottenere la certezza del diritto. Infatti, perché lo Statuto possa funzionare veramente, occorre il bollino dello Stato. In pratica, una soluzione possibile sarebbe l’attribuzione del gettito, sulla falsariga di ciò che già avviene per l’iva in Friuli e in Sardegna.
Secondo Franco Piro sarebbe utile, prioritariamente, fare qualche passaggio storico e politico. “Io – ha detto l’onorevole siciliano – ho un’idea dell’autonomia sprecata, ma oggi è necessario parlarne senza dimenticare la presenza della UE che richiede anche equità ed efficienza. Il Titolo V dello Statuto faceva perno sull’autonomia economica impositiva, ma le tasse sulla produzione dovevano andare allo Stato. In tema di reddito d’impresa ci si riferiva solo ai redditi da lavoro (da notare che, a quell’epoca, il petrolio ancora non c’era). Un altro articolo dello Statuto, il 38, rappresenta, però, una sorta di compensazione. Prevede, infatti, che lo Stato, ogni anno, riconosca alla Sicilia un contributo a titolo di solidarietà nazionale. L’articolo 41, poi, attribuisce ampia autonomia in materia giuridica, ma i mutamenti politici ed economici nel frattempo verificatisi a livello mondiale imporrebbero un aggiornamento dello Statuto, ma che, riguardo all’autonomia finanziaria, non rappresentasse, però, un passo indietro per il popolo siciliano. Ciò, ovviamente, anche in considerazione delle nuove norme riguardanti il federalismo fiscale, norme che richiedono un coordinamento tra Stato e regioni. Una questione fondamentale, in tema di riscossione di tributi, riguarda quanto viene riscosso nell’Isola. Si tratterebbe, infatti, di quello che matura in Sicilia o quello che viene riscosso? Al riguardo, infatti, c’è una differenza enorme: lo Stato si è sempre opposto al maturato perché la differenza, in questo caso, sarebbe di 8 miliardi di euro. A favore, però, della Sicilia, ci sono già due sentenze, una del 2010 e una del 2024. Nel 2016, invece, il Decreto sull’Irpef ha fissato una quota in percentuale in 71 centesimi. Poi, nel 2018, c’è stata una modifica che ha previsto una quota di 3,60 sull’iva. Allora, qual è il problema vero? Come si possono realizzare le vere condizioni per lo sviluppo? Una questione molto importante riguarda i LEP: come realizzarli con equità in tutte le parti d’Italia? Al momento, solo la Sicilia, tra tutte le regioni italiane, riceve un contributo per le prestazioni sanitarie e, a causa di questa situazione, lo Stato pretende che l’Isola contribuisca col pagamento delle tasse in modo simmetrico. Nasce, così, la necessità di stabilire una distinzione tra ciò che è affermato statutariamente e ciò che oggi lo Stato si vuole attribuire. In realtà, si era trovata un’intesa per il calcolo dell’ires e adesso si dovrebbe porre mano alle leggi di attuazione.”
Per il professor Giuseppe Puma l’onorevole La Loggia è uno dei pochi politici che si occupa di un tema così importante. “Io – ha affermato il docente universitario – ritengo che il modello di finanza operativa, contenuto nello Statuto, sia ancora valido, ma il nodo centrale sono le norme di attuazione. Ci sono stati, nel tempo, accordi tra le parti, ma sempre con la logica del compromesso, ma credo che, al momento attuale, l’intesa con lo Stato rimanga fondamentale. La strada da seguire è la Commissione paritetica.”
Secondo l’onorevole Cimino:“Credo che occorra partire dall’articolo 36, secondo comma – ha affermato il politico siciliano – perché è qui la trappola: alla regione mancano, infatti, le entrate del sottosuolo, dell’energia e del lotto. Ciò è gravissimo, ma nessun governo vi ha mai posto attenzione, né di destra né di sinistra. La Sardegna ha superato il problema trovando un accordo con Prodi.
Salvatore Forastieri, ex direttore dell’ufficio iva, ha ribadito l’importanza di trovare accordi con lo Stato in tema di iva.
All’onorevole La Loggia le conclusioni.
“Apriremo un tavolo tecnico col viceministro Maurizio Leo.
A questo proposito, voglio ricordare che proprio io, nel 2005, mi sono seduto al tavolo del ministro Tremonti e non mi sono mosso fino a quando non è arrivato, avvertendolo che, se non si fosse presentato, avrei convocato una conferenza stampa. Io gli chiedevo di discutere, senza rinvii, i problemi inerenti l’art 37 dello Statuto siciliano. Ora concordo sulla necessità che lo Statuto sia aggiornato, ma temo che l’attuale classe dirigente non sia all’altezza. In ogni caso, l’apporto di un esperto costituzionalista come il professor Pitruzzella potrebbe essere di grande aiuto.”
Lydia Gaziano Scargiali








