Una proposta da chi ha operato nel mondo della scuola per molti anni
In questi giorni la scuola italiana è al centro dell’attenzione dei media e della gente in generale. Scioperi, occupazioni e manifestazioni, che si susseguono a ritmo continuo in tutto il paese, sono il sintomo di un disagio crescente fra la popolazione scolastica e non solo. Certo, tante proteste non sono causate solo dalle tante criticità presenti nella scuola italiana, ma anche da quelle sociali, per la presenza di fenomeni come l’eccessiva inflazione, i bassi stipendi e un precariato ancora troppo diffuso.
Ci è sembrato, così, doveroso che la rivista PalermoParla se ne occupasse proponendo anche alcune innovazioni che, senza neppure incidere troppo nel bilancio dello Stato, potrebbero, non soltanto sanare alcune criticità del settore, ma anche rilanciare l’immagine e il ruolo della scuola nel nostro paese.
Abstract:
La scuola necessita, prioritariamente, di: Investimenti su edilizia e sicurezza – Valorizzazione degli insegnanti – Riduzione del numero di alunni per classe – Efficaci politiche di inclusione – Contrasto alla dispersione scolastica – La scuola primaria – La scuola secondaria di I grado – La scuola secondaria di II grado – L’Educazione civica – La Riforma di Renzi – La religione cattolica parte integrante della cultura italiana – Le materie letterarie – Filosofia, storia e geografia – Le discipline scientifiche – Le lingue straniere – Le attività di formazione – Scienze Motorie – Sostegno – Smart working, più tempo libero per gli insegnanti, aumento degli stipendi, anticipare le pensioni (non è pensabile che un insegnante debba lavorare fino a 67/70 anni e oltre perché si tratta di una professione usurante), coprire con un docente di materia anche le supplenze brevi.
Di riforme, nella scuola italiana, nel corso degli anni, se ne sono avute davvero tante, ma il risultato finale, che abbiamo sotto gli occhi, è ben lontano dalle aspettative dei vari ministri che le hanno fatte approvare, ministri, tra l’altro – e va riconosciuto – in ciò condizionati anche dalle scarse risorse messe a disposizione dai vari governi susseguitisi nel tempo in Italia.
Intanto, ritengo che allo stato attuale, prima ancora di varare nuove riforme, occorra fare il punto della situazione, esaminando che cosa va bene e che cosa va modificato.
Investimenti su edilizia e sicurezza
L’argomento meriterebbe ampia trattazione, ma preferisco limitarmi ai punti essenziali.
La società italiana, da una parte, sembra pretendere molto dalla scuola in termini di cura dei figli, apprendimento e inserimento lavorativo, dall’altra, però, non mi sembra che ci sia, da parte di tanti, reale consapevolezza delle numerose criticità dell’ambiente scuola, criticità che, molto spesso, di fatto e nonostante le più lodevoli intenzioni da parte di docenti e dirigenti, rendono difficile sia il lavoro degli insegnanti sia l’apprendimento degli alunni.
Molti edifici, infatti, non solo non presentano quei requisiti strutturali di sicurezza che dovrebbero possedere, ma sono, a volte, anche carenti persino degli elementi più essenziali, come, ad esempio: porte per chiudere le aule, finestre funzionanti, tende per schermare la luce, lampade spesso insufficienti o da sostituire, bagni in numero adeguato (in particolare per gli insegnanti, costretti a volte a doverli raggiungere in altri piani, lontani dalla propria classe), senza parlare, poi, dei sistemi di condizionamento climatico…e – ironia della sorte – c’è persino chi parla di tenere aperte le scuole anche in piena estate! Su questo tema – mi sembra – che le proposte inerenti l’occupazione dei ragazzi nei periodi estivi, anziché alle scuole, andrebbero indirizzate ai centri sportivi e a chi si occupa di gestire campus e attività similari.

Un edificio scolastico moderno, oltretutto, dovrebbe essere dotato di una buona palestra e di laboratori attrezzati, ma anche qui, pur non mancando le scuole che ne sono fornite, le carenze risultano ancora numerose. Fondamentale – mi sembra – ad esempio, la dotazione, per ogni istituto, di laboratori linguistici e di Wi fi (funzionanti in tutte le classi). A questo punto, vogliamo, però, riconoscere all’assessore regionale all’Istruzione Girolamo Turano l’essersi speso personalmente per il miglioramento di molte scuole in Sicilia, ma, considerati i gravi ritardi che accusa ancora la scuola siciliana in vari ambiti e, probabilmente, soprattutto a causa della disattenzione del governo nazionale (ritardi, del resto, segnalati anche da vari istituti di ricerca), ritengo che ci sia ancora molto da fare.
Alcuni insegnanti segnalano oggi la necessità di dotare la scuola anche di metal detector oltre a sistemi di sicurezza più rispondenti ai rischi attuali cui è sottoposta la comunità scolastica.
Valorizzazione degli insegnanti
A un insegnante si chiede molto e si dà poco, non solo in termini di remunerazione (gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa), ma anche sotto l’aspetto del riconoscimento del ruolo fondamentale che svolgono per la formazione e la crescita dei cittadini di domani. Quel che si spende per la scuola e per la cultura, se utilizzato bene, non è denaro sprecato, ma, al contrario, costituisce un investimento di grande valore per un paese che voglia essere alla pari con gli altri.
Mi sembra, però, che, allo stato attuale, non solo per quanto riguarda i rappresentanti della politica (un po’ di tutti i partiti), ma anche per la società italiana in genere, non si sia compresa a fondo l’importanza della scolarizzazione, dello studio e della ricerca, ne è la prova, ad esempio, il mancato (o carente) ascolto degli insegnanti da parte delle istituzioni.
Riduzione del numero di alunni per classe
Negli ultimi anni i tagli nella scuola sono stati massicci: sono stati accorpati molti istituti, di conseguenza, anche il numero dei dirigenti scolastici si è molto ridotto, mentre il numero degli alunni per classe è rimasto alto, soprattutto nei licei, dove ci sono ancora classi con 28/30 alunni. Naturalmente, in questi casi, l’apprendimento ne risente. Sarebbe ottimale un numero tra i 15 e i 20 per le classi senza disabili, altrimenti, in genere, non superiore ai 15.
E’ vero che esistono anche classi con meno alunni, ma in queste possono essere presenti più soggetti con disabilità che hanno bisogno di maggiore attenzione, stranieri che non parlano l’italiano, alunni che presentano povertà educativa e ragazzi con disturbi psichici o psicosociali.
Penso, perciò, che certe realtà scolastiche, spesso presenti in scuole periferiche, meriterebbero interventi mirati, investimenti importanti, riduzione del numero di alunni per classe a meno di dieci e un maggior numero di insegnanti da assegnare a ogni scuola per un insegnamento più individualizzato, quando necessario.
Inoltre, in questi istituti, ci sarebbe bisogno del supporto di figure professionali come assistenti sociali, educatori-motivatori e psicologi che dovrebbero occuparsi dei ragazzi che vivono un forte disagio sociale, generato da problemi familiari ed economici che hanno inevitabili ripercussioni sulla serenità degli adolescenti e spesso anche una ricaduta negativa sulle loro capacità di apprendimento, generando disinteresse e atteggiamenti di chiusura.
Efficaci politiche di inclusione
Una contraddizione evidente nelle politiche immigratorie adottate dall’Italia in questi anni è che, se, da un lato, si sono accolti tantissimi immigrati di varia provenienza, dall’altro, non si è avuta un’adeguata gestione di questo fenomeno. In particolare, se si volevano accogliere tanti stranieri per i motivi più vari, bisognava predisporre adeguati servizi, atti allo scopo, come alloggi, scuole, corsi di formazione…non dico che, al riguardo, qualcosa non si sia fatta, ma non mi sembra che i risultati siano quelli che si auspicherebbero in questi casi. Tantissimi stranieri, da anni residenti in Italia, tuttora non parlano l’italiano, come possiamo, allora, pensare di includerli? Si sono, così, creati, nelle città, tanti quartieri “ghetto”, degrado ambientale, vari fenomeni di criminalità, insomma una situazione di difficile gestione per qualunque stato, ma sarebbe stato meglio intervenire prima perché, adesso, con la crisi economica attuale, il contesto è ancora più complesso.
Nonostante questa situazione desolante, lo Stato, se ne avesse la volontà, molto potrebbe ancora fare, magari collaborando con le associazioni di volontariato, che già recano un aiuto prezioso alla società e alla scuola. Occorre, dunque, intervenire con massicci aiuti economici ai servizi sociali, alle parrocchie e alle scuole di periferia, potenziando le figure che lavorano nel sociale.
Contrasto alla dispersione scolastica
Dai dati diramati dal governo sembra che sul fronte della dispersione scolastica ci siano numeri confortanti e che questa si sia alquanto ridotta, ma, di certo, da fare ce n’è ancora molto.
Io credo che, per raggiungere tale scopo, occorrerebbe coinvolgere le famiglie, rendendo per loro conveniente l’assidua frequenza dei figli. Si potrebbe, ad esempio, intervenire con borse di studio, bonus e agevolazioni di vario tipo per chi, anche non raggiungendo alti risultati nello studio, dimostri di impegnarsi.
La scuola primaria
La scuola elementare italiana, nel complesso, ha una buona impostazione di base, ma occorrerebbe investire di più (e meglio) negli istituti di periferia, luoghi in cui l’utenza presenta spesso povertà educativa, limitata conoscenza della lingua italiana, difficoltà relazionali e comportamentali.
Per superare questi handicap di base occorrerebbe, in primis, un approccio multidisciplinare, dotando gli istituti scolastici, oltre che di insegnanti preparati, anche di varie professionalità in grado di conoscere le problematiche familiari e sociali dei bambini e, quindi, di motivarli, educandoli e responsabilizzandoli, con ciò intendo gli educatori-motivatori.
La pratica di attività sportive e laboratoriali, se ben programmate e organizzate, può facilitare anche l’inserimento degli alunni più disagiati e meno dotati dal punto di vista intellettivo.
La complessità del lavoro di un insegnante in una classe odierna è evidenziata anche dalla presenza in aula di stranieri, di disabili, di bambini che presentano vari problemi di apprendimento per cui il lavoro del docente è reso più complicato in quanto questi deve predisporre una lezione adatta a tutti i componenti della classe. Ne consegue che, di fatto, per ottenere risultati significativi, a volte, in alcune classi, ogni singolo allievo avrebbe bisogno di essere seguito in modo individualizzato.
Pertanto, allo scopo di raggiungere migliori risultati nell’apprendimento di ogni alunno, occorrerebbe formare classi poco numerose. Inoltre, anche se sono già previsti, dall’attuale ordinamento, gli insegnanti di sostegno, è pure vero che le ore assegnate per seguire l’allievo che le necessita, non sono sufficienti a coprire l’intero monte ore di insegnamento previsto durante la settimana. Molti alunni sono, infatti, spesso, supportati dal docente di sostegno solo per un numero limitato di ore (9 ore o 18), ma così risulta improbabile che il soggetto bisognoso di sostegno raggiunga realmente i risultati sperati. Occorre notare che proprio per l’anno scolastico in corso sono stati fatti tagli al sostegno di molti ragazzi che prima ne beneficiavano. Inoltre, le famiglie che hanno figli con difficoltà di apprendimento (BES con DSA, con ADHD o con problemi cognitivi) andrebbero supportati con borse di studio o con la creazione di centri pomeridiani di studio e attività laboratoriali per i ragazzi più svantaggiati. Andrebbe, insomma, rafforzata la rete sociale di supporto.
Un altro aspetto di non poca importanza è la situazione economico/sociale di molte famiglie, oggi resa più difficile da separazioni e divorzi, a volte purtroppo inevitabili, ma che complicano spesso la vita dei bambini.
Un forte disagio economico può creare nei bambini problemi di vario tipo, sia per la loro salute fisica e mentale sia per l’apprendimento, persino delle nozioni più elementari. La presenza periodica nelle aule di medici scolastici e un buon funzionamento della mensa potrebbero certamente migliorare la situazione.
Inoltre, se le attività di studio fossero svolte prevalentemente a scuola, con la guida di insegnanti assunti proprio a questo scopo, sicuramente se ne avrebbero numerosi vantaggi. Infatti, il tempo pieno, presente nelle scuole del nord, al sud e in Sicilia spesso manca.
La scuola secondaria di I grado
Nella scuola secondaria di I grado l’età adolescenziale rappresenta un passaggio molto delicato, un momento in cui i ragazzi vogliono comportarsi da adulti, ma hanno ancora bisogno di ricevere molte attenzioni e di essere seguiti da vicino, non solo dai propri insegnanti, ma anche da una vera e propria equipe di professionisti affinché evitino di finire nelle trappole dei tanti “cattivi maestri” che pullulano nella società odierna e molto spesso nei social.
Ad esempio, oggi, assistiamo a gravi episodi di bullismo e cyber bullismo. Per arginare questi fenomeni bisognerebbe supportare le classi con educatori e psicologi che dovrebbero svolgere delle attività volte al miglioramento dei rapporti interpersonali tra adolescenti e adulti. Per rafforzare il senso civico e il rispetto dell’ambiente occorrerebbe impegnare i ragazzi in attività di pulizia e riordino della classe, secondo il modello giapponese.
In Italia sembra, invece, che gli alunni debbano essere serviti di tutto punto, solo che non sono clienti di un albergo, ma fruitori di istituti creati per la loro educazione e crescita civica e morale. Non è certo il lavoro a far male agli esseri umani, quanto piuttosto l’ozio. Ritengo, perciò, che bisogna essere abituati fin da piccoli all’impegno, non deve, però, questo, essere vissuto come una punizione, ma piuttosto come un’occupazione importante e piacevole.
La scuola secondaria di II grado
Mi sembra che il problema centrale nella scuola superiore di II grado sia il divario esistente tra istituti attrezzati di laboratori, palestre, nonché delle più moderne tecnologie e istituti abbandonati all’incuria e alla disattenzione da parte del mondo della politica: spesso più incline ad azioni demagogiche che alla soluzione di problemi. Va, comunque, riconosciuto che, in certi casi, anche gli istituti di periferia sono stati migliorati, ma resta ancora molto da fare. Inoltre, anche nelle cosiddette “scuole buone” spesso le carenze non mancano come, ad esempio, guasti nelle LIM o problemi con la rete Wi-Fi.
L’educazione civica
La Scuola italiana necessita, oggi, soprattutto, di valori condivisi, di un progetto complessivo che ne tenga conto e di un continuo monitoraggio dei risultati ottenuti, nel tempo, dall’utenza in termini qualitativi. Qualcosa si fa, al riguardo, con la somministrazione dei test Invalsi, ma gli esiti di queste rilevazioni non vengono utilizzati per colmare il gap tra le scuole delle zone disagiate e gli istituti dove viene garantito un percorso di istruzione di più alto livello. Ne consegue che bisognerebbe investire maggiori risorse nel meridione e, in generale, nelle scuole in zone più svantaggiate di tutta la penisola.
In particolare, lo studio dell’educazione civica, giustamente previsto in tutti gli ordini della scuola italiana, risulta, in pratica, di non facile attuazione per varie cause: in primis, per la mancanza di tempo effettivo da dedicare a questa disciplina, che dovrebbe costituire una materia a sé stante, ma anche perché la presenza in classe di alunni stranieri portatori di idee e valori differenti non rende facile la trattazione di molti temi.
La Riforma di Renzi
La Riforma di Renzi che, di fatto, ha tolto autorità al corpo insegnante per attribuire maggiori poteri al dirigente scolastico, ha peggiorato una situazione già difficile in partenza, infatti, se un docente non può esercitare la sua autorità sui suoi alunni, di fatto, non è ascoltato e quindi non può svolgere bene il proprio compito.
Naturalmente, di fronte a questa affermazione, ci sarà chi ribatterà che l’autorevolezza necessaria per insegnare il docente deve averla di natura sua e, di certo, non la può ricevere dall’esterno. Un’affermazione questa certamente condivisibile, ma solo se si tiene anche conto delle normative scolastiche diramate dal Ministero della Pubblica Istruzione e delle decisioni comunemente adottate dai dirigenti scolastici in determinate situazioni. Per essere più chiara, ad esempio, di fronte a comportamenti disciplinari, gravi e inaccettabili, tenuti in classe da qualche alunno (naturalmente accertati e documentati), dovrebbe essere il Ministero della Pubblica Istruzione a prevedere le sanzioni da adottare in maniera univoca per tutti i casi similari, senza eccezioni e senza tentennamenti.
Ne scaturirebbe una maggiore autorità per la scuola tutta e darebbe un maggiore sostegno agli insegnanti e al dirigente scolastico, oggi alle prese con problemi non alla loro portata.
Troppo spesso, infatti, accade che non vengano date le meritate punizioni alle quali dovrebbero seguire, da parte dell’allievo, le giuste riflessioni sulle infrazioni commesse.
Ritengo che la scuola dovrebbe essere, da un lato, un luogo in cui si ascolta, si accoglie, si aiuta a crescere e a sostenere i soggetti più deboli, economicamente o fisicamente, ma anche un luogo dove esistono norme e leggi che tutti sono tenuti a rispettare. L’autorevolezza di un insegnante deriva dalla capacità di esercitare il proprio ruolo secondo giustizia, prevedendo la possibilità del perdono, ma solo quando l’alunno si sia reso realmente conto del danno che ha procurato e si sia effettivamente pentito, prevedendo, in certi casi, opportuni percorsi rieducativi.
Il buonismo arreca ai ragazzi altrettanti danni dell’autoritarismo esasperato. “Chi non punisce il male comanda che si faccia” diceva, nei suoi scritti, Leonardo da Vinci, perciò la tolleranza non può, e non deve, superare mai certi limiti, perché altrimenti si trasforma in consenso verso atti crudeli o incivili che producono danni gravi ai compagni di classe, agli stessi docenti o al personale scolastico. E’ molto probabile che i ragazzi, che non sono stati puniti quando lo meritavano, da grandi diventeranno dei delinquenti e allora, forse, nei tribunali, potrebbero non trovare più la stessa comprensione avuta un tempo dai propri insegnanti.
Non dimentichiamo, inoltre, che il corpo docente (e tutto il personale della scuola) ha il compito precipuo di proteggere i soggetti fragili dai bulli e dai violenti e se non c’è fermezza nei confronti di questi tale compito non può essere messo in atto.
I ragazzi, poi, non hanno bisogno solo di istruzione, ma anche di una bussola per orientarsi nel mondo. Se non si mette al primo posto l’interesse autentico per uno sviluppo armonioso dell’allievo, non si avranno mai grandi risultati: non è, infatti, l’accumulo di nozioni che rende più intelligenti, ma il senso critico, la capacità di fare ricerche in modo autonomo, la creatività, tutte doti oggi fortemente contrastate, non tanto dalla scuola, quanto dalla società, che punta, invece, all’appiattimento, all’omologazione e al conformismo, contrastando e vanificando, di fatto, molto spesso, proprio il lavoro degli insegnanti e, talvolta, degli stessi genitori.
E qui andrebbe aperto anche un capitolo sulla diseducazione prodotta dalla pubblicità. Non solo, infatti, questa è prodotta dagli errori grammaticali e sintattici presenti in molti spot, ma anche dai contenuti, molte volte, esplicitamente immorali di cui sono portatori.
La religione cattolica parte integrante della cultura italiana

La religione cattolica non può, a mio parere, essere considerata qualcosa di estraneo alla cultura e quindi alla scuola italiana.
Di fatto, tutta la cultura, l’arte, la musica, persino la scienza, del mondo occidentale, sono permeate di religiosità cristiana.
Vogliamo chiederci che cosa sarebbe oggi l’Europa senza l’arte, la cultura, la musica che la fede cristiana ha prodotto? Non possiamo saperlo, ma certamente sarebbe un continente molto diverso da quello attuale (e probabilmente anche peggiore).
Della religione cristiana e, in particolare, della chiesa cattolica, ormai da qualche secolo, si suole parlar male, facendone risaltare errori e manchevolezze tanto da far quasi pensare che tutti i mali del mondo derivino dall’operato della Chiesa di Roma.
A molti, però, sfugge il fatto che, oltre a errori e disattenzioni di vario genere, si devono, invece, proprio all’operato di uomini di fede, anche tante opere di grande valore sociale come l’edificazione di ospedali, scuole o case per i bisognosi, tutte opere delle quali gli Stati, per molti secoli, non si sono occupati affatto.
Ci sembra, poi, che anche la nascita e lo sviluppo della democrazia in varie parti del mondo sia stata, spesso, favorita proprio dalla messa in pratica dei valori cristiani: per l’Italia, basti l’esempio del popolarismo di Luigi Sturzo.
Naturalmente, la centralità del cristianesimo nel mondo – anche in termini numerici, i cristiani rappresentano di gran lunga la comunità più numerosa – non deve comportare il ritorno a scelte di tipo autoritario, ma, al contrario, all’incontro e al dialogo anche con atei o seguaci di altre confessioni religiose.
Le materie letterarie
Le materie letterarie, una volta considerate il vertice della cultura umana, di recente, sono state, invece, relegate a una posizione di secondo piano.
Diciamo subito, però, che nei secoli passati, a fare da cenerentola erano le discipline scientifiche, considerate meno nobili rispetto a quelle umanistiche: si trattava di un errore che, oggi, è stato superato nella mentalità corrente, ma – come spesso accade – ora la percezione dell’importanza da dare allo studio di alcune discipline rispetto ad altre si è ribaltata. Ciò è accaduto perché si ritiene che siano più utili e più rispondenti alle odierne necessità.
Alla base di tale convinzione risiede, però, un errore di fondo: credere che tra le materie umanistiche e quelle scientifiche ci sia una sorta di solco invalicabile, mentre, al contrario, la cultura è unica e non ha compartimenti stagno. Per fare un esempio: se l’uomo ha studiato l’astronomia e ha progettato viaggi nello spazio non lo si deve solo al progresso negli studi tecnologici e scientifici, ma anche a doti, presenti nell’essere umano, come la fantasia e la creatività, doti che si affinano proprio tramite studi umanistici, artistici e musicali.
In definitiva, mi sembra che trascurare tali studi, considerandoli meno importanti rispetto ad altri, comporti, come conseguenza, un impoverimento culturale e un arretramento di civiltà, rispetto a quei traguardi di evoluzione e di progresso che l’essere umano vorrebbe raggiungere.
Filosofia, storia e geografia
Mi sembra che lo studio della filosofia, nella scuola italiana, non sia tenuto adeguatamente in conto e, certamente, meriterebbe più spazio e più attenzione. Si tratta, tra l’altro, di una disciplina attualissima per i tanti ambiti che esplora, come la logica e il linguaggio, temi fondamentali anche per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Per quanto riguarda, invece, la storia, di questa materia viene studiata soprattutto la parte più antica, mentre per quella contemporanea c’è troppa superficialità e si finiscono, così, per ignorare i fatti più recenti, sicuramente di grande importanza. In pratica, vengono trascurati, se non del tutto tralasciati, gli ultimi cinquant’anni di storia.
La geografia, poi, rappresenta sicuramente “la cenerentola” e la sua conoscenza, da parte degli alunni, appare alquanto limitata. Quel che sorprende, al riguardo, è il fatto che ciò accada proprio in un mondo, come quello attuale, in cui si viaggia sempre di più e sempre più persone si spostano nei vari continenti.
Le discipline scientifiche
Anche se è diffuso l’apprezzamento nei confronti delle discipline scientifiche, c’è un fronte di scetticismo nei confronti del progresso tecnologico, considerato da alcuni dannoso per gli ecosistemi. Tale tesi, pur se da considerare per alcuni aspetti valida, per esempio, quando porta a riflettere sulle conseguenze nefaste di certe scelte operate dall’essere umano (e soprattutto da chi prende le decisioni a monte), a volte, però, scade nel fanatismo e nel rifiuto totale dell’apporto benefico che il mondo della tecnica genera all’essere umano, con la conseguenza che si finiscono per creare ostacoli alla crescita senza, peraltro, curare gli ecosistemi. Questi, infatti – oggi si è scoperto – per essere mantenuti in salute, hanno bisogno proprio di un intervento umano intelligente e basato sulle moderne tecnologie.
L’intelligenza artificiale sta aprendo nuovi scenari e i vantaggi, per gli esseri umani, potrebbero essere veramente notevoli, naturalmente se la si userà in modo appropriato.
Si, può, così, concordare con chi si muove nell’ottica dello sviluppo compatibile, ma evitando gli estremismi dei teorici della “decrescita felice”, che tale non sarebbe affatto.
In concreto, si dovrebbero migliorare i laboratori scientifici e tecnologici che, allo stato attuale, risultano molto carenti nella maggior parte delle scuole.
Le lingue straniere
In tutte le scuole di ogni ordine e grado la lingua inglese andrebbe potenziata, in particolar modo negli istituti di istruzione secondaria di II grado, vista l’importanza che questa disciplina assume nella realtà globale odierna. Succede, spesso, infatti, che i nostri giovani risultino indietro nella conoscenza di questa lingua rispetto ai loro coetanei che provengono dai paesi del nord Europa e dell’Europa dell’est.
In particolare, negli istituti alberghieri, si è verificata un’anomalia e si è dato più spazio – in termini di ore di lezione – allo studio delle seconde lingue (spagnolo e francese).
Infatti, in queste scuole, al triennio, i docenti di inglese devono lavorare avendo a disposizione solo due ore settimanali, mentre i loro colleghi, che insegnano la seconda lingua, hanno tre ore la settimana da dedicare alla propria disciplina. Pur riconoscendo il valore dello studio della seconda lingua straniera, penso che occorrerebbe trovare anche il modo di aumentare le ore di inglese senza penalizzare lo studio delle altre lingue, magari utilizzando le ore di potenziamento.
Credo, infine, che, allo scopo di migliorare la conoscenza della lingua inglese andrebbero creati laboratori linguistici ad hoc per lo svolgimento delle attività di listening.
Le attività di formazione
Le attività pratiche, finalizzate all’apprendimento di un mestiere o di una professione, vanno curate e potenziate per i molti vantaggi che possono offrire sia per un proficuo inserimento lavorativo sia perché costituiscono un utile supporto per l’apprendimento delle altre discipline.
Scienze Motorie
L’attività fisica – è risaputo – arreca grandi vantaggi alla salute, ma anche all’attività intellettiva, con cui è collegata. Perciò, non solo andrebbe potenziata e organizzata meglio, ma sarebbe pure utile che si realizzasse tramite un approccio multidisciplinare.
Penso, inoltre, che andrebbe sostenuta anche l’attività agonistica perché, oltre ai vantaggi che offre in sé, può aprire varie possibilità lavorative da non sottovalutare.
Sostegno
Il sostegno, per come oggi è concepito – come detto sopra – non riesce a coprire interamente il monte ore scolastico, avviene, così, che i portatori di handicap non riescono a seguire adeguatamente i programmi delle varie discipline: ad alcuni, ad esempio, è concesso il sostegno per diciotto o, addirittura, per sole nove ore settimanali. Non è ammissibile, infatti, che il diritto al sostegno venga riconosciuto solo per un numero limitato di ore settimanali e non per tutto il percorso didattico.
Molte sono, al riguardo, le criticità che andrebbero affrontate con gli strumenti adatti: si va dalla povertà educativa al disturbo oppositivo. Ci sono alunni DSA, BES, ADHD, che presentano disturbi dell’attenzione e, spesso, sono oppositivi. In questo caso, è previsto che debba essere l’alunno stesso a dare il consenso ad essere seguito da un docente di sostegno e non solo i suoi genitori, col risultato finale che il ragazzo, essendo di indole oppositiva, spesso lo rifiuta. Per quanto riguarda gli alunni con rilevanti difficoltà di apprendimento, come i DSA, avrebbero bisogno di essere seguiti da un docente di sostegno a loro dedicato.
Ci sono classi in cui gli alunni sono tutti BES per cui l’alto livello di povertà educativa presente crea serie difficoltà di apprendimento. Di conseguenza, in certi casi, sarebbe opportuno avvalersi di insegnanti di sostegno anche se, in una classe, non ci sono alunni disabili.
Ritengo che, data l’attuale situazione di contrazione del numero degli allievi, si potrebbero formare classi meno numerose per le scuole disagiate, senza superare i 10 alunni per classe. Si prevede che tale contrazione, del numero degli alunni, causata dalla denatalità, continuerà nei prossimi anni e renderebbe, di conseguenza, possibile un miglioramento qualitativo dell’apprendimento, se si adottassero i provvedimenti necessari.
Smart working, più tempo libero per gli insegnanti, aumento degli stipendi, anticipare le pensioni (non è pensabile arrivare a 70 anni e oltre perché si tratta di un lavoro usurante), coprire con un docente di materia anche le supplenze brevi.
Se un insegnante è pagato poco deve essere più libero anche di svolgere un’altra attività, un fatto che, in realtà, sarebbe vantaggioso sotto molti aspetti. Un carico di ore meno pesante per gli insegnanti, produrrebbe, infatti, molti vantaggi sia alle famiglie sia alle scuole, occorrerebbe, pertanto, ridurre le ore destinate a riunioni, consigli di classe e assemblee, spesso, tra l’altro, non adeguatamente retribuite. Per queste attività sarebbe auspicabile lo smart working che avrebbe molte ricadute positive anche sul traffico cittadino, sul risparmio energetico, sull’assistenza ai familiari e sulla salute dei docenti.
Volere una scuola che funzioni bene significa anche rendere possibile il pensionamento degli insegnanti a un’età non troppo avanzata. Le conseguenze, altrimenti, risultano negative sia per i docenti stessi sia per gli allievi: insegnare, infatti, è un lavoro usurante e non può essere protratto troppo a lungo. Infatti, va evidenziato che gli insegnanti devono, spesso, operare in condizioni molto difficili: con classi molto numerose, con alunni maleducati, provocatori, a volte con gravi disturbi psichici, rischiando burnout, crisi depressive e problemi di salute molto gravi come tumori alla faringe, faringiti acute, lesioni personali e via discorrendo. Pertanto, sarebbe auspicabile che questa categoria venisse assimilata a quella di altri lavoratori, come le forze dell’ordine e similari, che hanno la possibilità di andare in pensione anticipatamente.
Ritengo poi che, se si volesse colmare un’attuale grave lacuna della scuola, anche per le supplenze brevi andrebbero utilizzati docenti di materia.
Per concludere: non bisogna pensare che quel che si spende per la scuola sia uno spreco, come in molti credono, perché migliorarla significa, invece, investire nel futuro dei giovani e, quindi, di tutto il paese.








