Il funzionamento della finanza ruota anche su un giro economico immateriale

L’Euro una rioluzione molto discussa

Il funzionamento fisiologico della moderna economia e finanza ruota su un giro economico sempre meno concreto, non più basato sulla “scarsità” (Vilfredo Pareto) obiettiva dei beni e della produzione, che, invece, eccede rispetto ai reali bisogni… L’economia moderna si fonda piuttosto più su ciò che fa muovere continuamente il denaro e meno sulla ricchezza reale così come la si immagina per tradizione.

Il maggior problema che pesa sull’economia è paradossalmente legato alla cultura generalizzata: si tratta della poca o errata conoscenza della dinamica che, da tempo ormai, ne regola il buon funzionamento. La vecchia cultura caratterizza la pubblica opinione, mentre da più parti si ha interesse a mantenere la gente comune in uno stato di incertezza se non di ignoranza. Il fine è quello di controllare i prezzi di mercato perché non vadano “a terra”, oppure quello di impadronirsi di quote di mercato nella macro realtà (i tentativi monopolistici). In questo secondo caso i giganti dell’economia creano opinione sui grandi media, mentre la massa mediatica (il giornale unico) si uniforma per più di un motivo: conformismo, emulazione etc.

L’economia moderna, supporto dell’economia finanziaria, non si basa più da tempo sui principi classici che valevano dall’antichità fino ai primi decenni del 1800. Molti pensatori si accorsero presto del mutamento in corso, altri continuarono e continuano – purtroppo – a riproporre vecchi schemi. Il primo errore fu quello di ritenere che l’automazione fosse foriera di povertà generalizzata. Non è stato così. L’economia, che chiameremo “classica”, valida per secoli, si basava inoltre sulla disponibilità o sulla carenza dei beni. Oggi il pèroblema non è tanto produrre, quanto consumare. Ciò è vero nelle conomie evolute, non lo è ancora nei paesi in sottosviluppo.

La carenza venne definita “scarsità” da Vilfredo Pareto già nella prima metà del 900, quando – nei primi decenni – costituiva ancora il primo motivo che pesava sulla legge della domanda e dell’offerta: maggior domanda per una merce rara, maggior prezzo nel caso di un’offerta più ridotta… E’ ovvio che vari altri fattori influenzano, invece, il prezzo. Ad esempio l’utilità della merce in un certo momento o per determinate persone, ovvero la “ofelimità” dovuta ad esempio alla moda, alla pubblicità… Ma qui ci fermiamo un po’…

Lo stesso Pareto, grande economista e innovatore, illustrò il concetto di “ofelimità”, cioè della desiderabilità di una merce o di un servizio, indipendentemente dalla scarsità ed ancor più da quello che era stato un tempo il suo supposto “valore assoluto”. Ad esempio quello che dipendeva dal costo di produzione. In effetti, il prezzo andò sempre più sganciandosi dal costo di produzione e dalla stessa scarsità, andando a dipendere maggiormente dal “mercato”. Su tale realtà abusata, esaltata da alcuni come solo strumento di crescita, vituperata da altri come “instrumentum diaboli”, anti culturale etc, pesano elementi di psicologia, sociale e sociologia vera e propria, fra i quali talune novità storiche, come la pubblicità, il marketing, la moda… L’economia si spostò sempre più verso altri poli che non fossero legati all’obiettiva carenza di mezzi, specie quelli di mera sussistenza, né alla carenza di beni. Con la produzione industrializzata, i bisogni primari divennero meno importanti a favore di nuovi consumi che, col passar del tempo, entravano nel novero di quelli “necessari”. Si andava sul terreno delle comodità, del tempo libero, del turismo, dello sport… Crebbero frattanto d’importanza i servizi. E’ ciò che deve assolutamente continuare ad avvenire se vogliamo aggirare il problema della disoccupazione…

Oggi si consuma anche il nulla anche il vano e ciò che non necessita di un vero sforzo di produzione. Basta che si crei attorno al volubile un “mercato”. Ciò avviene e il prezzo che si paga entra a far parte del “reddito nazionale” o prodotto interno lordo (Pil), anche se non esce dai confini del territorio o anche dello stato preso in considerazione. Il principio è semplice: il Pil dà il metro della “ricchezza” prodotta in un territorio in quanto qualcuno è stato disposto a pagare sia un bene materiale, sia un servizio. Del “Pil reale” fanno parte persino i consumi illegali (droga, prostituzione).

In tale realtà si innesta la sovrapproduzione di beni e servizi in ogni settore, a partire dal cibo, dal vestiario, dalla casa: sono i vecchi consumi primari, sempre più confinati a favore di altri consumi che si presentano come “ofelimi”: viaggi, cura anche spasmodica del corpo… Non si paga più il prodotto, né tantomeno di regola, la sua qualità. Si paga il servizio: confezionamento trasporto, pubblicità, tempi di giacenza in magazzino o la cosiddetta shelf life o shelf storage… Così, nel caso dei beni di maggior consumo, non stupisce che il prezzo di prodotti come latte, vino, birra, succhi di frutta, bibite tenda ad approssimarsi a quello dell’acqua… oppure comunque siano similari: un tetrapak da 1 lt cosata da 50 centesimi a circa 1 euro o poco più. La differenza di poche decine di centesimi parla della differenza di qualità? Quasi mai. I prodotti da forno, invece, con la farina a pochi centesimi, costano il prezzo di un’elemosina se realizzati in serie, ma sono molto più cari se artigianali. Una fettina di carne o persino una porzioncina di pesce (azzurro o surgelato) può costare quanto la mancia al guardamacchine abusivo… Pena il fermarsi di una produzione che coinvolge imprenditori e lavoratori, impegnandoli giornalmente. Da qui il sorgere di una serie di espedienti, provvedimenti fittizi, campagne d’opinione, rallentamenti artificiali della crescita produttiva (quote), strombazzate paure ecologiche, programmi costosi a lungo termine, destinati a consumare della ricchezza …in eccesso. Oppure quella che c’è ad un prezzo maggiore. Tale ragionamento nulla vuol togliere ai prodotti di alta qualità: quelli veri, però…

In tutto ciò, i grandi produttori di beni hanno un interesse, che va oltre la durata di una generazione, a propagandare la presenza o il ritorno della scarsità obiettiva: acqua, energia, cereali…

Rinfocolare l’opinione favorevole a tali carenze significa favorire le multinazionali. Esse vogliono poter vendere in rapporto leonino a caro prezzo beni di comune consumo, tornando a farli recepire nell’indispensabile. Tali, in effetti, rimangono se vengono tolti dal mercato in modo reale o semplicemente fittizio, diffondendo l’idea di un rigurgito della loro “scarsità”. Siamo al contrario del dumping con il quale si vende “fuori” a meno del costo o quasi pur di vendere, stroncare la concorrenza etc. Qui si finge la scarsità di una merce (anche il più povero pesce azzurro che abbonda in mare) per venderla più cara…

In tale contesto occorrerebbe anche fosse chiaro come poche persone producano realmente e tantissime si limitino a consumare, quasi fosse una sorta di rispettivo “dovere”. E’ il risultato dell’efficienza produttiva, dell’automazione e del sopravvenire dell’elettronica e del web. Per non parlare della robotizzazione.  Pochi reggono tutto, ma gli altri vanno messi in condizione di consumare: siamo al reddito di cittadinanza che di fatto esiste già camuffato da impiego, da pensione, da “disoccupazione”, da cassa integrazione… Il reddito di cittadinanza è il punto di approdo, ma anche il destino di chi …non è capace di inserirsi nei processi produttivi e nelle occasioni di auto occupazione…

E il denaro? Quello di cui tanto si parla e rappresenta il debito precorso e, soprattutto, quello pubblico imputato agli stati? Chi scrive queste righe crede che ci troviamo di fronte ad un maledetto imbroglio. Da tempo (ancor prima della moneta cartacea) il denaro è solo uno strumento simbolico: mezzo di pagamento e misura del valore. Come ha chiarito bene Keynes, esso va messo in circolo a ragion veduta (quantità programmata).

Tuttavia gli stati vissero per oltre un secolo con enormi debiti pubblici, combatterono due costosissime guerre mondiali e ciò non impedì l’enorme crescita economica generalizzata dopo la prima e dopo la seconda guerra. I motivi sono almeno due: il debito monetario è in massima parte fittizio, simbolico anch’esso; nessuno manderebbe fallito chi è capace di continuare a produrre, in questo caso uno stato. Abbiamo visto anche che nei comuni commissariati – perché in default – cambia pochissimo… Quei debiti non verranno mai pagati…

Imporre il recupero materiale del debito pubblico nella misura in cui si sta facendo, è il vero delitto che si sta commettendo sotto i nostri occhi in questo momento storico ai danni di una parte dell’umanità. Secondo insigni economisti, se tutto il mondo seguisse la politica di rigore monetario dell’Europa, tutto il mondo si fermerebbe. Invece sta rallentando visibilmente, danneggiandosi, la sola Europa. Con vantaggio ovviamente di qualcuno. O qualcuno ritiene (anche a torto) di trarne vantaggio dai danni …degli altri. Ad esempio l’America.

Infine la politica dell’Euro e della Bce è nata, visibilmente, dalla “nostalgia” per la parità aurea. Si è ignorata la lezione della storia recente, cioè relativa alla rivoluzione industriale. La cultura ottocentesca e pre ottocentesca è dura a morire. Qualcuno si è chiesto “smarrito” come potesse funzionare una moneta priva di valore in sè: la necesssità imposta agli stati di “aquistare” l’euro dalla Bce in cambio di moneta che rappresentasse “ricchezza reale”, produzione vera e propria, assomiglia al regime della parità aurea.

Si è perso, evidentemente, determinando il regime dell’euro, il “coraggio” di guardare alla realtà storica: la parità aurea era venuta a a mancare ancor prima dell’uso della carta moneta, priva di alcun valore intrinseco. Il valore facciale della moneta d’oro o a parità aurea (convertibile in oro) era infatti da molto tempo superiore a quello della parità aurea. Così come le antiche monete in “metallo vile” messe in circolo da Roma, Atene… Già allora si capiva come non si potesse produrne “a volontà” e se ne ritirava una parte tramite le imposte… E’ questa la “vera” funzione delle imposte per uno stato che “potrebbe”, ma sarebbe tragico, battere moneta ad libitum…

La moneta, in armonia con i dettami keynesiani, dev’essere, e lo ribadiamo, “quella che serve” e “quanta ne serva” per assolvere ai suoi compiti: mezzo di pagamento e misura del valore. La quantità in circolazione o “medio circolante” dev’essere stiudiata e stabilita dalla banca centrale competntante per ciascun territorio. Essa, oggi più che mai, deve intrattenere un dialogo con le  banche centrali degli altri territoi o stati…

 

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