Grande attesa per il film iraniano The Alien / Namo dell’esordiente Nader Saeivar, che non delude le aspettative e per un’ottima ragione. A sostegno del giovane talentuoso regista, che ha dimostrato comunque di avere tutte le carte in regola, c’è il pluripremiato Jafar Panahi, esponente di punta di quel cinema, che ne ha scritto la sceneggiatura. Il risultato è un film coraggioso, che porta avanti il discorso politico per il quale Panahi è ora costretto al silenzio. La denuncia cioè, del governo dittatoriale degli ayattollah, ispirato a un estremismo islamico che tiene il paese in un limbo di arretratezza e nega ogni forma di libera espressione.

In una città dell’Iran una macchina, con a bordo due misteriosi passeggeri, si ferma ormai da giorni nello stesso posto, creando non poche preoccupazioni fra chi abita lì intorno. Nessuno però ha il coraggio di chiedere spiegazioni, temendo che si tratti di agenti governativi venuti ad arrestare qualcuno di loro. La misteriosa presenza diventa l’elemento catalizzatore che fa emergere piccole e grandi colpe di ciascuno, scheletri nell’armadio sepolti in fondo alla coscienza. L’unico a non preoccuparsi è Bakhtiar, un professore curdo che viene da lontano, ma che da anni ormai vive e insegna in quella città. Lui ha la coscienza a posto e quella macchina non lo disturba. Serio, taciturno, rigoroso e inflessibile, anche a costo di pagarne il prezzo, a scuola come nella vita privata, finisce col far convergere su di sé i sospetti di molti.
Metaforico e ricco di simboli, il film affida al protagonista un chiaro messaggio politico, che tocca l’apice nella scena in cui è a colloquio col funzionario che dovrebbe rinnovargli il contratto, e intanto viene fuori casualmente il ritratto del primo famigerato ayatollah. Magnifico l’attore che lo interpreta, Bakhtiyar Panjeei, che non a caso ha prestato al suo personaggio nome (semplificato) e cognome. Presentato alla Berlinale 2020, il film è stato premiato come miglior esordio.
Delude invece la Cina, presente a Taormina con The cloud in her room, film d’esordio della regista Zheng Lu Xinyuan, freddo e plumbeo come il pretenzioso bianco e nero in cui è girato, a dispetto di alcune acrobazie sperimentali. Al centro della storia c’è la 22enne Muzi che torna nella città natale di Hangzhou e si stabilisce nel vecchio appartamento di famiglia, abbandonato da tempo.

Il padre, musicista sempre in giro, ha lasciato la madre, che ora ha un compagno tedesco, mentre lui ha avuto dalla seconda moglie un’altra figlia, ancora bambina. Un caos famigliare che di certo non giova a Muzi, già spaesata dal ritorno in una città profondamente cambiata, che quasi non riconosce. E si consola con amicizie e relazioni mordi e fuggi, sia maschili che femminili.
Personaggi senza storia, privi di spessore, e nessuno sfondo o approfondimento del contesto storico e sociale. Solo la cronaca quotidiana della vita monotona e banale sia degli adulti che dei giovani, immersi nel medesimo squallore. E a questi ultimi il film non rende di certo un buon servizio.
Eliana L. Napoli








