Ma i media parlano solo di Ucraina e Gaza L’unica pace possibile è in Cristo
Mentre la situazione internazionale si aggrava sempre più, da alcune parti si levano voci di pace, ma, con una crisi così profonda, come possiamo sperare in una fine dei conflitti?
I conflitti globali oggi possono assumere molteplici aspetti, ma quel che aggrava la situazione è la mancanza di visibilità di alcuni conflitti globali nei media internazionali. Se, infatti, la guerra in Ucraina ha goduto di ampia copertura da parte dei media internazionali, non si può dire altrettanto per molte altre crisi, come in Guatemala, Kenya, Etiopia e Repubblica Democratica del Congo.
Secondo studi di media indipendenti:
il 96,5 % di segnalazioni relative al conflitto provengono dall’Ucraina, i grandi conflitti, che comportano massicci spostamenti di popolazione e centinaia di morti al mese, vengono spesso ignorati.
La ONG Caritas Italia sottolinea che l’oblio mediatico è una forma di tacita complicità. Senza l’attenzione internazionale, le popolazioni colpite rimangono invisibili, private del sostegno pubblico e degli aiuti umanitari. Come ricorda un dirigente della ONG: “Ogni pagina è un invito a non dimenticare, a mettere in luce storie di sofferenza e di resilienza. “. La copertura mediatica è quindi una leva essenziale per sensibilizzare e agire.
I conflitti globali hanno importanti conseguenze umanitarie, economiche e politiche.
Impatti umanitari
Perdite umane: centinaia di migliaia di civili e soldati muoiono ogni anno. I bambini, che sono particolarmente vulnerabili, subiscono mutilazioni, violenze e traumi.
Sfollamenti di massa: in Myanmar, più di 3,5 milioni di persone sono sfollate interne. In Siria, dall’inizio del conflitto, più di 12 milioni di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case.
Accesso limitato alle risorse: le infrastrutture (acqua, elettricità, assistenza medica) stanno crollando, aumentando l’insicurezza alimentare e sanitaria.
Conseguenze economiche
Gli stati fragili vedono la loro crescita spazzata via dalla distruzione e dall’instabilità.
In Africa, l’incapacità di sviluppare l’agricoltura o l’industria contribuisce alla fame e alla povertà.
Le potenze regionali, come l’Ucraina, stanno subendo perdite colossali, causando gravi recessioni.
Ripercussioni politiche
L’instabilità cronica favorisce l’ascesa di gruppi armati non statali.
Potenze come Cina e Russia stanno sfruttando i vuoti strategici, alimentando nuove tensioni geopolitiche.
Territori palestinesi e Israele: i civili di entrambe le parti stanno subendo il peso degli scontri.
Myanmar: la frammentazione del Paese rende difficile una pace duratura.
Siria: continuano i bombardamenti e le violenze, distruggendo un Paese già devastato.
Messico e Colombia: i cartelli criminali impongono un clima di terrore, colpendo civili e istituzioni.
Sahel: la violenza jihadista alimenta l’instabilità cronica, destabilizzando l’intera regione.
Oggigiorno nel mondo sono attivi 56 conflitti di diversa estensione e intensità che coinvolgono oltre 92 Paesi (più o meno direttamente), Italia compresa. Dalla Palestina all’Ucraina, dal Myanmar al Messico, vediamo una panoramica di queste guerre, che hanno prodotto nel solo 2024 almeno 233.000 vittime.
La situazione è così precaria che già da anni vari analisti e persone di rilievo, ad esempio il papa, parlano di una “terza guerra mondiale a pezzi“.
La relativa debolezza degli USA, le loro divisioni interne, la loro incapacità di intervenire in diversi quadranti, infatti, ha permesso a Paesi e gruppi armati che prima non si sarebbero mai azzardati a muoversi, ad attivarsi e a muovere guerra o ad attaccare altri Stati o altre realtà regionali. Inoltre potenze come Cina, Russia e Turchia, solo per citarne alcune, stanno sempre più cercando di influenzare aree colpite da conflitti per provare a creare una propria rete di alleanze sempre più estesa. Al contempo, l’Unione Europea, emblema della pace dopo la Seconda Guerra Mondiale, sembra incapace di proiettare la propria influenza per prevenire o fermare le guerre. L’ONU e altre organizzazioni similari non hanno l’autorità necessaria per fermare i conflitti.
La situazione, di anno in anno, peggiora sempre più come numero di morti, di feriti, di sfollati (questi sono già arrivati alla cifra record di 100 milioni!).
Soluzioni possibili a favore della pace non se ne intravedono o appaiono molto deboli: la follia umana sembra aver preso la via della distruzione totale, ma su questi scenari catastrofici solo una luce si fa strada faticosamente: è la luce del Signore che ci chiama alla fede e alla preghiera. Nulla è impossibile a Cristo.
Se non vogliamo affrettare la fine del mondo, rivolgiamoci a Lui con fiducia e quel miracolo tanto atteso da tanti popoli afflitti e stremati finalmente si compirà.
Ad alcuni potrà sembrerà sciocco o ingenuo il ricorso alla fede e alla preghiera, ma ad altri, invece, potrebbe toccare il cuore e trasformare un violento in un uomo di pace: la guerra non è solo al difuori di noi, è anche dentro i nostri cuori, dentro le nostre famiglie e le nostre città. Solo un grande sforzo collettivo farà tacere le armi e avviare un processo di ricostruzione del nostro mondo, ma soprattutto delle nostre anime.
In sintesi e per concludere, il numero di conflitti e di Paesi coinvolti negli scontri è allarmante. La proliferazione di gruppi armati, l’uso di nuove tecnologie, l’aumento della spesa militare e l’instabilità geopolitica stanno incrementando la violenza contro i civili e il rischio di guerre più estese è sempre più alto (senza per forza sfociare in una Terza Guerra Mondiale). Senza uno sforzo comune verso la pace, le prospettive per il futuro rimangono perciò cupe.
Lydia Gaziano Scargiali







