Era il 2003 quando Marco Bellocchio sfiorò a Venezia, con “Buongiorno, notte”, la conquista del maggior premio, suscitando accese polemiche. Torna ora a riflettere sull’affaire Moro col suo primo ed ultimo, a suo dire, serial televisivo, che verrà trasmesso a puntate in tv il prossimo autunno. Nell’attesa ne ricava due film, ciascuno di 160 minuti, e diviso in 3 capitoli. Il primo è nelle sale da qualche giorno, il secondo ci sarà dal 9 giugno. Ma mentre il film del 2003 si concentrava sul rapporto tra il prigioniero e i suoi aguzzini, qui Bellocchio ricostruisce con chiarezza d’intenti e di giudizio, le reazioni di quanti non apprezzavano il nuovo corso politico che stava per inaugurare, permettendo, per la prima volta, che la Democrazia Cristiana si appoggiasse al Partito Comunista, e sfidando il malcontento degli alleati americani. Lui guardava avanti, sperando di sedare le rivolte di piazza, e la prepotenza delle Brigate Rosse, che in nome di un’assurda ideologia, gambizzavano ed eliminavano i “nemici del popolo”. Il film nasce dalla volontà di ampliare e approfondire l’analisi di quella pagina drammatica della nostra storia. Ma il suo racconto, scandito cronologicamente e sostenuto da un’eccellente sceneggiatura, (scritta da lui, con Stefano Bises, Ludovica Rampoldi e Davide Sorino), non è freddamente politico. Il regista riesce a tenere in perfetto equilibrio il suo giudizio chiaro e provocatorio, con il lato umano, privato, di chi visse quei giorni. E ne ricava anche momenti di autentica commozione. Sono tanti i ritratti che ci consegna. Il primo è di Francesco Cossiga (Fausto Russo Alesi) suo pupillo ed allievo, che vuole liberarlo a tutti i costi, pena la sua carriera di politico (ma poi divenne Presidente della Repubblica). In seguito si ritrovò anche lui nel partito degli intransigenti, che rifiutavano la trattativa, molti dei quali nella speranza che non tornasse vivo. In primis Giulio Andreotti (Fabrizio Contri), il più ambiguo e sfuggente. Di lui si lamenta Noretta Moro (Margherita Buy) con Paolo VI (Tony Servillo), che si prodigò in vari modi per salvare l’amico Aldo, lanciando infine quel suo disperato, commovente appello agli “uomini delle Brigate Rosse”. Perfetto in ogni dettaglio, il film non fa pesare i suoi 160 minuti, è una polifonia di punti di vista che non lasciano dubbi sulla cattiva coscienza dei più. Su tutti svetta l’eccellente Aldo Moro di Fabrizio Gifuni, ritratto di un uomo onesto, coraggioso e lungimirante, che trova conforto negli affetti familiari.
Eliana L. Napoli







