
Don Italo Mattia, parroco nel Duomo di Orvieto, è venuto di recente a mancare all’affetto dei parrocchiani e di tanti fedeli orvietani. Il suo funerale ha mobilitato tutta Orvieto, dimostrando quanto seguito avesse questo sacerdote, cresciuto con i genitori in una casa proprio nella piazza del famoso Duomo con la facciata a mosaico ricca – splendente di ori – che si illumina in modo impareggiabile durante i tramonti.
Don Italo era cugino in secondo grado dei fratelli Germano e Salvatore Scargiali, palermitani, ma originari di Orvieto per parte di padre. Per dare un’idea della personalità di Don Italo Mattia, pubblichiamo il suo ultimo scritto con cui saluta gli orvietani e chi l’aveva conosciuto in vita. Mentre scriveva stava per ricoverarsi presso il Gemelli di Roma, consapevole di star vivendo i suoi ultimi giorni…

Ultime volontà di Don Italo Mattia (Parroco al Duomo di Orvieto)
“Scrivo queste mie ultime volontà alla vigilia del ricovero al Gemelli, per un intervento chirurgico, ho appena celebrato la messa della seconda domenica di quaresima, la domenica del Tabor, in essa ho benedetto l’acqua con la quale sarà portata la benedizione alle famiglie della parrocchia, io sarò in ospedale ma spiritualmente in pellegrinaggio tra le famiglie per ringraziarle dell’affetto che ci lega e portare ad esse l’annuncio della Pasqua. Voglio dire un grazie sconfinato a quanti, cominciando dalla nonna e dai miei genitori, mi hanno aiutato ad amare la messa come il dono più grande che avessi potuto ricevere e divenuto fonte per gli altri la messa è diventata per me sorgente e culmine di tutta la vita, il buon Dio mi ha guidato a vivere la messa portandoci tutta la vita e a celebrare la vita diventata essa stessa una messa, l’unica messa, celebrarla ogni mattina davanti al santo corporale è stato un continuo richiamo alla tenerezza di Dio che non dimentica mai la fame dei suoi figli. Grazie alla comunità parrocchiale, a partire dalle suore che mi ha seguito cercando di fare della messa domenicale l’appuntamento fondamentale di tutta la settimana che lì confluisce e lì riparte, per diventare tutta Eucarestia, così mi viene spontaneo di dire il prossimo grazie al Duomo, la chiesa più bella del mondo dove per quarantaquattro anni ho celebrato la messa e donato i sacramenti e la grazia di Dio a migliaia di fedeli, iniziò proprio dall’invito del vescovo Dondeo di rendere più autentica la cosiddetta messa di mezzogiorno, la mia storia con un gruppo di giovani. Erano gli anni sessantotto, la nostra contestazione era questa, volevamo una messa più genuina, più vicina alla gente comune senza escludere nessuno grazie a quei giovani per averci creduto grazie signore per averci aiutato, i frutti non mancarono, debbo al buon Dio oltre alla fiducia tra me e i giovani l’invenzione del campeggio per famiglie un’esperienza di chiesa genuina che faceva dei monti lo scenario più bello per imparare a vivere da fratelli. Una gratitudine immensa va alla mia famiglia, ho imparato ad amarli a fare esperienza di chiesa con loro e grazie a loro e sono sicuro che sono debitore a loro di una vita umana e sacerdotale felice, sono felice di essere prete, non mi sono mancate difficoltà e sofferenze mai però ho smesso di essere un prete felice, nel ministero ho avuto la grazia di confratelli che mi hanno edificato con la guida e l’esempio della loro vita, anche nelle difficoltà e nelle diversità di opinioni mai è venuto meno il senso di appartenenza all’unico presbiterio, grazie confratelli, grazie Gesù buon pastore spero che anche la mia vita sia stata di buon esempio, se ciò non fosse stato, e anche solo se non fosse stato evidente per qualcuno ne chiedo umilmente perdono a Dio e alla chiesa. Da parte mia perdono tutto a tutti, lascio in eredità ai confratelli la mia passione per i giovani, se li amiamo e preghiamo per loro il Signore benedirà il nostro apostolato e farà maturare in essi la fede e la gioia di essere cristiani, ai laici affido la passione per la messa perché sia sempre più il centro della loro vita, a tutti coloro che svolgono servizio, il compito di continuare ad operare perché tutti ci sentiamo concelebranti, nessun altro servizio uguaglierà quello fatto nella e per la messa infine una consegna ai giovani che è anche la mia speranza e il mio augurio, amate Gesù e la chiesa, nessuno vi induca ad abbandonare Gesù e la chiesa, chi lo facesse non vi vuole bene, e facile infatti scoprire i difetti della chiesa e ancor più facile dimenticare che siamo anche noi chiesa e forse un po’ del meno bello che c’è è anche colpa di noi che abbiamo tanta chiarezza nel predicarla, la vostra fede giovane vi spinge a trasformare ogni voglia di critica in un impegno di rendere più bella la vostra parrocchia e il vostro gruppo, a tutti lascio un abbraccio di fraternità e di gratitudine. In manus Tuas Domine commendo spiritum meum. E’ nelle tua mani che affido la mia vita, sono tuo figlio, ti amo mio Signore. Don Italo”
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Ho frequentato per alcune settimane Don Italo Mattia, che rintracciai mentre ero ad Orvieto presso la scuola nazionale di Educazione fisica – prima della Guerra era scuola nazionale femminile di educazione fisica – con la squadra azzurra degli ufficiali italiani, impegnati nel campionato mondiale di percorso di guerra (Nato). Era con me già allora mia moglie Lydia Gaziano, nipote, a propria volta di due missionari, Totò Cumbo e Calogero Gaziano, questo in attesa di essere beatificato, per le opere compiute a Porecatù, nelle foreste del Brasile, oggi una bella cittadina di 300 mila abitanti.
Don Italo era il solo parente, assieme ai genitori, rimastomi ad Orvieto. Non si chiamava Scargiali, ma me lo indicarono come cugino degli Scargiali. Eravamo “tutti via” come nella canzone di Di Bari…
In quei giorni ebbi modo di conoscere le doti umane e quelle di credente e sacerdote di quel cugino, appena un po’ più grande di me, e anche lui un po’ matto come tutti noi. Sorridevo, perché sapevo da prima che si riferiva quel cognome “Mattìa” che sembrava già un’allusione. Conoscevo quel cognome, sul cui senso sorridevamo… Un po’ matti, ma non certo “cattivi”… Si raccontano i soliti aneddoti degli antenati: veri o inventati? Arricchiti con un po’ di fantasia come le favole metropolitane, certamente…
Don Italo ci invitò un giorno a pranzo dai suoi, offrendoci anche i famosi “crostini“, specialità locale per eccellenza, il cui condimento può ricordare il pasticcio di carne all’inglese. Almeno come lo faremmo noi italiani… Commisi l’errore di portargli una bottiglia di Amaro Averna. Da intenditore di vini e liquori (mi sento tale) non avrei dovuto sbagliare: lì gli amari sono quelli dei frati trappisti o dei camaldolesi, senza un “atomo” di zucchero. Imperdonabile, quel liquore dolciastro gli dovette sembrare il peggior amaro del mondo e …me lo disse o quasi. Sperimentai, però – e fu istruttivo sul piano religioso – come i preti fossero proprio “come noi”. Non fu che una conferma, perché al liceo, Padre Parrino (si chiamava così di famiglia) ci riuniva a casa per darci lezioni di catechismo e teologia. Ci riceveva in pantaloni e camicia sorprendoci. Un paio di volte ci disse ridendo: “State attenti quando parlo e ricordate quel che dico, se no chi me l’avrebbe fato fare a non prender moglie?” Don Italo e Don Elio Parrino erano persone dagli occhi limpidi e dalla voce chiara: più dogmatico e filosofo il secondo, potevano sembrare dei sognatori… Quando lessi la massima di Madre Teresa, “non salverai quel giorno il mondo, ma se vedi il bene, fallo”, pensai a loro.
Tornando a Don Italo Mattia, come riporta Google, si impegnò tutta la vita in mille opere. Dicevano: “è instancabile”. Orvieto lo ricorderà a lungo, come lo ricordiamo mia moglie ed io… (Germano Scargiali)







