“Lidia” ha fondato una sartoria a Roma ed ha il suo atelier nel quartiere Esquilno… E’ un’extracomunitaria. Si va da lei per farsi confezionare un vestito su misura come si faceva una volta… Attorno al cucito nascono cooperative e tanti migranti realizzano collane, orecchini ed altri bijoux.
Con tutti questi lavori organizziamo anche delle sfilate, adattando il tutto, sia ai gusti degli africani che degli italiani, creando abiti simili o uguali per la madre e per il bambino. Fra loro mamma e bambina nei giorni di festa vestono uguale…

“Black and white”, la sartoria, sta favorendo questa contaminazione che è in atto. Il mondo è globalizzato e quindi anche la moda si sta globalizzando. Il laboratorio ha fatto incontrare tante persone creando anche “un marsupio” di diversi modelli che saranno poi venduti in tutti i negozi. In Africa c’è ancora la capacità artigianale che molti di loro apprendono anche al posto di frequentare la scuola. Così i migranti portano spesso questa loro esperienza.
C’è una nuova moda che nasce. Una moda da far conoscere e apprezzare. Questi giovani che arrivano a Roma ci guideranno verso un mondo nuovo. Usano delle stoffe variopinte, come il wax, che è un tipo di stoffa con vivacità particolare di colori. Anche Dior l’ha portato in passerella.
“Io cerco – spiega Lidia – di insegnare come si produce abbigliamento usando tessuti africani. Poche cose come un bel vestito può rappresentare un sogno”.
Molti migranti vogliono fare gli imprenditori della moda per dare lavoro a tanti di loro. E’ un modo d’integrarsi e di contribuire all’arricchimento della comunità locale…
Marisa Mauro
(Corrispondenza da Roma – Coordinatore Nino Macaluso)
Nota
Il wax, tessuto di cotone stampato a cera in coloratissime fantasie, considerato la stoffa africana per antonomasia e sempre più spesso preso in prestito dai designer dell’haute couture, a ben vedere è tutt’altro che africano: nasce in Indonesia, è prodotto in Europa ed è incalzato oggi dalla concorrenza cinese. Una sorta d’intrigo internazionale in salsa antropo-fashion che Anne Grosfilley, probabilmente la maggiore esperta di African fabrics in circolazione, ricostruisce per filo e per segno in “Wax & co. Antologia dei tessuti stampati d’Africa”.

Tra gli africani e il wax fu amore a prima vista. Il prodotto è subito richiestissimo, anche fuori dal Ghana, e si diffonde in tutta l’Africa occidentale e centrale. Una delle ragioni del successo va ricercata nella creatività dei commercianti, che attribuiscono un nome e un significato a ogni stoffa. Indossando un certo tipo di wax si veicola un messaggio specifico: una preferenza, un’appartenenza, un merito, un’aspirazione o anche un’idiosincrasia. Per dare un’idea: ci sono wax celebrativi con l’effigie della regina Elisabetta o la borsetta di Michelle Obama, altri ironici-aspirazionali con il simbolo del dollaro o accessori di lusso, altri che rielaborano grafismi tradizionali…
“Il wax – spiega Grosfilley – può essere considerato un simbolo dell’incontro tra culture, ed è diventato un elemento di unità panafricana, sebbene il suo arrivo in Africa possa essere considerato da molti punti di vista casuale”.
Na anche sul wax hanno “messo le mani” i cinesi… Ma che cosa c’entra la Cina? Oggi molte fabbriche cinesi stampano imitazioni del wax senza ricorrere però al processo bifacciale tipico del batik. Questi tessuti spesso riprendono e rielaborano in nuove combinazioni cromatiche i disegni ideati dal brand olandese Vlisco, che è il più grande produttore mondiale del wax di alta qualità e ha aperto stabilimenti anche in Africa. Attirano gli acquirenti in virtù della loro economicità: hanno, infatti, prezzi inferiori da sei a dieci volte…
Quando le grandi maison, come Louis Vuitton, Junya Watanabe, Jean-Paul Gaultier o Agnès b, hanno usato il wax, è stata la consacrazione.
Però – si osserva acutamente – sarebbe importante che chi scelga di usare il wax si impegnasse a valorizzare il made in Africa. L’industria della moda è un campo artistico, ma anche un motore economico potente. Se l’Africa è di moda, ma non ci sono vantaggi economici per gli africani, il processo rischia di diventare sterile.
Come scriviamo spesso, non è da sottovalutare la crescita dell’Africa, che è già “forte” per quanto qualcuno additi solo l’arrivo dei migranti. E’ una crescita che sarà decisiva per l’Europa e l’Italia in particolare. Chi ha un minimo di lucidità con i con i mezzi di cui la ‘nostra’ modernità dispone di certo – dovrebbe contribuire a questa crescita comunque in atto. Non esiste, tuttavia, un piano europeo per lo sviluppo dell’Africa. Significherebbe porre un freno all’immigrazione, iniziare a trattare da pari con gli stati africani e aprire anche presso di essi nuovi grandi mercati…








