In memoria di Gianpaolo Pansa giornalista, saggista e scrittore

Quando un giornalista con le sue idee contro corrente viene pubblicato dall’Espresso -magazine di certo intransigente in fatto di antifascismo – fornisce per ciò stesso il metro del proprio valore. Qui si chiedeva chi fra Berlusconi e D’Alema cercasse di più di “mettersi nei panni dell’altro”, almeno un po’, per rifarsi da indubbie crisi di prestigio…

Ci ha lasciati il 12 gennaio 2020 Gianpaolo Pansa, uno dei più grandi e onesti narratori del giornalismo italiano. Pansa era nato a Casale Monferrato il 1º ottobre del 1935. Giornalista arguto e puntuale aveva lavorato per la Stampa, il Messaggero, il Corriere della Sera, Libero, La Verità e per i più famosi settimanali italiani quali L’Espresso e Panorama riuscendo con i suoi articoli a trasmettere ai suoi lettori eventi e sensazioni uniche. Ebbe fin da giovane un particolare interesse per la storia italiana ed , in particolare, per quel periodo storico chiamato “La resistenza”, già oggetto della sua tesi di laurea in Scienze Politiche. Divenne così uno scrittore curioso e sincero che, partendo da posizioni politiche di sinistra, con grande coraggio seppe affrontare, con la curiosità e l’onestà del vero giornalista, temi e tempi di grande impatto sociale e storico gravati da lunghi e colpevoli silenzi.

Nel 2001 pubblicò “Le notti dei fuochi”, sulla guerra civile italiana combattuta tra il 1919 e il 1922. Ma fu “Il sangue dei vinti”, il saggio del 2003 sui crimini dei partigiani compiuti dopo il 1945, che scatenò la mainstream mediatica che gli contestò l’accusa di revisionismo, falso ed interessi privati. Questo accadeva invece di riconoscergli l’onestà intellettuale e la correttezza propria del giornalista “attenutosi alla verità sostanziale dei fatti” su temi oggetto di turpi fatti di violenza e sangue e su cui la classe politica catto-comunista aveva steso un velo d’oblio. Fu un attacco violento e continuato che si attenuò soltanto perché in quegli anni cominciavano a mutare le condizioni culturali e politiche. Ma lui andò avanti.

Pansa,accusato di revisionismoeneofascismo fu un caso rarissimo -in questo dopoguerra -di giornalista super partes. Eccolo in un atteggiamento in cui fa forse il verso alla famosa immagine di Einstein...
Pansa, accusato di revisionismo e addirittura neofascismo, fu invece un caso rarissimo – in questo dopoguerra – di giornalista super partes. Eccolo in un atteggiamento in cui fa forse il verso alla famosa immagine di Einstein…

Il “Sangue dei vinti” fu il primo del «Ciclo dei vinti», di una serie libri sulle violenze compiute da partigiani nei confronti di fascisti durante e dopo la seconda guerra mondiale. Tra di essi, oltre a Il sangue dei vinti (vincitore del Premio Cimitile 2005), Sconosciuto 1945, La Grande Bugia e I vinti non dimenticano (2010) e I figli dell’Aquila, racconto della storia di un soldato volontario dell’esercito della Repubblica sociale italiana. Non poche volte gli fu impedito di parlare e presentare i propri scritti. Ma lui non si arrese e continuò a scrivere e pubblicare fino agli ultimi giorni, come si conviene ai grandi giornalisti e a quelli d’ogni settore…

Ricordiamo “Quel fascista di Pansa (2019)”, Eia eia alalà (2014), La grande bugia (2006), I vinti non dimenticano (2010). Un’epopea, un riscatto, un’operazione di verità e giustizia. Pansa nonostante ed anzi contro gli attacchi della Intellighenzia di sinistra continuò sempre a scrivere fedele alla sua opera di verità e giustizia fino ai giorni nostri. Ricordiamo, tra i suoi volumi, l’Italia di oggi con i suoi conflitti, sofferenze e aspettative, Italiaccia senza pace (2015) e L’Italia non c’è più (2017). Ultimi libri, in ordine cronologico, sono La repubblichina (2016), Quel fascista di Pansa ed Il dittatore su Matteo Salvini, entrambi del 2019. Certo, anche grazie a Pansa, c’è da chiedersi come mai l’Italia si permetta di far luce sui crimini ignorati della sua storia solo quando sono gli intellettuali di sinistra a renderli noti al grande pubblico riservando a chi si è lamentato per tanti anni un conforto postumo.

Resta di certo il merito a questo grande testimone della nostra storia di aver avuto il coraggio e l’abilità di aver contribuito a riabilitare un periodo triste dell’Italia attraverso il proprio sacrificio ricordando quello di tante donne e uomini italiane. I suoi lettori e l’Italia alla fine hanno capito e ricorderanno…

Guido Francesco Guida

 

Nota

In un momento in cui è esecrabile e noi abbiamo esecrato il ripetersi “quasi meccanico” di una canzone, bella di per sé (purtroppo) e piena di buone speranze (però mal indirizzate), come Bella ciao, testimone d’un tempo da dimenticare, in cui Italiani spararono su altri italiani con eccessi e crimini da ambo le parti, val la pena di rileggere, fra le tante le coraggiose parole di Gianpaolo Pansa che ci permettiamo di citare, scusandoci per le infinite omissioni dall’articolata opera di un giornalista che seppe andare contro corrente e ci riuscì, in un’Italia di “allineati e coperti”, ben certi su quale fosse l’atteggiamento “più conveniente” per vivere tranquilli e, soprattutto, far carriera!

Così Gianpaolo Pansa

Come si muove un gendarme? Quando s’imbatte in qualcuno che infrange la legge, lo acchiappa e lo schiaffa in guardina. Perché non osi più disobbedire alla norma. Si comportano così anche i Gendarmi della Memoria. Loro si sentono gli unici custodi del solo racconto autorizzato e legittimo del conflitto interno che insanguinò l’Italia fra l’autunno del 1943 e l’aprile 1945. Per poi sfociare in una dura resa dei conti sui fascisti sconfitti. E tutto ciò che contraddice il racconto da loro difeso deve essere smentito. O, meglio, ancora, taciuto, ignorato, cancellato. (G.S.)

 

Nota 2

Ovviamente, non tutto – come allude qui sopra G. Pansa – era da cancellare, né è stato cancellato. Restano ospedali, scuole, strade, ferrovie, palazzi come la Farnesina, quartieri modello (nel mondo) come l’EUR e il Foro Italico in Roma, ma in tutta Italia, patrimonio della Repubblica e della democrazia, indubbiamente conquistata con orgoglio. Il regime anteguerra di tanti errori può esser accusato, ma riportò l’Italia, il pensiero e la stessa architettura al “razionalismo” più altamente novecentesco, credette nell’innovazione e nella tecnologia, le applicò in svariati settori industriali (siderurgia, cantieristica navale, meccanica, chimica, ferroviaria…) e combatté fino a radiarla la massoneria.

L’orgogliosa conquista della piena democrazia – oggi, fra l’altro, tradita dall’ascesa di governi non votati – sta funzionando (mentre ci avviciniamo ad un secolo di sperimentazione) con enorme difficoltà organizzativa prima che politica. In Italia manca la programmazione, manca un centro decisionale, mancano i controlli, manca – oggi – anche l’apparato. L’Italia, per certi versi, oggi non esiste: non ha una pubblica amministrazione in grado di funzionare, non ha politica estera, anche se è dall’estero che vorrebbero “farla contare”, la invitano, data anche la sua posizione geografica e la sua civiltà a …intervenire, a …contare un po’! L’Italia viene invitata ad esercitare la funzione che le spetta, nei confronti del Nord Africa e dell’intero Mediterraneo. Tutto ciò, anche se il prevalente interesse planetario è che il Mediterraneo …non decolli.

Siamo, quindi, in …grandi guai, all’apparenza insormontabili. Perché l’Italia non è “attrezzata” ad affrontarli, ma anche perché avversari molto forti non vogliono che li affronti. Cioè che l’Italia si metta in grado di procedere in quel senso…

Siamo tornati senza dubbio ad un “anno zero” del quale non possiamo far altro che prendere atto. Occorre compiere soltanto una “presa visione” e ripartire con nuove idee. Idee assolutamente nuove…

Chi le fornirà all’Italia? Le individuerà al proprio interno, cioè la sola “riserva” cui deve e può attingere?  Non aspettiamoci nulla dall’esterno, come insegnano Manzoni (Adelchi), Foscolo (I sepolcri) ed altri ancora…

Al “Belpaese”, quello …là dove il sì suona, di cui Dante e Petrarca auspicavano già l’unità…  Dante, come sappiamo, imprecava: “…hai serva Italia di dolore ostello non donna di provincia, ma bordello”. E Petrarca cantava: “Italia mia, benché il parlar sia indarno alle piaghe mortali che nel bel corpo tuo sì spesse io veggio…”

(Germano Scargiali)

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