In ricordo di Gaetano Messina  

 E’ trascorso più di un mese dalla scomparsa del “nostro” caro amico Gaetano e, con nostro, intendo dire mio e di mio marito Germano, anche lui da poco scomparso.

Ora mi tornano in mente le appassionate discussioni sugli argomenti più vari davanti al caminetto nella casa dell’Ulivo blu, l’ottimo arrosto accompagnato dalla tenera verdura dell’orto di casa, il miagolio dei gatti, a volte l’abbaiare di un cane. Un tempo che non sembrava poter finire…

Gaetano Messina, sempre accompagnato e supportato dalla moglie Rosa, in fondo, pur tra dolori e difficoltà di vario genere, ha vissuto felice: si è permesso il lusso di essere se stesso, di dire quello che pensava, persino di scriverlo pur sapendo di rischiare.

Ha coltivato le sue passioni: la pittura, il disegno, i foulard di seta…creando, fantasticando, coltivando amicizie negli ambiti più vari. E’ stato apprezzato e stimato da persone semplici come da illustri professori, dottori o giornalisti.

Per alcuni anni è stato anche l’organizzatore di un Premio, chiamato “I 4 arcangeli del mondo”, che si svolgeva nella sua stessa villa di Campofelice.  Per l’occasione, Tanino consegnava delle targhe a personalità distintesi in vari ambiti dell’arte, della cultura e del giornalismo.

Da qualche anno aveva capito che stava per andarsene e aveva deciso di lasciare i suoi scritti e le sue opere a chi li avrebbe conservati.

E a questo proposito, voglio ricordare un episodio che mi ha particolarmente colpita. Gaetano, chiamato affettuosamente Tanino, fra le tante battaglie che aveva combattuto ce n’era in particolare una che gli stava molto a cuore. Suo padre era stato uno dei tanti siciliani costretti a emigrare in America e aveva ottenuto la cittadinanza americana. Tanino pensava di poterla ottenere anche lui, essendo figlio di uno statunitense. Ma così non fu e i suoi tentativi di ottenerla andarono a vuoto. Colpito dall’ingiustizia subita, Tanino provava molta empatia per le tante prepotenze subite dagli emigrati italiani e un giorno mi regalò un volume, dal titolo “Storia dimenticata” di Deliso Villa, Meneghini editore, che parlava proprio di emigrazione.

All’inizio – devo dire – lo guardai con poca curiosità perché essendo un’insegnante di storia pensavo di conoscere bene l’argomento. Comunque, lo cominciai a leggere e fin dalle prime pagine mi accorsi, invece, non solo che era molto interessante, ma riferiva fatti che i libri scolastici, non riportano, soprattutto riguardo le grandi responsabilità dei governi italiani nell’avere favorito il fenomeno migratorio senza neppure tentare di attenuarlo e, cosa ancor più grave, di non avere, in seguito, prestato assistenza ai propri connazionali. Chi, invece, si spese, a volte anche a costo della propria vita, furono sacerdoti e missionari, così spesso ignorati dai media.

Quante volte la storia andrebbe riscritta!

Caro Tanino, ti ringrazio per questo libro e speriamo che un giorno si faccia piena luce su questa triste pagina della storia italiana.  Sarà, per te, un’altra battaglia vinta.

 Lydia Gaziano

 

A questo mio ricordo personale voglio aggiungerne un altro, perché mi sembra ben descriva il fantasioso, eclettico, impetuoso Tanino: un articolo, pubblicato, qualche anno fa, da mio marito su palermoparla.news, dedicato appunto al giornalista di Campofelice di Roccella: Gaetano Messina.

Ho conosciuto Gaetano Messina tanti anni fa.

Mi sembrò subito uno dei personaggi più strani che avessi mai incontrato…Ma sono strano anch’io, me lo dicono in tanti. Sono sempre pronto a diffidare, a prendere le distanze, a sentirmi stanco prima di cominciare. Oppure a farmi cogliere dal rapido entusiasmo…Mah! Forse, la mia prima reazione è solo paura dell’ovvietà, sempre in agguato…In Gaetano Messina c’è ben poco di ovvio. Quando lo salutai, mentre mi allontanavo, sapevo già di aver trovato un amico.

Gaetano Messina è il maestro, il giornalista. Senza troppa istruzione è più colto di tanti. Lui è anche “il matto”, il contestatore.  Il giornalista può acquisire, pur con il lungo “mestiere”, tutto ciò che si insegna e si impara. Non si imparano,

invece, altre cose, fra cui di certo il senso della notizia, come

anche la voglia di comunicare, di raccontare…A volte prepotente.

Giornalista ho detto? Lui lo è come lo si deve essere, come si dovrebbe…Mi spiego: non cerca “l’occasione” per scrivere, quasi “una scusa” per buttar giù un articolo. Sì, così fan molti…Gli brucia, invece, il ritardo con cui marcia il mondo, l’assenza –  in giro – di quello che lui cerca, anche se c’è il rischio che mai lo avrà, perché mai verrà in essere…

E’ chiaro a lui stesso tutto ciò? E chi può saperlo? Che cosa mai gli importa? Un giorno Gaetano vede una stortura, il suo pensiero la fotografa e già va a letto col “sacro fuoco”. L’indomani comincia a scrivere: pezzi che bisogna rileggere, limare anche tanto. Ma che hanno ciò che serve, ciò che vale: un senso, una necessità, una notizia.

Ho detto tanto del mio amico Gaetano e tanto ho dimenticato. Non poteva essere diversamente. Ho scordato la parola artista, che mai fu più appropriata. Per Gaetano l’arte non sono i suoi quadri, non le sue sete dipinte, non le sue iperboli verbali, i paradossi…Come i veri artisti la sua arte è la vita. La sua originalità – credetemi – sta in tutto, quasi fosse un pregio, un merito ed anche una condanna: potrebbe avere il fisico di un folletto, invece ha quello, un po’ ingombrante, a metà fra un

santone e un uomo di campagna…

Gaetano Messina ha condotto anche battaglie sul terreno pratico, attaccato alla terra dove è nato, a quella falesia che guarda il mare nella sua amata “Contrada Calzata”, a due o tremila metri fuori dalla “metropoli”: Campofelice di Roccella…

Siamo nei luoghi del famoso “passaggio da Campofelice” che riguardò un “qualcosa” che si chiama Targa Florio. Ed io che scrivo e che la Targa l’ho raccontata – anno per anno nella sua epopea – in circa 200 pagine, commissionatemi, da giornalista appena ventiduenne, dopo averla vista per tutto il dopoguerra e averne sentito raccontare il passato in Famiglia, non riesco a non trasalire.

Gaetano ne afferra, certo, l’importanza. In realtà quel “passaggio da Campofelice” significò per un secolo – di una storia scritta da eroici patrioti e rombanti motori – la vittoria dei maggiori assi del volante. Che cosa restava da fare, dopo tanti giri e le ultime curve giù lungo la discesa da Collesano?

Restava Buonfornello e poche curve: pressare sull’acceleratore e lo sapevano far tutti. Se la corsa l’avevi vinta o ben condotta fin lì

ti aspettava solo il trionfo: la vittoria o la soddisfazione intima, una breve danza tra le ultime curve, tanto per far sentire ancora il lamento del tuo motore prima del trionfo: una corona d’alloro attorno al collo! Tranne per Achille Varzi che corse gli ultimi chilometri con la macchina in fiamme e giunse ustionato. Ma vinse!  E tutti, in migliaia, eravamo, anno dopo anno, col vincitore: felici se era italiano, bene anche se era d’oltralpe, biondo e con gli occhi color del cielo che avevano rischiato per girare attorno a quelle curve con onore, ma anche sognato con noi: la Targa …

Così Gaetano Messina – stavolta il giornalista, il polemista – conduce la sua battaglia. Perché troppi hanno dimenticato che lì, quando non era neppure Buonfornello, ma la men nota “Contrada Pistavecchia”, partenza e arrivo della Targa avvenivano sul rettilineo e Floriopoli non era nata: ma c’è di più: il cartello autostradale non indicava Campofelice – la sua piccola…metropoli distesa come una ninfa ad ammirare il Tirreno – sul cui territorio, includendo Cefalù, si contano più turisti che a Catania e provincia, bensì Buonfornello.

Ma che cos’è mai Buonfornello che non esiste neppure? Gaetano conduce le due battaglie nei suoi articoli e con la parola.

Oggi tutti conoscono la storia delle tribune con ristorante, tutto – già allora – in prefabbricato, gli uomini eleganti e i dandy, con le signore dai grandi cappelli che ripetevano la moda europea  “sportiva per allora”,  ma anche inconfondibile “da Targa Florio”.

Da sogno…Lì sul rettilineo che, si sa, ebbe un ruolo decisivo con i suoi 11 chilometri per la scelta del percorso.

Un cartello autostradale campeggia, ora, in verde: Campofelice di Roccella. Gaetano ce l’ha fatta, anche stavolta. Ma ce la fa di più nella sua vita: arte pura nella “Casa dell’Ulivo blu”, dove coltiva anche la sua vocazione per l’esoterismo e dove ha vissuto, a parte i viaggi giovanili in giro per il mondo, tutti i suoi giorni “recenti” con la cara moglie Rosa, che lì lo ha costretto a fermarsi, facendo, spesso, lui il Don Chisciotte con lei accanto, lì a giocare allo scudiero, disincantato, ma segretamente ammirato, per cercare invano di riavvicinarlo alla realtà della giornata.

Germano Scargiali       

 

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