Racconto tratto dal libro di Mariceta Gandolfo “Sotto il cielo di Palermo” Edizioni La Zisa
Allo scoppio della seconda guerra mondiale, la giovane Elsa Brambilla sentì nascere in sé un’inquietudine, che cresceva di ora in ora: la sua natura pratica e efficiente, portata ad affrontare i più gravosi compiti senza mai lamentarsi, nonostante la sua salute delicata (era appena guarita da un brutto attacco di tubercolosi, che le aveva lasciato una magrezza impressionante) la spingeva all’azione e a partecipare allo sforzo bellico in modo più pregnante e diretto, rispetto al lavoro nell’azienda paterna, dove sostituiva i fratelli maschi, chiamati sotto le armi a combattere su vari fronti.
D’altra parte il suo cuore generoso e compassionevole sanguinava al racconto delle terribili sofferenze dei soldati al fronte e anelava a portare aiuto e conforto, magari solo con un sorriso e una buona parola.
Chiese quindi il permesso al padre di arruolarsi fra le crocerossine, l’associazione, così chiamata dalla croce rossa che portavano sul davanti della divisa, fondata da Florence Nightingale, che radunava giovani donne che fornivano competenza infermieristica e conforto morale, in occasione di gravi calamità come guerre o disastri naturali come il terremoto di Messina del 1908.
Ma il padre oppose un diniego irrevocabile: Elsa era diventata ormai indispensabile in azienda e poi andare in guerra non era compito delle donne, se proprio avesse voluto partecipare allo sforzo bellico, si sarebbe potuta mettere a sferruzzare calze di lana per i soldati o sarebbe potuta diventare “ madrina di guerra”, intrattenendo una relazione epistolare amichevole con qualche ufficiale al fronte, elargendo conforto e amicizia, ma restandosene al sicuro in casa sua!
In effetti, nonostante le crocerossine avessero fornito un’ottima prova di serietà e competenza, la loro associazione era guardata con diffidenza e dovettero superare parecchi pregiudizi: faceva scandalo la promiscuità che si instaurava fra queste giovani donne e tanti uomini di ogni ceto sociale, in luoghi lontani dal rigido controllo familiare per cui fu instaurata una regola: le crocerossine avrebbero potuto assistere solo i soldati semplici e non gli ufficiali, per mantenere una certa distanza sociale, che scoraggiasse le relazioni amorose.
In Italia la regina Elena in persona assunse la presidenza della Croce Rossa, per conferire un’aura di rispettabilità e onore alla missione di crocerrossina: malgrado ciò molte famiglie erano restie a permettere alle loro figlie di indossare la divisa bianca con il corto velo blu e la croce rossa stampata sul petto
Elsa però dietro i miti occhi azzurri celava una volontà di ferro: mise di mezzo la madre, le sorelle e persino certe suore che conosceva per convincere il padre a farla partecipare ad un corso di preparazione per crocerrossine.
Come Elsa fosse riuscita a vincere la resistenza paterna fu un mistero: forse furono le raccomandazioni delle buone suore, forse furono le pressioni di certi alti ufficiali dell’esercito che fecero notare al Brambilla come fosse sconveniente che un industriale come lui, che ci teneva ad avere buoni rapporti con il Governo, continuasse ad osteggiare un’associazione di cui era presidentessa la regina Elena in persona, fatto sta che la giovanissima Elsa, nella sua divisa di crocerossina si imbarcò tutta orgogliosa sul cacciatorpediniere italiano, che attraversava il Mediterraneo, diretto in Africa.
Il viaggio per mare fu un sogno: la temperatura era mite, le notti stellate e la nave risuonava delle canzoni, che un battaglione di soldati italiani, trasportati sul fronte africano insieme alle crocerrossine, cantava romanticamente sul ponte ogni sera.
“Questa è la nave che va, commentava amaramente una veterana con la giovane Elsa, per questo sono ancora così allegri. Sentirai i lamenti e i pianti sulla nave che torna, carica di feriti e mutilati: ragazza mia, la guerra non è uno scherzo!”
Che la guerra non fosse uno scherzo la giovane Elsa lo scoprì ben presto: le cose non andavano bene sul fronte africano e, dopo alcuni successi italiani, i nemici erano penetrati i Cirenaica ed erano dovuti intervenire gli alleati tedeschi col generale Rommel, per fronteggiare quel diavolo dell’inglese Montgomery, che dall’Egitto si spingeva fino alla Libia.
Gli scontri erano molto sanguinosi e l’ospedale rigurgitava feriti, che bisognava assistere in sala operatoria e confortare nel decorso post- operatorio.
Se era stato difficilissimo per Elsa abituarsi al sangue, alle cancrene, alle amputazioni, che doveva affrontare quotidianamente davanti al tavolo operatorio, forse ancora più difficile era affrontare quei poveri ragazzi a cui doveva comunicare che non avrebbero più camminato o non avrebbero più visto il volto della madre.
Elsa, usando un tono ora scherzoso, ora compassionevole, ora fintamente autoritario, riusciva a portare una ventata di gaiezza in corsia e perfino a strappare qualche risata.
“Sveglia, sveglia, giù dalle brande! Se non vi vedo tutti lavati e sbarbati fra mezz’ora, stasera non vi porto a ballare” esordiva la mattina, come se veramente quei poveri feriti avessero potuto alzarsi da soli e andare a lavarsi.
“Guarda chi è arrivata, la capitana!”
La chiamavano “la capitana” per il tono fintamente burbero con cui riusciva a farsi prontamente ubbidire da tutti quegli uomini affidati alle sue cure.
“Capitana, vieni qui e dammi un bacio”
“Capitana da minchia! Vieni qui e fammi un pompino!”
“Non lo ascolti, signorina Elsa, è un porco”
Scherzavano e dicevano oscenità, ma l’adoravano tutti e ,quando lei era di riposo, si lamentavano e la cercavano disperatamente
Dov’è andata ieri, signorina Elsa, che non l’ho vista?”
“E’ uscita col fidanzato?”
“Ce l’ha il fidanzato, signorina Elsa?”
No, Elsa il fidanzato non l’aveva e non lo voleva avere, nel suo cuore era fidanzata con tutti, li amava tutti allo stesso modo, in tutti vedeva i suoi fratelli, soprattutto Paolo, che era stato fatto prigioniero dagli Inglesi e di cui non si avevano più notizie.
O, forse, non era del tutto sincera con se stessa.
C’era in effetti un soldato, verso cui i suoi occhi si indirizzavano per primi, di cui spiava ansiosamente i minimi segni di miglioramento, il cui letto visitava per ultimo, per avere il piacere di soffermarsi qualche minuto di più a parlare.
Era un giovane dai lineamenti delicati, dalle mani lunghe da pianista e dalla voce gentile, che si distaccava nettamente dal comportamento grossolano e dalle battute pesanti dei suoi compagni di corsia.
Si chiamava Franco Beldramin, era veneto e laureato in filosofia, come aveva confidato a Elsa ed era stato arruolato come soldato semplice per punizione, a causa di certe sue idee libertarie e pacifiste.
La ferrea regola che imponeva un distacco sociale fra le crocerossine e i loro pazienti era stata così casualmente aggirata, perché Franco, pur essendo un soldato semplice, apparteneva per educazione familiare e cultura allo stesso ambiente di Elsa, che a poco a poco se ne innamorò perdutamente.
Franco le parlava di Benedetto Croce e di Kant e del concetto di libertà, come la più importante prerogativa dell’uomo e Elsa assentiva entusiasticamente, perché lei era uno spirito libero e aveva sempre lottato perché la sua libertà venisse riconosciuta e affermata.
Franco le parlava dell’etica del dovere ed Elsa si riconosceva pienamente in questo senso morale fortissimo, che la spingeva a compiere i suoi doveri fino in fondo, fino a trascurare la sua salute, senza aspettarsi altra ricompensa che la dolcezza dell’approvazione della propria coscienza.
Ma i momenti più dolci erano quelli in cui Franco le parlava di poesia, recitandole a memoria i suoi poeti prediletti: Pascoli, i romantici inglesi e soprattutto Baudelaire e Verlaine, i cui versi puri e malinconici suscitavano nell’animo di Elsa ricordi teneri e tristi della sua adolescenza solitaria.
Perché Elsa era stata una ragazza solitaria, pur vivendo con i genitori e quattro fratelli: si era isolata a causa delle sue precarie condizioni di salute, ma anche per la consapevolezza dolorosa di non poter condividere le confidenze e i sogni amorosi delle altre ragazze: era brutta, irrimediabilmente brutta, secca come un manico di scopa, con i lineamenti ossuti e il petto scarno da tisica. Chi si sarebbe potuto innamorare mai di lei?
Solo un cieco. E infatti Franco era cieco: era rimasto ferito agli occhi dallo scoppio di una granata ed era momentaneamente cieco, anche se i medici speravano di salvargli la vista.
Non conosceva dunque l’aspetto fisico di Elsa, ma andava scoprendo a poco a poco la bellezza della sua anima e se ne stava innamorando.
Elsa si abbandonava perdutamente a questa timida felicità, che il caso le aveva regalato, cercando di non pensare al prossimo futuro, quando, rimosse le ultime bende, gli occhi di Franco, abituatosi alla luce, avrebbero cercato ansiosamente il volto della sua Elsa.
Elsa immaginava il lampo di delusione che avrebbe colto sul viso di lui, ma era troppo buona e generosa per augurarsi una soluzione diversa, cioè che il suo innamorato rimanesse prigioniero delle tenebre, ma suo per sempre e già aveva pensato di sparire dalla sua vista prima del momento fatale.
Intanto però si godeva la dolcezza di questi ultimi giorni d’amore e l’illusione di essere una bella ragazza come tante altre, che fa progetti per il futuro insieme al suo innamorato.
“ Appena finisce questa maledetta guerra ti porto su al mio paese a conoscere mia madre e la mia casa”
“Già mi sembra di amarle entrambe”
“Voglio due bambini, un maschietto e una femminuccia. Di che colore hai gli occhi, mia piccola Elsa?”
“Azzurri”
“Io ho gli occhi castani ma mia madre li ha azzurri come te, così forse il maschietto avrà gli occhi castani come i miei e la femminuccia azzurri come i tuoi”
“Speriamo, amore”
“Elsa, ti amo tanto… tu non mi lascerai mai, vero?”
“Sarò sempre vicino a te, amore”
Ma quando una settimana dopo gli furono tolte le bende, Franco cercò invano con gli occhi la sua Elsa.
“Non c’è, è stata trasferita in Africa orientale” gli comunicò un’anziana infermiera, complice di Elsa
“Ma così…senza neanche avvertirmi…Non può sparire in questo modo!”
“Ordini superiori a cui bisogna obbedire senza ribellarsi”
“Mi aveva giurato che non mi avrebbe lasciato mai. Allora non mi amava: era solo pietà”
“Non ci pensi, si goda la licenza, torni al suo paese e vedrà che presto incontrerà una bella ragazza e si scorderà di Elsa”
“Ma avrei voluto darle almeno un bacio d’addio, guardare almeno una volta il suo volto…Com’era infermiera? Era bella?”
“Bellissima”








