Sono i neozelandesi i velisti più forti del mondo. Lo sono stati quest’anno e lo resteranno fino alla prossima edizione della America’s Cup, se è vero che – a torto o a ragione – a questa costosissima competizione è attribuito il titolo di formula uno della vela.
Gli americani di Oracle ce l’avevano messa tutta per conservare l’augusta carraffa, messa in palio a suo tempo dalla Regina Vittoria d’Inghilterra. Dato il valore intrinseco non eccelso, rispetto alla spasmodica voglia di possederla nel salone del proprio club, viene scherzosamente demitizzata con il nomignolo di old mug, la vecchia brocca… I detentori californiani avevano creato la strana formula anti storica dei mega catamarani super plananti provvisti di foils, le doppie alette sotto ambedue gli scafi che consentono di sollevarsi sull’acqua, un po’ come …fanno gli aliscafi.
I kiwi di New Zealand sono riusciti nell’impossibile o almeno, in ciò che sembrava tale. Riportano a casa il trofeo che, conquistato una prima volta nel 1995, era partito per Valencia nel 2003 e poi per San Francisco nel 2010.
Emirates Team New Zealand, questo il nome completo della barca incluso lo sponsor ormai tradizionale, conquista la Coppa America per la seconda volta, dopo averla perduta, premiando l’orgoglio nazionale neozelandese, grazie ad una preparazione meticolosa. Ha chiuso la partita in nove regate per chiudere con il punteggio di 7 a 1. Ci voleva uno scarto netto, un cappotto per battere senza scampo gli americani… Anche nell’ultima giornata New Zealand non ha commesso errori nella messa a punto della barca e si espressa in manovra a’altezza della propria classe…
In Nuova Zelanda la vela è lo sport nazionale. La vittoria sarà celebrata con grandi feste. Il Viaduct Basin di Auckland, Queen Street saranno il percorso di un bagno di folla per il Ceo Grant Dalton, il timoniere Peter Burling, lo skipper Glen Ashby e l’equipaggio che è giovane e ricco di talenti.
Oracle, a quattro anni di distanza dal grintoso ritorno in regata di San Francisco, non ha saputo esprimere lo stesso potenziale. In America’s cup, del resto, non basta ripetersi, occorre crescere… Il timoniere James Spithill, dato gran favorito, di solito freddo calcolatore, è apparso quasi confuso, trovatosi di fronte al giovane Peter Burling.
Quali sono, dunque, i segreti di questa vittoria? Sul piano umano l’inatteso aplomb marino di Peter Burling, fresco vincitore di una medaglia d’oro alle Olimpiadi di Rio, maestro di 49er, un “ragazzo” spavaldo, lontano dalle incertezze di Dean Barker che lo ha preceduto. Poi l’esperienza di Glen Ashby, già prescelto per la sua conoscenza dei multiscafi. Sul piano tecnico le innovazioni sono molte e danno la misura di come i progettisti, tra cui qualche designer italiano, hanno interpretato al meglio il regolamento di stazza. La produzione di energia a bordo (sotto forma di olio idraulico in pressione) con un meccanismo azionato da 4 ciclisti e non con l’utilizzo di quattro “grinder” (verricelli, ndr). Con le gambe si riesce a esprimere uno sforzo più continuo, oltre che più potente… La carenza di energia ferma quasi la barca, è il motivo dell’interruzione del foiling. New Zealand ha imbarcato per coprire questo ruolo anche il ciclista professionista Simon van Velthooven…
Lo skipper e tattico Glen Ashby ha ideato un sistema di controllo della randa che non utilizza la tradizionale scotta, rimasta come memoria dell’antico su tutte le altre barche, ma un sistema idraulico che gli consente soprattutto di regolare il twist, parola difficile da tradurre più che l’angolo di scotta. Questo cambia le condizioni quando bisogna controllare lo sbandamento della barca con il variare del vento. È un po’ quello che sulle barche tradizionali è la funzione del vang.
Altro vantaggio è stato quello di utilizzare 4 configurazioni per i foils e non solo due come gli altri. Il regolamento consente la costruzione di due coppie di derive e la variazione del 30% della loro superficie. I kiwi hanno realizzato un sistema smontabile delle “tip” (la parte terminale) e questo rende più flessibile il sistema e la messa a punto della barca a seconda del vento previsto, operazione fondamentale per le migliori prestazioni. Navigare e quindi volare con questi catamarani significa infatti muoversi in un mondo a tre dimensioni e non più a due. Sinistra destra, alto basso. I kiwi si sono rivolti a un mago dei droni, un fotografo che è stato in grado di far volare il suo drone davanti alle barche a cinquanta centimetri dall’acqua. Con il suo aiuto i tecnici hanno sincronizzato le telecamere di bordo con i dati sulle le prestazioni…
Bertarelli aveva iniziato col dire: “Bello godersi la Coppa America da spettatore…” Ma il suo carattere irruento è venuto fuori quando i kiwi hanno sovvertito il pronostico: “Lancerò la fida per la prossima edizione – ha affermato l’armatore di Luna Rossa – metterò subito in movimento la macchina organizzativa di Prada…”
La Coppa nella valigia Louis Vuitton vola verso la Nuova Zelanda per riprendere posto nella sala al primo piano del Royal New Zealand Yacht Squadron. Ci saranno risvolti non solo sportivi, ma anche economici per il piccolo stato neozelandese. Luna Rossa ritornerà, dunque, lì come Challenger of Record, con un team giovane. La prossima edizione della Coppa America sarà tra tre o quattro anni, mentre le barche con le quali si regaterà saranno decise tra qualche mese dal detentore, ma è probabile che resteranno i catamarani, per strani e lontani dalla tradizione che siano…






