Italia vincente, organizzazione non all’altezza, spirito olimpico al lumicino
Cala il sipario sulla 33° Olimpiade moderna. Tanti i successi per l’Italia, nona nel medagliere davanti alla Germania, con 40 medaglie, di cui 12 ori, 13 argenti e 15 bronzi.
A questi splendidi risultati vanno, però, aggiunti anche i numerosi quarti e quinti posti e le tante finali conquistate dagli azzurri.
Se si guarda il bicchiere mezzo vuoto i quarti posti sono una sconfitta, una delusione, ma se lo guardiamo, invece, mezzo pieno vediamo tanti talenti, molte promesse, future certezze.
Se c’è stato in certe occasioni da recriminare per le decisioni dei giudici di gara, alquanto discutibili, per altre, invece, è stato il caso che ha voluto così. Si tratta, comunque, di risultati di altissimo valore, assolutamente da non sottovalutare.
Le Olimpiadi sono (o dovrebbero essere) una festa dello sport. Sono nate in questa ottica: competere in modo corretto, rispettando sempre l’avversario, sia quando più forte sia quando meno.
Del resto, se si ricordano le famose parole di de Coubertin, il promotore delle prime Olimpiadi moderne: “Ciò che importa non è vincere, ma partecipare” si comprende come, oggi, col professionismo sempre più imperante, lo spirito olimpico originario si stia perdendo.
In origine, infatti, gli atleti scelti per partecipare ai Giochi olimpici erano rigorosamente dei dilettanti e il professionismo vietato: chi gareggiava lo faceva per amore dello sport e non per denaro, ma un altro aspetto particolarmente apprezzabile era il messaggio di pace che proveniva da una manifestazione che univa i popoli di tutto il mondo.
Qualcuno, però, dirà: i tempi sono cambiati e così il dilettantismo più rigoroso è stato abbandonato a causa di necessità contingenti come i costi elevati di certe discipline e il numero di ore da dedicare agli allenamenti, ormai tale da impedire all’atleta qualunque attività lavorativa collaterale e, per quanto riguarda lo spirito di pace, ad alcuni sembra che alcuni paesi non meritino di essere ammessi a partecipare a causa delle guerre intraprese.
Una regola che, però, viene poi applicata solo nei confronti di alcuni stati e non vale per tutti. Vedi il caso della Russia, esclusa dalla partecipazione ai Giochi, ma a ben vedere, se si considerassero realmente tutti i conflitti attualmente in corso, le esclusioni sarebbero state ben più numerose.
La giustizia umana, del resto, come spesso accade, somiglia più alla dea bendata che a quella fornita di bilancino che immaginavano gli antichi greci.
Da deplorare certamente il dileggio, sui social, nei confronti di una campionessa come la Egonu, ma anche il tifo contrario all’oro olimpico di Tokyo Gianmarco Tamberi, da parte di certi cronisti sempre pronti a difendere i diritti umani, purché non si tratti di nostri connazionali di antica data. Ci si permetta, così, di esprimere contrarietà nei confronti di chi crede di essere nel giusto solo quando si allinea al politicamente corretto.
L’integrazione è un’ottima cosa solo se attuata con criteri di vera giustizia. Ne è un esempio, per restare sul tema pallavolo, il caso di Sylla, nata a Palermo, cresciuta in un ambiente che l’ha accolta come una figlia, dove ha anche iniziato a giocare a pallavolo, in una terra, quella siciliana, povera di tante cose e in particolare di impianti sportivi, dove lo stato si vede poco e la popolazione, invece, si sobbarca spesso a compensare le tante carenze presenti.
Purtroppo, troppo spesso, oggi accade che l’ideologia prenda il sopravvento sulla realtà e gli ideali – condivisibili – di inclusione si scontrano con le conseguenze prodotte appunto da tale ideologia.
Ad esempio, chiunque si senta donna ora può gareggiare contro le donne, senza che vengano considerati aspetti fondamentali come cromosomi e livelli di testosterone.
Inoltre, la furia ecologista di Macron ha subito un duro colpo quando l’illusione di una Senna balneabile si è scontrata contro la dura realtà di una fogna a cielo aperto che ha provocato infezioni e malanni a tanti nuotatori, beffandoli, inoltre, nelle loro aspirazioni di vittoria.
La “grandeur” del ducetto parigino si è, inoltre, arenata difronte la tradizionale avarizia dei transalpini, presto rivelatasi nei letti di cartone e nella mancanza di aria condizionata del villaggio olimpico.
Tornando allo spirito olimpico vorremmo dire a chi non sembra condividerlo perché lo crede superato dai tempi che lo sport è anche uno spettacolo che affascina e coinvolge per i suoi aspetti umani: la gioia, il dolore, la delusione, la sconfitta, l’ingiustizia, il caso fortuito. Assistiamo in diretta a qualcosa che accade sotto i nostri occhi e ci coinvolge emotivamente e intellettualmente.
Tifiamo, lottiamo, speriamo anche noi e, comunque vada, in fondo, in quei momenti abbiamo partecipato, abbiamo sofferto, gioito, insomma abbiamo vissuto anche noi una pagina della storia che non potremo dimenticare.
Lydia Gaziano Scargiali






