Scusi, lei è favorevole o contrario? …Di sordiana memoria. Mutuo questa domanda a ciascuno di noi. Con gli smartphone in mano, pronti ad immortalare qualsiasi soggetto, siamo tutti Steve McCurry, Lee Jeffries oppure Jimmy Nelsson, tra i ritrattisti più famosi al mondo, per citarne alcuni. Ci accontentiamo di qualsiasi risultato e ne siamo fieri. Ogni scatto è meraviglioso e lo mostriamo orgogliosi a chiunque ci capiti davanti esaltandone la qualità.

Dopodiché releghiamo le nostre creazioni in un pen drive o nella memoria del nostro PC. Ovvero nel dimenticatoio. Quanti di noi stampano le foto? E’ ancora l’unico sistema per conservare un ricordo. E sopratutto in quale formato? Se ci accontentiamo del classico formato tradizionale standard 10×15 va tutto bene, ma se cerchiamo una stampa d’effetto (formato A4) a quel punto ci accorgeremmo subito della magagna. E sì! Perché il sensore di una fotocamera – il vero cuore – installato su di uno smartphone, pensate, misura appena 15mm2. Mentre quello di una reflex è almeno 25 volte più grande. I megapixel non servono a niente se il sensore è piccolo. Tra i produttori delle più importanti marche di cellulari è guerra di pixel – l’ultimo prodotto nato della Samsung detiene oggi il record di ben 12 megapixel. Ma come accennato non sono i pixel quelli che fanno la differenza.
La superficie del sensore di immagine determina la grandezza dei pixel sensibili alla luce e, in ultima analisi, la qualità reale (oltre che soggettiva) delle foto che fa. Appare dunque chiaro che, a parità di superficie, più pixel quasi sempre portano con sé foto più disturbate (specialmente in condizione di illuminazione critica) perché i fotodiodi che catturano la luce (chiamiamoli pure pixel) sono più piccoli. Non a caso le fotocamere full frame, con il loro sensore gigante da 36 x 24 mm, sono quelle che garantiscono non solo una qualità migliore ma anche un minor rumore sulle basse luci, proprio perché ad un sensore grande corrispondono anche pixel più grandi. Il sensore infatti è composto da milioni di pixel, e ogni pixel è composto da una microlente e da un elemento elettrico che trasforma la luce in segnale digitale. Più grande è il pixel più grande è la luce che cattura, con una resa quindi più accurata e con un rumore minore.
Lo spazio dedicato al vetro e al sensore resta un elemento più che fondamentale nella resa qualitativa dell’immagine e nel modo in cui un dispositivo elettronico cattura la luce. Lo smartphone ha dalla sua la leggerezza e portabilità, facilità d’uso, costo, connettività (social network) e utilizzo di software. Per queste caratteristiche è apprezzato nel fotogiornalismo. Non c’è partita, invece, se lo scopo è quello di un utilizzo professionale, nei casi in cui la qualità deve essere la più alta possibile, la reflex è l’unico strumento usabile. Possiamo disporre di ottiche intercambiabili, fotografare in manuale impostando i tempi e i diaframmi, scegliere la sensibilità (ISO), dotarsi di un flash esterno, alla fine ottenere stampe di altissima qualità.
Perché i produttori degli smartphone non usano gli stessi sensori delle reflex? Un sensore più grande genera più calore, un grosso problema per le dimensioni compatte del cellulare. Gli ultimi nati della Apple e Huawei sono dotati di due obiettivi e due sensori per fare una sola foto, nel primo caso i sensori sono collegati a due lenti una grandangolare l’altra teleobiettivo, nel secondo i due obiettivi sono identici per fare due tipi di foto una in bianco e nero l’altra a colori. In questo caso il sensore in bianco e nero, che è privo del filtro per la cattura dei colori, ha una maggiore sensibilità e dunque, se c’è poca luce, fa foto migliori. Non possiamo esaurire questo affascinante argomento in poche battute. Perché il vero scopo dell’indagine sarà quello di descrivere la bellezza della fotografia sin dalle origini, esaltando le potenzialità di un rinato sistema analogico con l’utilizzo delle pellicole e per i più fortunati la stampa in camera oscura…
In un’era in cui tutto è digitale, in cui tutto si riduce all’esperienza della tastiera del computer, dove tutte le immagini acquisite ed elaborate svaniscono una volta spento il computer, la camera oscura regala ancora l’emozione dell’immagine che lentamente si forma nella bacinella di sviluppo, emozioni date anche dall’esperienza sensoriale oltre che visiva, anche tattile.
Franco La Valva (Palermo, 15/2/20)
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