“Quod abundat date pauperibus” afferma un vecchio adagio latino di stile evangelico. C’è arrivata anche la Ocse e ci arrivano in tanti. Non citiamoli, perché, se riferito al dovere della carità, anche materiale, qui concorda anche il Corano: chi non fa la carità non va in Paradiso.
Ma, parlando tecnicamente, dire che si risolva il problema dei poveri – giovani o vecchi che siano – togliendo ai ricchi, con il loro consenso o meno, è “molto” puerile.
Certamente è opportuno che si adottino politiche assistenziali nei confronti di tutti coloro che si trovino in condizioni di debolezza. Avviene da molto tempo. Prima i religiosi, poi i governi hanno provveduto ad occuparsi in vario modo del problema. Ideologie recenti, in contrasto con quanto sostengono alcuni economisti liberali di marca teutonica – in testa a tutti, Von Hayek – hanno invece ritenuto che lo stato con le proprie leggi debba provvedere a tutto. E’ in tale filone che – erroneamente anche qui – si innesta persino il principio del reddito di cittadinanza: qualcosa che esiste anche da molto tempo in vari stati e che sarà – sotto altre forme – una conseguenza di una realtà in divenire assolutamente difforme dalle teorie della carenza o scarsità sulle quelle da cui un provvedimento come quello promesso e non mantenuto in Italia dichiarava di scaturire.
Ma tutta questa materia è talmente offuscata da stati emozionali, sentimentalismi, ideologie e simili che è sempre stato terreno di chiacchiere e svarioni…
Si può iniziare da qualunque parte. Si contrabbanda – ad esempio – il concetto che gli interessi dello Stao coincidano con quelli del cittadino. Ciò non è mai vero neppure ai maggiori livelli di perfezione. Sta scritto su tutti i buoni libri di economia e finanza e solo l’ideologia può smentirlo: lo Stato ha le sue “casse”, la famiglia e l’individuo hanno la loro, ma anche lo Stato è in una perdurante situazione creditoria e debitoria nei confronti dei cittadini, come singoli ed anche nel loro insieme.
Lo Stato ha sempre vivo in sé il fine di far quadrare i propri conti, il proprio bilancio e ad assolvere anzitutto alle necessità relative al proprio mantenimento, per non dire al mantenimento della funzione di comando, che è un’altra osa. Ma si potrebbero fare altri esempi e allargare la casistica…
Togliere ai ricchi? Sono i ricchi che devono provvedere ai poveri? Certo la tassazione ad aliquote progressive ha certamente una logica. Va adoperata con cura, ma è già in uso ovunque.
I ricchi, però, investono i propri soldi. L’Europa decollò con la propria economia nel 1500 quando emersero, dopo le grandi esplorazioni oceaniche, i primi “capitalisti”. Vengono chiamati ancora così come li chiamarono subito allora, ma furono imprenditori che gettarono le basi dell’industria moderna. Ciò non servì tanto e soltanto ad elargire stipendi, ma – grazie al risultato della produzione, cioè in pratica al valore aggiunto – a trasformare la società medievale nella società moderna.
Negli anni in cui si registrarono delle impennate della crescita: Prima del 1929 e subito dopo la fine della crisi (nel 1936 era già nato il mondo moderno e gran parte della attuale way of life, come provano “già da sole” le cronache delle Olimpiadi di Berlino), fu sempre grazie al formarsi di nuovi capitalisti e classi imprenditoriali.
Contrariamente ai timori di Malthus gli uomini non soffrirono la fame dopo pochi decenni, contrariamente ai timori di Falan non dovettero rifugiarsi in palazzoni circondati dagli orti (falansteri). Contrariamente a quanto temeva Marx, l’industrializzazione non condusse al progressivo impoverimento dei lavoratori e ad una crescita indiscriminata dei ricchi. Bensì condusse ad un innalzamento el tenore generale di vita inimmaginabile, sia pure senza una regolarità precisa, a macchia di leopardo e lasciando indietro zone geografiche che non avevano recepito le nuove tecnologie.
E perché tutto questo? Perché non si era formata una categoria o classe di ricchi, cioè di capitalisti. Tutto si può fare, dalla previdenza sociale alle politiche del welfare. Ed è stato fatto. Bene o male non è facile dirlo e non è facile farlo…
Uscirsene fuori, però, con frasi ad effetto e vecchi timori, preistorici concetti con l’intento di risolvere i problemi con colpi di spugna è – dicevamo – assolutamente puerile oltre che da stupidi. Togliere qualcosa ai ricchi? Certo, ma con saggezza…
Se siamo “seri”, non possiamo non dirci oggi tutti …un po’ socialisti. Il motivo è lo stesso del “Perché non possiamo non dirci cristiani“, come titolò bene una sua opera Benedetto Croce (con il quale per altri versi non si può concordare).
In un mondo che cresce, però, tutto è sempre più scienza, tecnica, tecnologia, statistica, ma anche scienze umane e – infine – morale... Perché.poi, non religione? Tutto ciò necessita alla base di liberismo e libertà. Affondare il coltello nella vita privata, anche dei ricchi, può essere un errore madornale.
Germano Scargiali








