L’Italia continua ad essere legata alla Nato e, quindi, alla politica Usa, anche se quest’ultima è la inevitabile “rivale storica” del Mediterraneo. Si è visto quanto il potere americano abbia tenuto alla destabilizzazione dell’Africa e del Medioriente, forzatamente in guerra o nello stand y del sottosviluppo dal quale esce faticosamente, frazie alla inevitabile vicinanza – addirittura estrema con i paesi rivieraschi che appartengono alla evoluta – civilmente e tecnicamente – Europa. Oggi il confronto più importante del pianeta non è fra Usa e Cina, ma fra Atlantico (e oceani) contro il Mediterraneo. Il vecchio mare torna ad essere il cuore pulsante del mondo, il crocicchio di traffici e trasporti. E’ noto che, nonostante costituisca una porzione minutissima delle superficie acque, vi si svolge il 40% dei traffici mondiali.
Val la pena ricordare a questo punto che la Nato è diversamente definita “patto atlantico” – dizione quasi dimenticata – ma gli ultimi ad avere interesse a tale patto sono, ormai, i paesi del vecchio Mediterraneo. Per quanto la Turchia di Erdogan abbiua tenuto di recente – per prestigio – ad entrare per ultima nella Nato, bisogna considerarla in “perfetta malafede”. Da qui l’ostracismo che la main stream mediatica riserva ad Erdogan, perché “avvertita” di quanto il pre,mier turco sia , in realtà, malfidato.
Nell’affare Skripal, che ha visto 16 paesi schierarsi dalla parte del Regno Unito, espellendo decine di esponenti consolari e diplomatici russi, l’Italia si è quasi subito accodata, sia pur controvoglia, alla gran parte dei partner Nato, che hanno proceduto in tal senso. Nonostante il numero di espulsi sia basso – metà di quelli cacciati dalla Francia e dalla Germania – il gesto di solidarietà italiano, più che una necessità, vista l’assenza di prove della responsabilità russa dietro l’avvelenamento dell’ex spia – non potrà che suscitare reazioni da parte di Mosca nei confronti del nostro Paese.
Nessuno quanto l’Italia può temere la reazione del Cremlino. L’Italia con la Russia ha non pochi e non trascurabili interessi economici e commerciali. E’ in gioco, come si nota da tempo, una partnership importante. L’Italia ha storicamente adottato un ruolo di garanzia nel governare fasi cosi delicate, promuovendo la intangibilità dei confini di uno Stato, la pace e il rifiuto dell’uso della forza. La strategia del dialogo, fondata sull’equilibrio tra esigenze geopolitiche e questioni economiche, è stata curata con competenza ed un certo successo. Come si è notato nel caso delle sanzioni post annessione della Crimea e post conflitto con l’Ucraina. Le restrizioni economiche occidentali non hanno penalizzato solo la Russia ma anche l’economia europea e, in particolare, quella italiana, che esporta e importa dalla Russia in abbondanza…
Nella fase di profonda crisi che ha icoinvolto tutta l’Eurozona, l’Italia non poteva permettersei “sgarri” di sorta.E’ prevalsa, quindi la prudenza. Oggi, però, a fronte dei nuovi scenari e delle posizioni assunte nelle ultime ore, l’intesa tra i due paesi comincia ad incrinarsi. L’Italia sta pagando, ancora oggi, la crisi post Ucraina, che ha avuto un impatto devastante sull’export. E’ il secondo partner commerciale della Russia in Europa, dopo la Germania, addirittura il quarto a livello mondiale, oltre che un apprezzato interlocutore culturale e storico… Si pensi agli studi danteschi e all’adozione del latino nelle scuole…
Secondo i dati Istata-Eurosta fino al 2016, il trend delle esportazioni italiane nella Federazione Russa era in crescita, con 10,8 miliardi di euro. Le importazioni, invece, ammontano a circa 20 miliardi di euro, principalmente nel settore degli idrocarburi e delle materie prime. Oltre 400 sono le imprese italiane che operano in Russia e circa 70 gli stabilimenti produttivi realizzati nella Federazione. Gli investimenti maggiori riguardano il settore dell’energia, dove, oltre alla presenza dell’Eni, si distingue anche l’attività dell’Enel. Inoltre, si contano presenze industriali importanti nei settori aerospaziale e telecomunicazioni, quali Finmeccanica, negli elettrodomestici, Indesit, nell’agroalimentare Ferrero e Cremonini, e in altri ambiti Iveco, Pirelli e Gruppo Marcegaglia. Riguardevole anche l’attività delle banche italiane che accompagnano le imprese. Sono già a quota otto, fra cui Intesa Sanpaolo e Unicredit.
Se l’atteggiamento assunto dal governo italiano uscente può costituire un male necessario, a fronte dell’insistenza del blocco anglo-americano, è altrettanto vero che l’Italia farebbe bene a impegnarsi in tempi brevi per trovare una soluzione diplomatica a questa crisi complessa, evitando che gli effetti negativi diventino strutturali e si ripercuotano sulle imprese esportatrici, con ripercussioni che potrebbero essere pesanti sull’economia in generale. I rapporti con la Russia – sia economici che politici – dovrebbero essere accresciuti, anche di molto, anziché penalizzati…
Aldo Brandini
(Corrispondenza da Roma)







