E’ incredibile che proprio i “critici” della nostra economia che si danno aria di maggior competenza, trattino il denaro come qualcosa di statico. Potremmo premettere che da molto tempo il denaro è “uno strumento”, è – cioè – un mezzo di pagamento e una misura del valore. Speriamo che questa premessa non sia fuorviante, ma vuol significare che “il denaro non è oro”, né si consuma “come una candela”. E’ ovvio che chi lo spende lo trasferisca ad altri che ne fanno un uso similare al suo…
Ma passiamo a ciò che – forse, per chiarezza – era meglio dire prima. Fior di critici parlano del “denaro distribuito ai poveri” (come sommariamente possiamo definire il reddito di cittadinanza) si consumi,appunto, in mano ai destinatari “come una candela”. E’ incredibile! Ma non va forse, direttamente in tempi brevissimi verso il commercio e, quindi, verso la produzione? Non bisogna essere maghi: I “poveri”, appena lo ricevono, corrono a …fare acquisti. Non c’è dubbio, non dovrebbe essercene. Risvegliano, così, il “mercato“. Ma questa, si sa, è una parola oscena per qualcuno… Il consumo (anche perché di regola è opportuno) non è il momento terminale di alcun fenomeno, ma il momento di un fenomeno circolare. Ancor prima dell’economia circolare di cui oggi si parla rubando le parole a Keynes che le usava in ben altro senso, certo più aderente al nostro…
Aiutiamo chi produce finanziandolo direttamente? Perché non aiutarlo dando subito ai poveri di che consumare i prodotti? Chiaro come il sole! Eppure…
Sono 70 anni che ci dicono che i poveri sono il primo problema: si interrompe la costruzione d’una strada o d’una ferrovia, non si piange per il ritardo nell’esecuzione dell’opera, ma per gli operai a spasso… Ora tutto il contrario. Ma è il mercato – fra l’altro – che è fermo. Inutile produrre se già ci si impone di rallentare il lavoro perché pochi acquistano…
Diremo qualcosa di ancor più saliente.
Non fosse mai avvenuto che la parola economia coincidesse anche con la parola risparmio: forse è questa la rovina! L’economia è un’altra cosa: è il buon funzionamento di un apparato, quello produttivo.
Frattanto, il “reddito di cittadinanza”, indipendentemente dalle regole con le quali viene elargito – che possono essere discusse e discutibili – non è una novità: esiste già negli stati più moderni ed è un “portato” della storia, cioè una conseguenza del progresso, di come questo procede, di quanto in concreto “produce”. Non è difficile intravedere, in una realtà in cui l’automazione e l’elettronica prendono sempre più campo, che il”sistema” produca i beni di consumo a ritmi inimmaginabili 100, 50, 30, ma anche 10 anni fa. A tale produzione non riesce a partecipare “remunerata” l’intera popolazione.
Destinata a crescere è tutta l’assistenza ai deboli, ma anche ai …meno abili: non tutti sono capaci di essere dei manager, né di inserirsi nella realtà lavorativa. Occorrerà trovare nuovi modi di impiegare dei lavoratori, ma anche intervenire con maggiore solidarietà sociale, incentivando la previdenza. la società moderna può permetterselo e lo ha ampiamente dimostrato: incredibili sono gli sprechi compiuti – per molti motivi – dal dopoguerra ad oggi… Anzi c’è chi ha creduto e crede di poter quasi” rapinare il “sistema” a volontà, tanto è ricco, sia con malversazioni che commettendo errori.
Una crescente previdenza – con poche pause – è già in atto(a volte si è anche esagerato anticipando la storia) da quando esiste la rivoluzione industriale. Un tempo questo settore era riservato alle”opere di bene” della chiesa e di pochi benefattori. Da tempo si pretende che sia l’organizzazione statale ad assumersene il carico decisivo.
Altro che temere la “sparizione” del pensionamento!
Tutto sta nell’utilizzare le enormi capacità produttive del mondo tecnologico. Ed è imprevedibile dove questo arriverà nei prossimi 50 anni… Già oggi – se vogliamo una prova tangibile – assistiamo (abbiamo davanti agli occhi) la differenza fra la società tecnologica e quella che non possiede la tecnologia (terzo mondo). Grandi terre dell’Africa e dell’Asia hanno risorse naturali enormi rispetto all’Europa. Ma questa si è”evoluta” tecnicamente e tecnologicamente.

Ciò che oggi è necessario è di rilanciare anzitutto i consumi e l’immissione di denaro in circolo è comunque decisiva.Anche se si tratta in apparenza di “pezzi di carta”.Ciò che conta è che siano” accettati in pagamento” e girati ad altri che li accettano e, in cambio, producano.
Sia la storia ad insegnarci qualcosa!
Nel 1500 prese il via il mondo moderno, con il decollare dei “capitalisti” o degli imprenditori. Esso fu dovuto all’arrivo “da fuori” di metalli preziosi: oro e argento, che obiettivamente non valevano più della odierna carta moneta, ma che venivano accettati con grande slancio “in pagamento”. Ciò – in realtà – avviò il decollo del mondo moderno così come lo conosciamo. Tutto avvenne fra gli inevitabili “trambusti”, come rivoluzioni e guerre, che accompagnarono la crescita. Ma ciò che era successo era sostanzialmente soltanto ed esclusivamente l’avviarsi degli scambi e “quindi” anche della produzione.
L’economia – e con essa la ricchezza – è sempre stata – ma oggi più che mai – puro dinamismo. Come, del resto, lo è in qualche modo tutta la realtà che ci circonda.
Nel Medio Evo la ricchezza si identificò (forse ancor più che nell’antichità) con la quantità di terra posseduta e questa mentalità è durata in parte fino a tempi recenti nella mentalità diffusa. Altro simbolo di ricchezza è sempre stato l’oro. Questo mantiene un valore che, però, è simile a quello del forziere chiuso di Peperone, ameno che non venga messa in circolo. Anche come moneta o “retro moneta”, l’oro ha svolto in realtà solo la funzione di misurare il valore e alimentare gli scambi e,quindi, la produzione. L’identica funzione che svolgono da moltissimi anni anche le banconote e i titoli di credito.
Se non si capisce che il denaro è solo un simbolo, non si capisce letteralmente nulla. Se ce n’è poco in giro è una rovina, perché diviene più che mai una merce (lo è sempre), crea la deflazione che è – concordemente – la morte dell’economia. e forse con il nostro discorso si capisce fino in fondo il perché.
Io non muoio di fame perché “mangio” e qualcuno ha prodotto quel cibo. Il passaggio di denaro serve allo scambio fra il momento in cui io “ho prodotto” l’opera che mi ha reso quel denaro e il momento in cui ho pagato il cibo, compensando chi l’ha prodotto. Il denaro è solo uno strumento. Ripetiamo: se manca “in giro” è un danno per tutti.
Nell’epoca contemporanea, per anni gli stati hanno stampato più denaro del necessario, provocando inflazione e “rimediandovi” a posteriori, ricorrendo al fisco. Questo è avvenuto e avviene, per esempio, in Usa o in Giappone: Le imposte tolgono il “troppo” denaro dal “circolo”, ma – frattanto – questo ha già alimentato la crescita.
Ciò provoca una leggera inflazione che giova agli investimenti (a chi investe). Sistemi monetari come quello europeo hanno rotto un “giocattolo” che funzionava, sostituendolo con uno che non sta funzionando. Ma era prevedibilissimo: premi Nobel come Krugman (ed altri) affermano che, se tutto il mondo facesse lo stesso si fermerebbe.
In buona fede l’umanità stenta ad accettare una realtà dinamica, ma si sente più assicurata ricorrendo a tentativi di cristallizzazione, al fine di rendere tutto …più stabile e definitivo. Si cerca la certezza e si finisce nel caos. Non avverrebbe se si accettasse di gestire – sia pur con fatica – la realtà che è dinamica. Ma ciò è vero anche nella morale.
Oggi la dinamicità dell’economia è velocizzata ancor più dal fattore progresso: non sappiamo, di giorno in giorno, dove ci porterà l’esponenziale progresso. Ma l’economia sarebbe già puro movimento anche se il progresso non fosse in atto…
Chi teme per le “pensioni” è veramente un “mezze maniche”, perché non comprende che la storia procede verso un mondo più ricco (non sappiamo neppure quanto), che utilizzerà – fra l’altro – le grandissime risorse dell’attuale terzo mondo. Esse sono da molti anni ormai (guerre mondiali) l’oggetto del contendere. Sono il motivo delle guerre in atto, che sono guerre folli che riguardano spartizioni future e avvelenano il presente. Ma questo, per quanto attinente, è – anche – un altro discorso…
Germano Scargiali








