Serata evento nella terza giornata del Tao Film Fest 66…
Alle 19 la sala era stracolma, per presentare il bel documentario diretto da Alessandro Colizzi e scritto da Silvia Cossa “Io lo so chi siete”, che è parte della sezione Filmmaker in Sicilia, l’unica sopravvissuta, oltre al concorso, nel programma del Tao Film Fest 66.
…Era il 5 agosto del 1989 quando Antonino Agostino, agente della Questura di Palermo, venne barbaramente trucidato, assieme alla giovane moglie Ida, in attesa di un bambino, a Villagrazia, mentre si recavano ad una festa di famiglia. A nulla valse l’immediato intervento dei suoi genitori nelle cui braccia spirarono, prima l’uno, poi l’altra, dopo pochi minuti. Quella stessa notte alcuni agenti si recarono nel loro appartamento e portarono via appunti e manoscritti custoditi dentro un armadio. I giornali parlarono di delitto passionale, ma altro non era che il primo dei depistaggi e delle tante menzogne, che avvolsero nel mistero – tuttora irrisolto dopo trent’anni – i colpevoli (erano due su una motocicletta) e gli eventuali mandatari. Fu chiaro presto che si trattava dell’ennesimo delitto di mafia, che eliminava un personaggio scomodo. Si capì poi, che l’agente era uno 007 delle forze di polizia del quale Falcone ebbe a dire: “A quel ragazzo devo la vita”, riferendosi al tentativo di agguato alla sua villa dell’Addaura. Ma il film è anche e soprattutto dedicato ai genitori, autentiche vittime anche loro, che giurarono di non aver pace fin quando non si fossero trovati i colpevoli e fatta giustizia.
Il padre Vincenzo, in particolare, giurò sulla bara del figlio che, fino ad allora, non si sarebbe tagliato nè barba nè capelli. E lui c’era in sala, senza la moglie Augusta Schiera, scomparsa da qualche anno. Forte, deciso, battagliero e dotato di grande umanità, ha commosso i presenti (e anche a lui, in certi momenti luccicavano gli occhi) raccontando il loro costante, ininterrotto impegno nelle scuole, per accendere nel cuore dei ragazzi, la scintilla della legalità.
Oltre agli autori che sono intervenuti, in sala erano presenti sindaci, prefetti, magistrati e alti rappresentanti delle forze dell’ordine. Citiamo in particolare, oltre a Vincenzo, Flora e Nunzia Agostino, Leoluca Orlando, Roberto Scarpinato, Sonia Alfano, Piero Campagna, Angela Manca, Fabio Repici, Ivan D’Anna e Giuseppe Antoci.
Sala attenta e plaudente. Ripetute le “standing ovation”. Molto apprezzato il documentario, al quale gli autori hanno lavorato per sette anni. Non una fredda sequenza di testimonianze, ma un discorso fatto con la mente e col cuore, animato da un serio impegno civile e capace di momenti altamente creativi. Come la scena iniziale, chiaramente simbolica e metaforica, nella quale Vincenzo e un altro assieme a lui, liberano la tomba di Antonino, situata di fronte al mare, da rifiuti e sterpaglie. Chiamato sul palco assieme agli autori, Leoluca Orlando ha ricordato che Palermo si è costituita parte civile nel processo che è appena iniziato, e ha lanciato il suo anatema contro le collusioni fra stato e poteri occulti, che impediscono si faccia giustizia.
Non è un caso che attualmente in sala ci sia “Il delitto Mattarella” – altro caso insoluto – di Aurelio Grimaldi.
Alle 21,30, l’unico film in concorso della giornata “Les notres – Our Own”, opera seconda della regista canadese Jeanne Leblanc. Un film interessante ma irrisolto, che parla di una strana, incredibile vicenda, e vuole essere un apologo sul potere tentacolare e inestirpabile di chi tiene le redini del comando, qui capace di tenere in scacco un’intera comunità come quella in cui è ambientato. Siamo infatti nel piccolo centro di Sainte Adeline, sconvolto da uno scandalo al quale gli abitanti non sono abituati. La tredicenne Magalie è rimasta incinta e si è chiusa nel completo silenzio.
Nemmeno la madre Isabelle riesce a convincerla a rivelare il responsabile, ed è decisa a tenersi un figlio che comunque le appartiene. Ci si convince che possa essere Manuel, adolescente messicano adottato dal sindaco e dalla moglie Chantal assieme al fratello minore, che vengono perciò sottratti ai genitori adottivi e relegati in un quartiere assai meno vivibile. La verità però non è questa. E’ nascosta, ma non troppo, in una storia che ha radici lontane in un incidente dove sono morti in tanti, incluso il padre della ragazza. Alla fine tutti hanno capito, ma nessuno, madre inclusa, fa niente per portarla a galla.
…L’idea era buona, ma la regista Jeanne Leblanc, che ha scritto anche la sceneggiatura, non ha saputo costruirci intorno una storia ben strutturata e convincente. Troppo diluita e ripetitiva, diventa a tratti fastidiosa, anche per la scarsa empatia dei personaggi, nessuno dei quali si abbandona ad un gesto liberatorio di rabbia e di legittima ribellione, deludendo le aspettative degli spettatori. Tutti subiscono, compresa la ragazza, ferma dall’inizio alla fine nella sua enigmatica espressione. L’attrice scelta, Emilie Bierre, è graziosa ma rigida e inespressiva. Citiamo le altre due protagoniste, più esperte e navigate. Marianne Farley (Isabelle) e Judith Baribeau (Chantal). Volenterosa ma ancora immatura, Jeanne Leblanc è comunque una promessa, da attendere alle prove successive.
Eliana L. Napoli
(Servizio speciale da Taormina)








