Cronaca o favola? Quella che stiamo raccontando che cos’è? Ce lo chiediamo… Ondeggia attorno al ricorrente dilemma pirandelliano “finzione o realtà”, più volte citato – e noi lo facciamo spesso – tanto è ricco di interpretazioni e riscontri.
La favola c’è: la pensa il nipotino Alessandro e sorprende un po’ tutti. Bisogna sapere che “Alessandrino” ha imparato presto che cosa sia una città. Ma che vogliamo dire? Lui non lo ha appreso in modo generico. Ne ha fatto esperienza nella mente e certo nel cuore. A 3 anni si può sapere bene che cosa sia una città? Forse. Ma saperlo realmente – aver ben compreso che cosa siano le città con tante case, quella propria, quelle degli altri, amichetti vicini, amichetti lontani, strade piazze… – consegue, per lui, dall’aver cambiato domicilio da Palermo a Milano, aver imparato che Padova è una città anch’essa, ma non vale quanto il capoluogo lombardo per grandezza ed importanza… Non sapeva quasi parlare e mi diceva: “No Padoba, no Padoba. Milano!”
Ebbene, il piccolo Alessandro è venuto “in ferie” a Palermo, Cefalù, Patti Marina. Accidenti questi bambini moderni! Avranno troppo, fra giocattoli, Ipad che già usano ed altro ancora? Avranno perso la dimensione della fantasia? No, eccoli intenti con un solo pezzo del più rotto dei giocattoli perfettamente inanimato, ma non per loro. Una nave? Un aereo? Un bulldozer? Una betoniera? E chi lo sa? Se glielo chiedete, velo dicono con aria seriosa, anzi seria. Non mettetelo in dubbio…
Partendo per Milano Alessandrino mi avverte: “io prendo la nave per Genova”. Vai a Milano? “No, vado a Palamacìa”.
“Dove vai?” faccio io. Così vengo a sapere che Palamacìa è una città immaginaria, la città dei suoi sogni ovviamente. La sua personale Sangrillà, di cui ha creato il nome e certamente un’immagine tutta propria. Ciò che conta è che sia una personale invenzione. E lo è. Con chi scrive queste righe il nipotino casca bene. Mi somiglia personalmente nei tratti, mi chiama anche Germanino, forse solo perchè io lo chiamo Alessandrino. Non mi offendo. Tutt’altro. Ma soprattutto io ho sempre parlato una mia lingua, il “bimbopoliano”, fatto di deformazioni costanti dell’italiano – e del siculo – più una serie di vocaboli inventati o irriconoscibili anche se derivati. Ci sono due vocaboli fondamentali che sono “muciclo” (carino, mignòn per i francesi) e “guaciomo” che equivale a pacioccone o bonaccione, in bilico fra l’aspetto esteriore e il carattere, un po’ goffo, fin toppo ovvio, ma amabile..
Mentre Alessandro se ne va, fra il muciclo e il guaciomo, e l’auto scompare lungo la strada che volge verso Palermo all’imbarco delle Gnv, passa nel cielo uno stormo di uccelli migratori, aironi forse. Loro vanno al sud, l’estate finisce, tutti migrano da qualche parte dove qualcosa di necessario li aspetta. Il piccolo nostro protagonista va al Nord. O chi sa? Dove sarà mai Palamacia? Avrà una latitudine? Ma ha ragione lui: è giusto volare o navigare, almeno con la fantasia, verso la bella città dei propri sogni: Tutti abbiamo avuto, spesso senza vederla chiara, la nostra Palamacìa.
Germano Scargiali







