In questi giorni in una sala dell’Istituto “Platone” un interessante seminario ha affrontato il tema “Segreti di Sicilia – mafia connubi innominabili”. L’argomento è stato trattato esaustivamente dal magistrato in quiescenza Alberto Di Pisa.
L’argomento è stato introdotto dal preside dell’istituto Prof. Pierluigi Aurea che ha sottolineato l’importanza dell’evento, sia per la fama e la particolare competenza del relatore, sia per il soggetto dell’argomento. L’incontro è valido per il raggiungimento dei crediti formativi da parte degli studenti che hanno partecipato numerosi e ansiosi di ascoltare dalla viva voce del noto magistrato il tema esposto in maniera diversa da quella solita e alcune volte ripetitiva dei mass-media. Il preside ha aggiunto che gli incontri continueranno con cadenza mensile.

Subito dopo ha preso la parola il presidente dell’Istituto Siciliano Studi Politici ed Economici Prof. Umberto Balistreri ricordando che la mafia che oggi conosciamo ha avuto sviluppo nell’immediato dopoguerra e ha menzionato, poi, le bellissime e nitide parole del discorso di Paolo Borsellino rivolto ad alcuni giovani nel settembre 1990 a Siracusa: “Non si può dire che lo Stato si sia arreso nella sua lotta contro il crimine organizzato, perché ci si può arrendere solo dopo aver combattuto e lo Stato non ha mai combattuto questa battaglia. Non c’è mai stata da parte della classe politica la volontà di reagire alla mafia, quella volontà che venne trovata per il terrorismo. Ma il terrorismo minacciava direttamente la classe politica. La mafia invece si distingue dalle altre organizzazioni criminali in quanto la sua struttura è analoga a quella dello Stato. Non si può confondere con bande come quelle di Vallanzasca o Epaminonda. In quei casi basta arrestare i promotori per eliminare l’organizzazione. La mafia ha una struttura particolare, come lo Stato, considera il territorio come un suo elemento costitutivo”.
Il magistrato, dopo una breve presentazione dell’argomento, ha ricordato che è stato, nel passato, Pretore a Castelvetrano e poi a Palermo. Successivamente Sostituto Procuratore della Repubblica a Palermo e infine Procuratore Generale Aggiunto sempre nel capoluogo. Ha fatto parte del Pool antimafia. Quindi tra i giudici istruttori al maxi processo, fra il 1986 e 1987, per i crimini di mafia, che vide 475 imputati.
Alberto Di Pisa ha sostenuto che < nella storia di Sicilia non esistono misteri ma segreti gelosamente custoditi. I misteri denunciano una condizione di impotenza, una volontà inappagata, mentre i segreti segnalano complicità, “gestione” infedele delle indagini e uso della ragione di Stato. Questa tesi viene sviluppata dal magistrato – oltre quaranta anni nella giustizia inquirente – attraverso l’analisi dei casi più celebri che hanno avuto come scenario la Sicilia e non solo, alcuni dei quali oggetto ancora oggi di indagini>.
Parlando del termine mafia il magistrato ha ricordato che la parola è prettamente in uso nella letteratura. Quindi è meglio parlare di criminalità organizzata. Questa nel tempo ha assunto sempre più potere e forza.
La natura della mafia, nella storia, perciò la sua struttura organizzativa, venne descritta per la prima volta da Tommaso Buscetta, che con Salvatore Contorno aveva tradito Cosa Nostra. Venne fuori dalle dichiarazioni l’organigramma quindi la struttura della cupola, della commissione, dei mandamenti dei capidecina etc. cose sconosciute agli inquirenti e alle forze di sicurezza (ma spesse volte descritte dal giornalista Mario Francese, ndr).
Il tutto si concentrò nell’indagine sul traffico di droga fra il 1979 e 1984 che si intensificò in quegli anni fra la Sicilia e gli Stati Uniti. L’inchiesta giudiziaria assunse una conclusione ben precisa e dettagliata grazie alla collaborazione dei magistrati Falcone e Natoli con la F.B.I. Si importava la morfina base dalla Turchia che in Sicilia veniva raffinata grazie ai chimici marsigliesi. I laboratori erano sparsi nel territorio. In seguito l’ eroina derivata veniva spedita nei modi più svariati negli U.S.A. e distribuita nelle pizzerie gestite da italiani. Da qui l’operazione prese il nome di “pizza connection”.
Il tutto venne fuori quando all’aeroporto di Punta Raisi vennero intercettate due valigie contenenti 500.000 $. In questo intensissimo commercio che portò ad un enorme arricchimento le famiglie mafiose partecipavano sia i soci appartenenti alle famiglie dei perdenti che dei vincenti. Gli introiti erano diverse migliaia di miliardi di lire e il danaro girava tra le banche dei continenti in un modo vertiginoso e complesso.
Il colpo quasi mortale all’organizzazione, come è noto, venne dato dai magistrati Falcone e Borsellino con il contributo del sangue versato da tantissimi servitori dell’ordine.
Franco Pasanisi
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Nota
E’ interessante come Alberto Di Pisa distingua tra mafia e criminalità organizzata: una distinzione cui su Palermoparla abbiamo sempre tenuto molto. Si fa presto a dire che “la mafia” sia quella che spara ed è riduttivo parlare in alternativa di …mentalità mafiosa – pur diffusa senza soluzione di continuità, cioè un fatto di cultura – o parlare genericamente di colletti bianchi. Ancor più “strano” è il reato configurato come “collaborazione esterna“, un espediente per …lavare quel che potrebbe essere la traccia più preziosa …col “sapone”.
L’organizzazione mafiosa è quella macchina o quella realtà complessa che fece dire a Giovanni Falcone: “siamo difronte ad un nemico molto astuto e molto potente“. Lo disse negli ultimi tempi prima del fatale attentato… E’ ovvio che Giovanni Falcone non potesse riferirsi ai semplici “cow boy” di Corleone, per potenti che fossero… Ancor più chiaro è ciò che si può desumere dalla fine di Paolo Borsellino e dalle “candide” dichiarazioni di Rita Atria prima del suicidio… Tutto ciò, sempre che volessimo – prima ancora – trascurare ciò che ci insegnarono da ragazzi e quel che la vita ci ha insegnato se abbiamo sperimentato un certo numero di relazioni economiche e sociali… (D.)








