Breve premessa: nel film “La matriarca” del 1968 regia di Pasquale Festa Campanile, interprete femminile Catherine Spaak, si dice:
<<…Più che battersi per una istruzione obbligatoria, si dovrebbe introdurre la ignoranza facoltativa…>>
Questo articolo viene concepito in forma di sciarada.
“Ridere rende liberi” è il titolo di uno studio di Antonella Ottai del Dipartimento di Storia dell’arte e spettacolo della Univ. Sapienza di Roma; porta il sottotitolo “comici nei campi nazisti”.
E’ il libro su cui la stessa Ottai e Bruno Maccallini scrivono il pezzo teatrale “Grotesk”.
Dal dicembre 2018 al febbraio 2019 si è tenuto il festival “Winter Tantora” presso Al-Ula (Arabia Saudita).
Esso s’avvale di una mirabolante istallazione collocata nel puro deserto di enormi dimensioni costituita da uno specchio progettato dallo studio milanese “Giò Forma” facente parte di un teatro integrato, allestito appositamente per ospitare il festival.
Perfettamente rispondente alla affermazione dell’architetto Oscar Niemeyer: <<L’architettura deve sorprendere>>, questa struttura avvolge, riflette, amplifica le presenze umane e la natura, creando una fantasmagoria fiabesca fatta di azione teatrale e interazione di chi assiste.
L’opera è degna della migliore scuola italiana di scenografia (vedasi la Roma borrominiana ed in particolare la prospettiva di Palazzo Spada, ma anche la cupola di Sant’Ignazio da Loyola di Andrea Pozzo ed il suo corridoio sito nella medesima chiesa).
In un interessante film del regista Nick Hooker “Agnelli” del 2017, si racconta che l’Avvocato (Gianni Agnelli) fosse un vortice avido di vita vera e chi ne fosse stato coinvolto, passato il momento lampeggiante di quella, ripiombava nella più assoluta quotidianità; per onestà va anche detto che egli fu un valente capitano d’industria.
“Grotesk”, il festival “Winter Tantora”, il film “Agnelli” 2017, sono i tre elementi della sciarada.
Ovviamente i tre eventi culturali trattano argomenti completamente diversi e assolutamente non confrontabili sotto alcun aspetto; ma sarebbe ingenuo e superficiale considerare un fenomeno umano, di qualsiasi natura esso fosse, come una microparticella a se stante cadendo in quella incomunicabilità esistenziale di cui soffriva Cesare Pavese.
Certo nel caso dello scrittore, l’impossibilità di erompere nello spazio ed interagire con esso, dipendeva da un suo modo personale di percepire la relazione umana, assolutamente soggettivo e che ha dato luogo alla poetica esistenziale della sofferenza irrisolta.
Gli strumenti indagativi che si usano per l’opera pavesiana non possono guidarci a comprendere quale possa essere la relazione “in forma di sciarada” dei tre fatti “Grotesk”, il festival “Winter Tantora”, il film “Agnelli”; dovremo aguzzare l’ingegno ed intuire e quasi tras-vedere!
“Grotesk”.
E’ la quinta essenza della ballata satanica della morte.
Vi sono infiniti modi di morire, il più augurabile è quello dell’evento ineludibile che ci riserva la natura. Tuttavia la storia ci indica che non è tanto infrequente che essa sopraggiunga prematuramente per volontà umana e che questa volontà umana sia prolificissima nell’affinamento delle tecniche d’erogazione di morte.
E’ proprio quello che avviene in “Grotesk”.
Berlino degli anni venti è nel fulgore palpitante della produzione intellettuale e della sua espansione urbanistica, frutto, quest’ultima, dei risarcimenti ottenuti dal Kaiser per le guerre franco-prussiane.
Dinamismo, modernità di luci e trasporti, gioia di vivere, proprio come il bel film “Menschen am Sonntag” del regista Robert Siodmak del 1930 e proprio come stava avvenendo in Russia, dove gli intellettuali celebravano la vittoria della rivoluzione d’ottobre come l’inizio di un nuovo corso della storia ove essi sarebbero stati protagonisti liberi. Ma non fu così per entrambe i fronti!
Come ci si perde a Berlino nel gorgo del peccato lo si può ben apprezzare nel famosissimo film “Der blaue Engel” (L’angelo azzurro) regia di Josef von Sternberg con Marlene Dietrich.
Ma di quale sottobosco sia animata una grande città come Düsseldorf e a quali condizioni di vita fosse costretta la Germania negli anni della crisi della borsa del 1929 e ancora sotto gli effetti del trattato di Trattato di Versailles del 1919, lo si apprezza solo nel film “M – Eine Stadt sucht einen Mörder” (M – il mostro di Düsseldorf) regia di Fritz Lang, dove tutto quel sottobosco paradossalmente affianca la polizia nella ricerca del mostro-pedofilo, non certo perché sia suo obiettivo la protezione dell’infanzia dagli abusi sessuali degli adulti e conseguenzialmente la cura del malato-pedofilo, ma semplicemente perché quel sottobosco fatto di ladruncoli, povere prostitute da pochi marchi, truffaldini, strozzini, mezzani di ogni risma sempre alla rincorsa spasmodica di parare le svalutazioni del marco, venivano disturbati nei loro traffici dalle frequentissime retate della polizia.
“Grotesk” dice:
<<è tutta colpa degli ebrei!>> e Maccallini lo fa in termini sarcastici con quella mordacità che vuole colpire velata di comico, dove l’amarezza tinge di colore fosco e talvolta macabro l’esito finale che era in odore.
Ma si! Troviamo una soluzione rapida: una bella macelleria è quello che ci vuole!
E così fu!
E’ il genere “genetico” che si vuole estirpare nella lotta alla razza. E’ questo quello che Hanna Arendt vuole dire nel suo “La banalità del male”: non una malignità caratteriale ma la totale ignoranza delle azioni che, private di coscienza scientifica, scatenavano odio puro distruttivo verso e contro la natura stessa dell’uomo, senza alcun freno.
Quanto incombesse sulla coscienza della Germania la responsabilità dell’olocausto ebraico, lo si può vedere dal saggio del 1946 di Karl Jaspers “La questione della colpa” (sulla responsabilità politica della Germania).
Penso che questo fosse l’unico momento in cui la Germania si sentisse collettivamente tedesca; purtroppo nel male più oscuro!!!
Si, perché è ancora una questione aperta cosa significhi nazione tedesca (argomento eccellentemente sfruttato dalla propaganda nazista).
Ben se ne rendeva conto il filosofo Johann Gottlieb Fichte che, dopo la sconfitta di Jena del 1806, scriveva “Discorsi alla nazione tedesca”, ponendo alla coalizione antifrancese il problema dell’unitarietà.
Ma ancora l’art.1 della costituzione di Weimar parla di “stämme” (tribù, radice, tronco, derivazione) un non chiaro concetto che nella costituzione della Repubblica federale di Germania è accolto come “Länder” attualmente saliti di numero con la fusione della ex DDR, ove ogni “Land” ha la completa autonomia culturale per cui notevoli sono le differenze di interpretazione dei fatti storici.
Il regista Edgar Reitz nella sua saga della famiglia Simons parla di “Heimat” (ed è così che intitola la lunga serie di film a sua firma) come “il calore della dimora patria” ma qui, seppur chiaro il senso di appartenenza, la “heimat” assume un significato poetico leopardiano non ancora sufficiente a determinare cosa si intenda per Germania.
Lento, ma inesorabile è il cammino di Maccallini verso la “soluzione finale” e più che divertirsi, lo spettatore trema e suda allo spettacolo leggero di “Grotesk”. (come nella Berlino degli anni 20 e 30 si usava definire il cabaret).
Troppa voluta apparente frivolezza dell’attore nella recitazione da non intuire il baratro verso cui la storia si dirige; sia chiaro: “non c’è proprio niente da ridere”!!!
Chi avesse assistito alla performance è molto probabile che ne fosse uscito stordito; lo spettacolo era bello sotto tutti i punti di vista, ma la storia no!
Sgomento dunque o qualcosa di incolmabile simile ad un bel pugno nello stomaco restava allo spettatore?
Molto peggio: il “VUOTO”.
Il festival “Winter Tantora”.
Raramente piove nel deserto, ma questa volta è successo, anzi, una folgore ne ha squarciato il cielo e le luci dello spettacolo hanno fatto sì che Al Ularisplendesse delle sue rovine e che si riguardasse nella istallazione di “Giò Forma”.
Ma ancor di più, l’eccellenza dei protagonisti del festival (Mohamed Abdo, Majida El Roumi, Renaud Capuçon, Omar Khairat , Lang Lang, Um Kulthum, Andrea Bocelli and Yanni) ha acceso l’apparato scenografico in una specie di moto sonoro cinetico.
Lo spettatore si deve essere sentito come un globulo rosso pompato verso i polmoni (lo spettacolo) da cui caricare ossigeno per poi reiniziare il viaggio verso la periferia e lì cedere l’ossigeno-cultura-spettacolo a chi non fosse stato presente; quindi veicolo e fruitore insieme di bellezze e robusta estetica corroborante.
Poi…inizia marzo 2019, il festival si chiude, la gente torna alle proprie case.
Si, è proprio come il bel film “Signora per un giorno” di Frank Capra, ove Apple Annie una misera donna, sceneggia una falsa appartenenza nobiliare per favorire e compiacere la figlia che nel frattempo ha scalato le vette della “high society”. La figlia si sposa, il trucco è riuscito e poi…
Apple Annie e lo spettatore del festival “Winter Tantora” sono accumunati da un destino.
Che cosa potrà restare dopo l’illusione inscenata per facilitare la figlia a lei, anonimissima Apple Annie, e cosa dopo l’ebbrezza dello spettacolo del deserto?
Naturalmente il VUOTO.
Il film “Agnelli”.
L’Avvocato è contrassegnato da una irrefenabrile joie de vivre, anche se Valletta gli rammenta che ha solo 2 anni per, ancora divertirsi, scaduti i quali la FIAT sarà la sua unica preoccupazione.
Passata la meteora che lo vede a pranzo alle ore 12 a Parigi, poi una puntata per un bagno sulla costa azzurra al pomeriggio, infine a cena a Capri alle ore 22, lascia, agli amici che lo seguono, i detriti di un sogno ad occhi aperti, troppo rapido per essere digerito e altrettanto troppo irrealizzabile per essere ripetuto. Nudità della vita quotidiana; quindi: VUOTO.
A questo punto è a tutti chiaro la soluzione della sciarada: VUOTO.
E’ probabile però che l’onda dello scrivere abbia un po’ offuscato il senso vero del vuoto.
Il vuoto di uno spettacolo è colmabile si sa, basta intensificarne le frequentazioni; be non sarà proprio così facile ripetere le giornate folli di Gianni Agnelli, ma con mezzi assai più modesti ed un po’ di ingegno, una giornata vivace si può sempre organizzare.
Ma quando si tratta del VUOTO luciferino che tenta di interrompere il grande disegno di Dio senza tenere conto della parusiadel Cristo vincente (la sua seconda ed ultima venuta al mondo) e del rotolo e del settimo sigillo posti sul trono in sua attesa, come si colma quel VUOTO?
Monsignor Ravasi a commento del libro dell’Apocalisse scrive: “…Diventa quindi il libro (l’Apocalisse) dell’impegno per la lotta che, per certi aspetti è anche politica…” e lo sostiene, vivente testimone della fede in Cristo, la dichiarazione di un pastore protestante morto impiccato nel carcere nazista di Flossenburg, Dietrich Bonhoeffer:
<<…Se io ho davanti a me un’automobile guidata da un ubriaco, e questa macchina piomba su alcune persone uccidendole mentre l’ubriaco continua la sua folle corsa, io da pastore e da cristiano devo forse prima di tutto seppellire i cadaveri delle persone uccise e consolare i parenti, celebrando un bel culto funebre, o piuttosto non devo prima cercare di bloccare quel folle perché non uccida altre persone?…>>.
Sappiamo purtroppo che l’Umanità ha subito e subisce altri bagni di sangue (GULAG sovietici, sterminio degli Armeni, il recente genocidio di Srebrenica tanto per citarne alcuni) su cui è nostro dovere soffermarci non esonerandoci dalle colpe come inerti osservatori come lo stesso Jaspers dice nell’esame della “colpa metafisica”:
<<solidarietà incondizionata che ciascuno conosce per averla almeno una volta vissuta nell’ambito di una particolare unione nella vita, per cui il dolore dell’altro è il mio dolore, il suo patire, la mia passione>>.
Testo e foto di Fabio Massimo Tombolini
(Corrispondenza da Roma esclusiva per Palermoparla)
GROTESK – Teatro Palladium Roma, 2 marzo 2019.
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