Barilla ha scelto Vicari come unico centro lin Sicilia per sviluppare le tematiche sulla filiera 100% italia.
Il 29 ottobre alle 18 alla sala libertà di Vicari avrà luogo un incontro con la Barilla, i partners tecnici e con alcune aziende agricole partners.
Dal 2020 il leader italiano della pasta, realizzerà i suoi prodotti solo con grano duro italiano al 100%. Un cambiamento epocale. “No comment” per ora dall’azienda
Rivoluzione Barilla: l’italianità e la qualità pagano. E oggi i consumatori chiedono questo. Da qui la decisione storica del gigante di Parma: dal 2020 lancerà sul mercato domestico soltanto pasta di grano duro della filiera italiana al 100 per cento. Stop completo quindi all’import di grani esteri. Una novità assoluta da parte di un grande player a cui, in questi giorni, i competitor guardano con molta apprensione.
Barilla di chiude in un no comment, ma secondo indiscrezioni provenienti dai retailer la svolta sarebbe in dirittura d’arrivo. E all’uopo Barilla si rifà il look. Qualcuno sostiene di aver già visto anche il nuovo pack: non più scatole blu, ma celesti con una finestrella trasparente per vedere il prodotto.
Salta il prodotto a prezzo medio
Preoccupazione trapela anche da parte di alcuni buyer: la pasta Barilla 100% italiana costerà di più, anche perché obiettivamente il grano duro nazionale costerebbe di più. E lascerà sguarnita la fascia prezzo media del prodotto. Un problema per lo scaffale.
La multinazionale emiliana non sarebbe più libera di scegliere tra i migliori grani internazionali al prezzo più conveniente: si vincolerebbe alla sola offerta italiana, storicamente insufficiente e fino al 2016 con qualche problema: in quell’anno il ministero delle Politiche agricole scrisse che circa il 30% del grano duro prodotto in Italia era di qualità medio bassa, con un contenuto proteico inferiore al 12%. Ma questa è storia passata.
Meno vendite: reagire!
La nuova strategia di Barilla è una scelta quasi obbligata per un big player che vuole tamponare l’emorragia delle vendite, invertendo il trend di mercato: negli ultimi anni il mercato nazionale ha premiato la pasta di maggiore qualità, a discapito della fascia intermedia. E Parma ha perso importanti quote di mercato.
Nell’anno che termina all’agosto 2019, le vendite di pasta secca di semola nella distribuzione moderna (iper+super+libero servizio), rilevate da IRI, indicano un calo complessivo dello 0,4% a volume, ma con un valore in crescita dell’1,8 per cento. Barilla scivola del 7,2% a valore e a volume. La quota di mercato è calata del 2,6% al 26,6 per cento.
Tra i brand che
seguono, Divella perde il 5,4% a valore e l’8,2% a volume e Granoro, rispettivamente, il 2,7% e l’8,9 per cento. Le paste percepite come prodotto di maggiore qualità invece fanno passi da gigante: La Molisana +24% a valore e a volume; De Cecco, rispettivamente, +16,6% e +17,5%; Rummo +18,5% a valore e a volume; Voiello (gruppo Barilla) +10,8% a valore e +11,8% a volume.
Nella pasta integrale a Barilla va anche peggio: sempre nell’anno mobile terminante ad agosto 2019, perde l’8,1% a valore e il 16,2% a volume. A tutto vantaggio del più aggressivo competitor La Molisana che balza, rispettivamente, del 32,2% e del 35,3 per cento. Insomma è probabile che Barilla con la pasta italiana al 100% possa passare dalla difesa di questi giorni (una campagna promozionale puntata sul taglio-prezzi) all’attacco.
Si tratta davvero di rivoluzione Barilla? Non proprio. La pasta al 100% italiana è solo il naturale sviluppo di un processo iniziato 20 anni fa con i contratti di filiera. Compresa la “rinuncia al grano canadese“ maturato con il glifosato.
Nel 2017 i contratti di filiera Barilla coinvolgevano in Italia 50 fornitori e più di 5 mila imprese agricole, per una superficie di 65 mila ettari. Nel 2017, Barilla ha stipulato contratti di coltivazione per il 57% dei volumi acquistati (430 mila tonnellate), mentre il progetto grano duro sostenibile è cresciuto del 26%, con volumi che nel 2018 sono passati da 190 mila tonnellate a 280 mila tonnellate. Tra i big del pastario oggi i contratti di filiera sono molto diffusi, ma quasi sempre coprono una piccola percentuale dell’offerta e rispondono a strategie di marketing. Oggi nel gruppo Barilla solo il brand Voiello offre pasta Grano Aureo 100% italiana. E il brand cresce.
Quello del grano siciliano è un mondo a sé….
I grani delle 4 vecchie varietà di grano siciliano studiate erano: (Cappelli, Margherito, Russello, Timilia). I grani delle 13 nuove varietà di grano siciliano studiate erano: Arcangelo, Catervo, Ciccio, Duilio, Iride, K26, Lesina, Mongibello, Pietrafitta, Rusticano, Sant’Agata, Simeto, Tresor. Volete saperne altri di cui si riprende la coltivaione? …Tumminia, Diminia, Tummulia, Riminia, Marzuolo, Perciasacchi. Ce n’è ancora… De resto tutte le varietà nazionali raggiungono nel complesso quasi quota 200.
I grani duri antichi siciliani o varietà locali di grani siciliani sono una serie di 52 varietà di grani … In Sicilia, che vantava 52 varietà di grano coltivate, nel 2009, il 50% della produzione di … Nella ricerca i grani appartenevano a 4 antiche varietà di grano duro siciliano confrontate con 13 nuove varietà di grano duro siciliano.
Il termine antico è usato impropriamente, avendo più una connotazione commerciale che non reale. Le varietà cosiddette antiche, infatti, sono semplicemente grani che erano diffusi in un tempo non necessariamente remoto, e che oggi non lo sono più.
Sono grani per la gran parte scomparsi perché poco adatti a una coltivazione intensiva con processi meccanizzati e con largo impiego di fertilizzanti… Inoltre, hanno rese per ettaro più basse rispetto alle più diffuse coltivazioni di frumento odierne.
Oltre a questo, ha contribuito a frenare l’uso di semi di varietà autoctone l’adozione da parte di 50 paesi europei dell’Upov 91 (International union for the protection of new variety of plant) e successivamente del Tips (Trade-related aspects of intellectual property rights) dell’Omc (Organizzazione mondiale per il Commercio, altrimenti nota come WTO). Infatti, questo accordo internazionale, salvaguardando la proprietà intellettuale delle società semenziere, richiede una serie di analisi e documentazioni per permettere la vendita e lo scambio di varietà autoctone, per dimostrarne la genuina origine.
Va però sottolineato come l’agricoltura contadina tenda a resistere a queste imposizioni e resista la tradizione di riutilizzare come semente – quando le specie lo permettono – una parte dei grani prodotti, preservando così la capacità individuale di selezionare con il tempo il seme più adatto alle proprie condizioni produttive senza dipendere da una fonte esterna.
La Sicilia, che vantava 52 varietà di grano coltivate, nel 2009, ha ottenuto il 50% della produzione di circa 10 milioni di quintali da una sola varietà.
Adesso la Regione Siciliana ha deciso di far sul serio con il rispolvero delle antiche varietà di grano duro. E la Commissione Grani antichi dà il via libera a 22 tipi di grani della tradizione recuperati alla produzione…
Sarebbe il caso che crescesse la coscienza della bontà e della genuinità di questi grani autoctoni dell’Isola che era considerata dai Romani il granaio d’Italia confermata tale ai tempi dell’Unità nazionale. Ma anche la capacità di distinguere “al gusto” i prodotti migliori.







