Jesus l’ultimo film blasfemo sul Cristo

L’assurdo “Gesù” brasiliano.

Le “performance” dei messaggeri del Male, “stupidi pappagalli” che non rispettano né la verità, né tutti coloro che della fede in Gesù Cristo fano la colonna portante della loro morale e della loro vita, tornano anche a male utilizzare l’arte cinematorafgica. Non è, del resto, la prima volta.

Un film, più che “apocrifo” sul Vangelo è “Jesus” del regista americano Roger Young. Trama e scenografia risultano esecrabili per chiunque sia cristiano e comunque conosca il significato dei Quattro Vangeli, di tutto il Nuovo e Vecchio Testamento.

E’ frequente che la religione venga criticata da chi non ne sappia abbastanza, da chi non la conosce. In questo caso l’approfondimento è evidente, ma avviene con uno spirito melenso che vorrebbe essere umano, a volte persino lo è nel modo corretto, ma continuamente trascende nel volgare, nel melodrammatico, nel blasfemo e nell’errore. La vera e propria eresia. La voglia di sorprendere, come in altre opere del genere, ma ancor di più – viceversa sembrerebbe inutile – vince su tutto. Come avviene, del resto, anche nei discorsi da caffè…

Reagisce – questa volta – e ci segnala il tutto un’organizzazione cattolica, a difesa dei valori originali della religione cristiana. Su di essi non si deve transigere. Ma è in varie parti del mondo che è scattatala protesta contro il film e, in particolare contro Netflix che continua ad…offrirlo agli abbonati. In particolare nel Brasile di Bolsonaro, dove pur abbondano i cristiani non cattolici, in particolare neopentescostali. Anch’essi prevedibilmente …esterrefatti. Nel paese dell’Amazzonia con oltre 2.300.000 firme è stato chiesto a Netflix di cancellare la comedy in quanto blasfema e offensiva del sentimento cristiano.

Abbiamo detto sopra che, secondo noi, umanizzare il Cristo sino ad evidenziarne gli spunti cordiali, persino di tipo scherzoso, è giusto ed opportuno. Gesù non predica la tristezza, sorvola sui ‘principi’, che rende, però, evidenti tramite le sue ‘parabole’, atteggiate a racconti e veri e propri indovinelli, a volte anche umoristici… Gesù è un uomo dolce e simpatico, pronto al sorriso anche ironico. Non è, però, né melenso, né superficiale. Mai. Mangia con gli amici, gode del cibo e del vino, che infine consacra poi nell’Eucarestia. Accetta l’invito di tutti e predica anche ai “non ebrei” con scandalo di farisei & c. Chiarisce che la religione monoteista del Dio dei Dieci Comandamenti non è una religione di popolo o di stirpe. Ma una religione universale. Da qui il concetto di ecumenismo. “Ecumé” è la casa in greco: il Cristianesimo deve giungere in ogni casa della terra, ovunque sia un focolare, una famiglia…

Il film blasfemo che descrive Cristo come un giovane ed infantile omosessuale innamorato di un altro personaggio (che raffigurerebbe il demonio), gli apostoli come alcolisti e la Vergine Maria come una donna dissoluta, è ancora presente sulla piattaforma Netflix.

Durante la nostra campagna – afferma l’associazione cristiana – abbiamo più volte evidenziato un punto importantissimo che dobbiamo sempre tenere presente: il modello di business di Netflix si basa sulle iscrizioni e sul pagamento mensile degli abbonamenti dei suoi clienti. Che cosa significa questo? Che ciò che può preoccupare Netflix è la perdita dei suoi iscritti, principale fonte di guadagno. Clienti arrabbiati significa pessimi risultati.

Da questo nasce la richiesta, rivolta a tutti, di partecipare alla nostra nuova fase della campagna “Chiama Netflix”. Chiama Netflix e fagli sapere che non tornerai con loro finché non rimuoveranno dalla loro piattaforma “La Prima Tentazione di Cristo”.

Il Gesù dei Vangeli – chiariamo – è certamente il Messia, ma nel suo film, Roger Young fa pronunciare la parola “Messia” tante volte e da tante persone, però è proprio l’uso esagerato della parola ad essere un problema, uso esagerato ma anche troppo informale, addirittura in tono scherzoso. Quando i primi due discepoli insistono che Gesù sia il Messia, Egli stesso, nel film, ride dicendo, “Ne siete proprio sicuri?”. Quando poi Simone, seguendo le istruzioni di Gesù, prepara la barca per la pesca miracolosa, egli prende in giro Gesù dicendo, “Sali a bordo, Messia,” e riferendosi al miracolo appena compiuto a Cana, chiede con ironia se Gesù intenda trasformare l’acqua del lago in vino. A questa battuta, tutti, perfino Gesù, ridono.

Nonostante la parola “Messia” venga usata spesso in Jesus, l’unico significato specifico che ha è quello dato dagli zeloti, “Messia” come leader militare-politico che dovrebbe liberare il popolo ebraico dalla dominazione dei romani, il che, stranamente, è anche il modello di Messia al quale sembrano aderire Maria e Giuseppe. Anche se Gesù qualche volta nega questo ruolo militare-politico, non propone mai in modo specifico quale sia il suo ruolo, quale tipo di Messia egli intende essere. Dice solo di dover “andare per la mia strada,” che la sua vita “non mi appartiene,” e parla vagamente di portare “la libertà.”

Oltre a queste banalità vagamente New Age, e in chiaro contrasto con il Gesù del Vangelo, il protagonista di Young non parla mai dei grandi profeti dell’Antico Testamento che hanno profetizzato e prefigurato il Messia. Non parla né di Mosè né di Giovanni Battista e evidentemente non si identifica con loro; non parla come profeta e non dà il minimo senso di dover morire come profeta. Clamorosamente assente dal film è il brano dal Vangelo di Luca nel quale Gesù legge da Isaia nella sinagoga – ‘Lo Spirito del Signore è su di me …’ (Is 61,1-2) – e poi annuncia che “Oggi è adempiuta questa scrittura …” (Lc 4,21)

Il Gesù di Jesus non parla della legge di Mosè, della nuova legge e di se stesso come il compimento della legge. Nemmeno una volta fa una domanda radicale sugli ascoltatori e sui discepoli. Non entra in conflitto con i dottori della legge riguardo al suo modo di vivere il sabato o al loro modo ipocrita di imporre pesi impossibili sulla gente, e non condanna i farisei. In fin dei conti, la presenza ed attività pubblica di questo Gesù è così innocua che alla fine non si capisce affatto perché le autorità lo fanno fuori alla fine del film.

Sorprendentemente e in forte contrasto con Il Vangelo di Pasolini e Il Messia di Rossellini, la predicazione del Gesù di Young è limitata ad alcuni brani delle beatitudini – certo non quelle più dure – pronunciati in un dialogo scherzoso con la folla, e alla prima battuta di una parabola, “Il regno dei cieli è come un tesoro nascosto …” Gesù non parla della preghiera e non propone nessun insegnamento morale, non viene interpellato dal giovane ricco e non pronuncia parole dure sul destino dei ricchi.

Questo Gesù dice la parola “peccato” una sola volta. Non indica il peccato come condizione universale dell’uomo, dalla quale deve essere salvato. Non parla della giustizia di Dio, non chiama nessuno alla responsabilità e alla conversione, e senz’altro non dà il minimo segno di avere la missione di salvare gli uomini dai loro peccati. Tra i suoi pochi miracoli, non ne compie nemmeno uno nel quale la guarigione fisica viene abbinata al perdono dei peccati.

I miracoli come segni del Regno? In Jesus, Young rappresenta quattro miracoli di Gesù direttamente, ma riesce ad offuscare la forza spirituale di questi gesti meravigliosi che nel Vangelo dimostrano l’amore e la misericordia di Dio, e sono segni del Regno di Dio già presente in Gesù. Alle nozze di Cana, per esempio, Gesù resiste a lungo davanti all’aggressiva insistenza di sua madre e finalmente trasforma l’acqua in vino, ma non tanto come un gesto di misericordia verso gli sposi quanto per convincere i primi due discepoli che egli è il Messia. Poi, la forza della pesca miracolosa, come si è già detto, viene diminuita dall’atmosfera di scherzi che la circonda. La guarigione delle gambe di un ragazzo, accompagnata da gesti magici – Gesù copre le gambe con un tessuto – e dalle incomprensibili grida del soggetto sa più di circo che non dell’atto taumaturgico di un Dio misericordioso.

Il grande miracolo della risurrezione di Lazzaro viene diminuito in significato da tanti elementi che distraggono lo spettatore dal profondo significato teologico di questo gesto di Gesù: la messinscena da grand’opera, in imitazione de La più grande storia mai raccontata, la dinamica psicologico-affettiva tra Gesù e le due sorelle; i ridicoli colpi di tamburo sulla colonna sonora – che accompagnano tutti i miracoli – che suggeriscono gli spettacoli del circo; e lo sguardo pavido di Gesù dopo il miracolo, che richiama il Gesù squilibrato di Martin Scorsese.

Young accenna ad altri tre miracoli – l’esorcismo di una bambina indemoniata compiuto a distanza da Gesù, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, e la guarigione di lebbrosi – ma il fatto che non vengano rappresentati direttamente, e che gli ultimi due miracoli siano riportati da Livio e da Erode, diminuisce notevolmente la loro forza e il loro significato spirituale.

La vita interiore di Gesù e il suo rapporto col Padre sono visti sotto una lente deformante. …Il Gesù di Young non manifesta il minimo segno di avere una vita interiore. Le poche riflessioni che fa su se stesso, limitate al periodo iniziale della sua vita pubblica, prendono la forma di lamentele patetiche a sua madre e, addirittura, di scherzi di cattivo gusto sull’idea di essere il Messia. Questo Gesù non va mai in disparte a riflettere e non prega mai: i Gesù di Pasolini e di D’Alatri ne I giardini dell’Eden, sono gli unici nella tradizione di vita Christi filmiche che pregano.

Nel Gesù dei Vangeli, la dimensione cruciale che contraddistingue drammaticamente la sua vita interiore e missionaria proprio dall’inizio è il rapporto che ha con il suo Padre divino. Nel protagonista di Jesus, questo rapporto con Dio come Padre non esiste. In tutto il film, che dura tre ore, Gesù fa riferimento al Padre poche volte e sono riferimenti formali, come se stesse leggendo un copione. Il suo rapporto col Padre non è una cosa vissuta, sentita; non è la profonda realtà esistenziale che dà forma, specificità e significato alla sua vita. Questo è particolarmente evidente quando Maria sua madre dice a Gesù, “Tuo padre sarebbe molto fiero di te,” e Gesù, con un sorriso ironico, risponde, “Quale dei due?” Maria dice “Entrambi.” Il rapporto di Gesù con Dio viene ridotto ad uno scherzo, una leggerezza.

Se il Gesù di Young non dimostra nessun autentico rapporto con Dio come Padre, non dimostra nemmeno l’esperienza di essere autenticamente Figlio di questo Padre. Questo Gesù parla una volta della “buona novella,” ma non identifica mai se stesso come questa “buona novella.” Per di più, quando fa riferimento alla sua missione, ne parla in termini generali e universali. Dice al Tentatore, per esempio, che Dio lo ha mandato per nutrire “l’umanità … di libertà.”

Il regista non permette al suo protagonista di rivelare Dio come Padre di tutti. Non gli fa predicare l’amore del Padre, la giustizia del Padre, la misericordia del Padre. Non gli fa raccontare la parabola del Figlio Prodigo, né altre parabole che rappresentano il rapporto Dio Padre-Gesù e Dio Padre-uomo. Non annuncia il regno di Dio e, forse l’omissione più clamorosa del film, Young non permette al suo Gesù di insegnare il “Padre Nostro.”

Ed ecco si giunge ad una …Passione senza passione. Stranamente per un film che spesso scivola in sentimentalismi, in Jesus si parla molto poco di amore. Gesù non propone il comandamento di amore come il compimento della legge e dei profeti, e non dimostra né nella sua predicazione rudimentale né nel suo comportamento come questo comandamento va vissuto. Alla fine della sua vita, Young non permette al suo Gesù la minima consapevolezza che l’esperienza che sta per vivere è una conseguenza diretta del suo impegno di amore salvifico per l’umanità. In questo film, Gesù non fa una consapevole svolta verso Gerusalemme; non c’è la predicazione più decisiva che si verifica nel Vangelo, e Gesù non va liberamente incontro alla morte come un atto di amore redentore verso l’uomo, per il perdono dei peccati e per la sua salvezza.

Se nei vangeli l’episodio dell’Ultima Cena è l’apice della vita e della missione di Gesù, un momento che egli vive con piena consapevolezza e totale impegno, l’Ultima Cena rappresentata da Young è svuotata di ogni significato autentico. Inspiegabilmente ridotta alle parole di istituzione, più un accenno al tradimento e un indifferente commento di Gesù sulla risurrezione, non è un rito sacro ebraico,4 non include né una preghiera sacerdotale di Gesù al Padre (come in Giovanni), né un atto didattico (come la lavanda dei piedi in Giovanni).

Young sembra anche intento a dare poco significato a ciò che segue l’Ultima Cena. L’intensità della preghiera di Gesù nell’Orto degli ulivi viene bruscamente interrotta dall’ultima tentazione ad effetti speciale digitali, e la via crucis, da un violento litigio per strada tra Pietro e Giuda. Infine la forza spirituale della crocifissione viene viziata dall’inspiegabile e bizzarra scelta di scenografia per l’episodio: il Calvario non è una collina ma una vallata tra due montagne e, dietro la croce di Gesù, è raffigurato un immenso acquedotto che attraversa la vallata e domina assolutamente la scena. Quando Gesù pronuncia le doverose parole, “Padre, nelle tue mani metto il mio spirito,” la spanna centrale dell’acquedotto esplode, ancora grazie ad effetti digitali, e una spettacolare cascata d’acqua cade giù.

In questa ‘riscrittura’ evangelica non manca nulla: giungiamo alla Risurrezione. Nella lunga tradizione di film su Gesù, l’episodio della Risurrezione risulta forse la più problematica. In Jesus Christ Superstar, la Risurrezione non c’è; ne L’ultima tentazione di Cristo, è suggerita da un strano effetto fotografico extradiegetico; nei film spettacolari americani degli anni ‘60, la Risurrezione viene rappresentata in modo spettacolare, ma poco soddisfacente.

Gesù è il personaggio più rappresentato in film (dopo Napoleone). Registi laici o atei non hanno resistito al "dovere" di rappresentarlo con un'immagine che trasmettesse bellezza e misticismo...
Gesù è il personaggio più riprodotto in film (molto avanti a Napoleone). Registi laici o atei non hanno resistito al “dovere” di rappresentarlo con un’immagine che trasmettesse bellezza e misticismo…

L’eccezione alla regola è Il Vangelo secondo Matteo nel quale la Risurrezione ha una grande forza drammatica e spirituale. Invece, il regista di Jesus opta per l’approccio popolare: un breve incontro sentimentale tra Gesù e Maria Maddalena nel giardino, un’interminabile discussione nel cenacolo tra il sempre scettico Tommaso e i discepoli. Gesù appare e conferisce la missione universale a tutti: “Ora andate in tutto il mondo e predicate quanto avete ascoltato. Annunciate la buona novella.”

Nel Vangelo, la missione universale è forte: in Matteo, Gesù proclama l’autorità che gli è stata data e manda i discepoli ad ammaestrare le nazioni, «battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo», (Mt 28,16-20); in Marco, egli associa il battesimo con la salvezza, dicendo «chi non crederà sarà condannato,» e promette poteri eccezionali a chi crede (Mc 16,15-18); in Luca, Gesù, citando Mosè, i Profeti e i Salmi, spiega il significato salvifico-redentore della sua morte e risurrezione e promette lo Spirito Santo (Lc 24,44-49); e in Giovanni, Gesù conferisce lo Spirito Santo e dà ai discepoli la missione di perdonare i peccati (Gv 20,19-24). Paragonati a questi, il discorsetto soft di Gesù risorto in Jesus è terribilmente superficiale e privo di autentico significato evangelico.

(Testo ricostruito in redazione)

Se cercate il film su Wikipedia, ne troverete un resoconto – più che una critica – di impostazione bonaria: il film avrebbe inteso fornire un’immagine di Gesù alla portata dei laici, evidenziando alcuni aspetti indubbiamente presenti nella personalità del Messia.

Non c’è dubbio che di Gesù “Vero Dio, Vero Uomo”, l’aspetto umano abbia quello che oggi si definisce “un appeal” notevolissimo. Può risultare un veicolo di grande valore per avvicinarsi al dovuto amore verso questo personaggio che, se fosse solo un uomo, avrebbe comunque un tale carisma da aver convinto tutta l’umanità (riuscito ecumenismo) a contare gli anni dal momento della propria nascita

Esagerare equivale – però – a dissacrarlo, a minimizzare, a rendere inutile il suo ruolo che – invece – per tante persone, a partire dai ‘fortunati’ poveri di spirito fino a giungere ad uomini di altissima cultura ed a tanti veri e propri scienziati hanno valutato e valutano, altissimo, a fondamento della propria presenza su questo mondo…

Anche nella conclusione del film, Roger Young sceglie l’approccio popolare. Volendo suggerire un Gesù risorto universale rilevante soprattutto per i giovani di oggi. Young continua a lavorare di fantasia come se i Vangeli li riscrivesse “lui”… Così sostituisce l’Ascensione con la discesa di Gesù – ancora effetti digitali – sul molo del porto di La Valletta, Malta, oggi, dove, vestito di jeans e camicia sportiva, incontra un gruppo di ragazzi di varie età ed etnie. Pieni di gioia, camminano lungo il molo, mentre sulla colonna sonora si sente una canzone d’amore sentimental-popolare dell’americana LeAnn Rimes, “I believe in you”. È una happy end che piace ad alcuni, ma nell’optare per una rilevanza universale sentimental-popolare, il regista perde assolutamente l’autentica rilevanza del Gesù risorto per il mondo di oggi, cha ha tanto bisogno di sentire proposta con forza spirituale e anche artistica l’autentica “buona novella” del Vangelo.

Potrebbe, in conclusione, sembrare inopportuno, se non ingiusto, criticare così fortemente un film su Gesù. Invece, ci è sembrato doveroso farlo proprio perché questo Jesus è così popolare, perché è stato visto e sarà ancora visto da tante persone. Occorre indicare con chiarezza le debolezze del film, perché quando viene visto dal pubblico televisivo oppure presentato in parrocchia da catechisti e capigruppo – a volte senza occhio critico . sono “guai”.

Come spesso diciamo, il Male è abilissimo nel travestirsi da bene. Davanti ad un film così ben confezionato e pubblicizzato, si rischia di far accettare un Gesù Cristo sbagliato e falso, così deviando l’attenzione e l’impegno degli spettatori dall’autentico Gesù Cristo, uomo, Messia, Figlio di Dio e infinitamente più interessante, stimolante e attraente del “bel Gesù”, simpatico e scherzoso, ma in fin dei conti, banale, scialbo e vuoto di questo film.

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Quando compie trent’anni, Gesù torna a casa con un ospite speciale da presentare alla sua famiglia, ma lo accoglie una festa a sorpresa. Inizia così La prima tentazione di Cristo, lo “speciale di Natale” firmato dal collettivo satirico brasiliano Porta dos Fundos che ha scatenato polemiche nel mondo cattolico contro gli autori e contro Netflix che ha prodotto e distribuito il film di 46 minuti in portoghese (disponibile anche in Italia con i sottotitoli). In Italia la “versione omosessuale” di Gesù non è stata gradita da Pro Vita & Famiglia che ha diffuso una nota contro la piattaforma streaming e ha lanciato una petizione per chiedere di eliminare la programmazione del film. Protesta ripresa da Avvenire che ricorda anche il precedente “speciale di Natale” di Porta dos Fundos del 2018: “L’ultima sbronza, una parodia feroce dell’ultima cena”, scrive il quotidiano, “con Gesù e gli apostoli rappresentati come un gruppo di ragazzotti avvinazzati intenti a celebrare un party d’addio tra droga, donnine e battute volgari, scivolando nella blasfemia (soprattutto sulla crocifissione di Cristo) con una stupidità disarmante”.

Il film di Roger Young da una critica da noi rinvenuta

C’è in qualche modo chi “difende” il film… Mentre c’è chi nota che Gesù nella pellicola fa innamorare ‘pazzamente’ la Maddalena,. lasciandola poi in asso per predicare e scatenando l’ira e gli insulti del fratello Lazzaro. Ed altro ancora.

Ecco, invece, una critica ovviamente laica e …bonaria.

“È un Gesù molto simpatico … Questo Gesù è amico di tutti… È bello vedere un Gesù che sa ridere e scherzare … Mi piace, perché è così diverso dal Gesù proposto dalla chiesa”. Sono tutti commenti raccolti dopo la proiezione del film Jesus con gruppi di ragazzi in due parrocchie di Roma, e in una parrocchia di Toronto. Davanti a un film su Gesù, che ha suscitato delle reazioni così positive, è doveroso riconoscere i meriti del film. Anzitutto, occorre dire che Young è abbastanza rispettoso della figura di Gesù: non cade in nessuno degli eccessi psicologizzanti di alcuni dei film della tradizione. Per la persona di cultura religiosa limitata, o che non conosce nulla della persona di Gesù, il film può servire come introduzione alla storia dell’uomo che per noi cristiani è il Figlio di Dio. La popolarità del film è ben attestata dall’altissimo indice d’ascolto di RAI-UNO le due sere della prima trasmissione del film.

Se Jesus è piaciuto ai telespettatori, a un pubblico più scelto – però – non è piaciuto affatto. Un gruppo di quaranta studenti di teologia dell’Università Gregoriana, nel contesto di un corso sull’immagine di Gesù nel cinema, hanno assistito alla proiezione e, quasi all’unanimità, la loro reazione è stata negativa.

“In questo articolo – afferma il critico – vorrei esprimere anch’io i miei dubbi riguardo a questo film. Il mio approccio sarà scientifico-critico, prenderà in considerazione sia il contenuto del film che il suo stile; l’analisi sarà eseguita sullo sfondo di alcuni altri film della lunga tradizione del film su Gesù”.

Il film – evidenzia il critico – poggia su una struttura da teleromanzo… Ciò che subito colpisce quando si assiste a Jesus è quanto sia facile seguire lo sviluppo della narrazione. Il problema è che questa trama ben strutturata e liscia è in forte contrasto e in contraddizione, con la struttura dei Quattro Vangeli. I Vangeli non sono romanzi, non sono drammi teatrali e non sono nemmeno delle narrazioni in senso stretto. Queste testimonianze di fede hanno una struttura tutta loro, caratterizzata soprattutto da ellissi: mancano i dettagli che collegano un episodio all’altro, il tempo è condensato, l’enfasi cade in genere sulle parole dette da Gesù, e spesso le circostanze concrete della sua predicazione e dei suoi miracoli non vengono descritte.

Tutto ciò evidentemente non si adatta facilmente al mezzo filmico. Nei più di cento anni di vitae Christi filmiche, un solo regista ha avuto il coraggio di rispettare sia il testo sia lo stile del Vangelo: Pier Paolo Pasolini nel suo Vangelo secondo Matteo (1964).

Il regista di Jesus, Roger Young opera invece un adattamento molto libero del testo del Vangelo nello stile del tipico filmato televisivo e del teleromanzo. Perciò, la struttura di Jesus è caratterizzata da brevi blocchi narrativi, ognuno con un suo piccolo conflitto drammatico che viene risolto nel breve tempo del blocco stesso e nessuno dei quali dura più di tre o quattro minuti. C’è un notevole equilibrio tra l’azione e i dialoghi e spesso la musica extradiegetica serve come punteggiatura sia all’interno di un blocco che tra i vari blocchi.

Young compie uno sforzo notevole per togliere dalla trama la minima stonatura narrativa, la minima ellisse. Crea ponti narrativi lisci tra episodi. Spiega e giustifica eventi che nel Vangelo rimangono senza spiegazione: per esempio, Gesù è amico di Lazzaro e Marta e Maria perché prima di intraprendere la sua vita pubblica lavora da loro come falegname; Gesù va alle nozze di Cana perché lo sposo è il suo cugino Beniamino.

Un’altra tecnica adoperata da Young per rendere più appetibile il testo biblico è di aggiungere alla trama principale del film una serie di trame secondarie, pesanti di materiale fittizio, che con il loro contento drammatico – meglio, melodrammatico – appoggiano la trama principale. Young include più episodi della guerra terroristica portata avanti dagli zeloti, per sviluppare i personaggi di Barabba e Giuda; elabora a lungo la vicenda di Maria Maddalena e la sua conversione, inclusa la stonatura della sua presentazione a Gesù per raccomandazione di sua madre Maria. Young dedica molto tempo ai problemi domestici del debole Erode e ai problemi politici del freddo e duro Pilato e sviluppa il lungo e melodrammatico episodio dell’interesse romantico di Maria di Betania per Gesù.

In un ulteriore parallelo al teleromanzo, spesso gli eventi rappresentati in Jesus vengono sviluppati più per il loro carico emozionale che per la loro corrispondenza al racconto biblico. L’esempio più clamoroso di ciò è la rappresentazione delle tentazioni di Gesù ripetuta ben tre volte, tentazioni tutta azione e dramma, ma che poi sono lontane anni luce dal significato delle tentazioni di Gesù nel Vangelo. Inoltre, il sottotesto di potere, conflitto e violenza che domina i rapporti Pilato, Erode e Caifa proprio dall’inizio del film, è una disastrosa distrazione da ciò che dovrebbe essere la considerazione principale del film, la storia di Gesù.

Tali manipolazioni del testo biblico, altro che “contributo poetico”3 di Young, hanno l’effetto di addomesticare fatalmente il testo evangelico. Alla fine, la trama della vita Christi creata da Roger Young offre poco più di un filmato qualsiasi che si vede ogni giorno in televisione: buoni sentimenti, vicende romantiche, conflitti, emozioni, qualche violenza ed effetto speciale digitale: la forza trascendentale della vita di Gesù e dell’evento Cristo non c’è più.

Pochi sono i film nella tradizione della vita Christi che non includano qualche scena inventata alla ricerca di novità o varietà che, l’autore spera, possa piacere al pubblico. Inevitabilmente tali elementi stonano con il testo e lo spirito del racconto evangelico. Il desiderio di questo regista di essere originale risulta in bizzarie che si estendono da semplice cattivo gusto fino a vere e proprie eresie. Ne La più grande storia mai raccontata (1965) per esempio, Giuda Iscariota non si impicca, ma si butta in una immensa fornace aperta nel cortile del Tempio… In Re dei re (1961), la tavola dell’Ultima Cena ha la forma di una “Y” cosicché, dice il regista, il Signore possa distribuire la comunione ad ogni discepolo personalmente. Nell’Ultima tentazione di Cristo (1988), Scorsese include un episodio da puro grand guignol, nel quale, grazie ad effetti speciali, Gesù tira fuori il cuore dal suo petto e lo offre ai discepoli: è l’omaggio di Scorsese all’immagine del Sacro Cuore nel salotto della nonna, lì a Brooklyn.

Il regista di Jesus vuol sorprendere introducendo qualche bizzarria di propria creazione. Secondo il critico non resiste a questa continua ‘tentazione’… Ma Young ha un debole per le tentazioni ed ecco come sottopone il suo Gesù a ben tre episodi di tentazione: in apertura, l’incubo che anticipa la classica scena delle tentazioni; poi quella scena, più bizzarra che classica: Young rappresenta Satana come una donna seduttrice che poi si trasforma, grazie ad effetti speciali digitali, in uomo, e finalmente, un’ultima tentazione nell’orto degli ulivi.

Il giorno dopo il Sermone sulla Montagna, evento rappresentato in stile talk-show nella stessa spettacolare scenografia della montagna con un bellissimo lago sullo sfondo, Young rappresenta la chiamata dei dodici apostoli come se fosse la selezione dei concorrenti per un quiz show in televisione. Gesù, sul palcoscenico dell’anfiteatro creato dalla collina, chiama giù gli apostoli uno per uno. Alla chiamata, ciascuno si alza, riceve gli applausi dei vicini e scende giù; quando l’ultimo apostolo viene chiamato, il gruppo sul palcoscenico fa pensare a una squadra di football vincente con l’allenatore. Nella prima parte del film, Gesù obbliga Giuda a dare ai poveri i soldi che ha raccolto. Si tratta di trenta monete d’argento, che poi Giuda getta verso un gruppo di poveri, gridando, “Ecco un regalo dal Messia”. Evidentemente, Young vuole così chiarire la motivazione di Giuda per il susseguente tradimento di Gesù per trenta monete d’argento. Ma l’episodio è del tutto artificioso, sciatto ed inutile…

Il regista di Jesus non resiste neppure alla tentazione di usare effetti speciali digitali: il risultato, almeno in un’istanza, è una bizzarria alla quale perfino i ragazzi cui è molto piaciuto il film hanno reagito con derisione. Nella conclusione dell’episodio del battesimo di Gesù, che Young estende per ben due giorni, e al momento dell’epifania di Dio, il sole si stacca dal cielo, scende in zig-zag, come una spettacolare stella a più punti, verso Gesù, si ferma drammaticamente davanti a lui ed entra nel suo petto. L’effetto speciale, tanto spicciolo e volgare quanto inspiegabile e superfluo, stona terribilmente.

L’invenzione più clamorosa di Roger Young è, però, il personaggio di Livio. Cittadino romano assolutamente immaginario, Livio appare ben tredici volte nel film, in qualche occasione alla presenza di Gesù, ma soprattutto alla presenza di Ponzio Pilato, Erode e Caifa. Il regista rappresenta Livio come “storico di Cesare … la sua spia:” l’uomo conosce meglio di Pilato la situazione politico-religiosa in Palestina e gli serve da consigliere. Per di più, Livio domina Erode e manipola Caifa. Questa ingegnosa associazione di una figura del tutto fittizia con tre figure storico-bibliche è un’operazione insidiosa perché nella mente del telespettatore medio Livio diventa così una figura evangelica.

Quando il ruolo di Livio diventa cruciale è durante la Passione. Mentre Gesù è davanti a Erode, è proprio Livio che accusa: “Minaccia il paese, incoraggia la ribellione… proclama di essere re”. Quando Gesù è presentato alla folla da Pilato, è Livio che incita tutti a gridare per la liberazione di Barabba. Infine sul Calvario, quando Gesù prega, “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno”, Livio risponde con una battuta che il critico giudica tanto violenta e crudele quanto volgare: “Sappiamo esattamente quello che facciamo, Messia, ti stiamo uccidendo”.

Indubbiamente – osserviamo noi – Livio sembra piuttosto un impietoso idiota, un melenso… Ricorda, quindi, un personaggio che nel Vangelo …c’è: l’insipiens del Discorso della Montagna: “…insipiens dixit Deus non est!”

È chiarissimo – però – come Young crei il personaggio fittizio di Livio per togliere la responsabilità della morte di Gesù dalle storiche autorità religiose ebraiche.

Abbiamo un precedente per questa particolare operazione di fiction, cioè Gesù di Nazareth (1977). Nel film di Zeffirelli: il responsabile della morte di Gesù è il personaggio fittizio, Zerah, un ebreo associato all’assemblea dei sacerdoti; in Jesus, nel fare di Livio un romano, per di più apertamente anti-semitico, Young crea una ben più larga frattura tra la colpa per la crocifissione e le autorità ebraiche. Quindi una maggiore falsificazione del testo evangelico.

Young omaggia alcuni precedenti film su Gesù con citazioni volutamente evidenti, come si usa fare oggi. Nell’arte cinematografica è d’uso che un regista faccia riferimento ad altre opere cinematografiche che rappresentino tematiche parallele a quelle del proprio film. L’omaggio è spesso un breve riferimento, una singola ripresa. E’ trasparente e ha due scopi: vuole sottolineare la corrispondenza tematica tra i due film e vuole riconoscere l’importanza del film citato.

E’ di rito che, in un film recente su Gesù, l’autore voglia rendere omaggio ad uno o più dei tanti film nella lunga tradizione dello stesso genere. Così Roger Young fa riferimento ad altri film su Gesù. Non si tratta, però, di brevi citazioni, ma di elementi estesi nel suo film, il design dei quali viene da altri film. Questa procedura, che risulta in una specie di collage, un pastiche tipico dello stile postmoderno, risulta problematica, soprattutto perché gli elementi che Young imita vengono dai film più limitati della tradizione e sono scelti non perché siano elementi cruciali di un autentico ritratto del Gesù del Vangelo, ma per una varietà di altri motivi certamente discutibili in un film su Gesù.

Nell’apertura del film, per esempio, Young si ispira a due film della tradizione. Il primo film spettacolare su Gesù, Il Re dei re (1927), girato dal grande showman-impresario Cecil B. DeMille, inizia con una sequenza del tutto fittizia: Maria Maddalena, cortigiana e fidanzata a Giuda Iscariota lascia una festa mondana nella sua lussuosa villa per portare via il suo fidanzato dall’influsso negativo di quel giovane predicatore da Nazaret. Quando la Maddalena arriva da Gesù, spontaneamente la lasciano sette demoni e si converte drammaticamente. DeMille, non avendo molta fiducia nel testo evangelico, intende garantire l’attenzione del pubblico con questa sequenza drammatica e sexy. Nicolas Ray, regista di Re dei re (1961) inizia il suo film con un prologo, che pretende di rappresentare la prestoria della vita di Gesù e il bisogno del popolo ebraico di un Messia: tale sequenza, una serie di violentissimi massacri di ebrei zeloti da parte di soldati romani, ha lo stesso scopo “panem et circenses” della sequenza soft-porn de Il Re dei re.

Anche Roger Young sceglie l’approccio di fiction e “sesso e violenza” per aprire il suo film. I primi trenta minuti di Jesus sono un montaggio di brevi scene che mescolano qualche elemento vagamente evangelico con elementi di violenza politico-militare: l’arrivo di Pilato con l’esercito romano, i primi scontri tra Pilato, Erode e Caifa, e perfino un attacco violento da parte di soldati romani alla casa di Giuseppe e Maria, dove cercano le dovute tasse… Poi aggiunge qualche elemento sentimentale: Maria, sorella di Lazzaro, si innamora di Gesù e poi Giuseppe muore nelle braccia di Gesù. Young non ha grande fiducia nel testo biblico e come i suoi predecessori, inserisce questo melodrammatico materiale extrabiblico per captare e tenere bene l’attenzione del pubblico.

Al film scandalo del 1988, L’ultima tentazione di Cristo, Jesus si riferisce in più elementi. Il violento incubo di Gesù col quale Young apre il suo film, viene dall’Ultima tentazione. Poi c’è la questione delle donne. Dopo Jesus Christ Superstar (1973), che include donne nella sequela di Gesù, Scorsese ne L’ultima Tentazione elabora notevolmente la fiction conferendo a donne un ruolo dominante nel suo film: nelle tentazioni, nella vita sentimentale squilibrata di Gesù, all’Ultima Cena, e nella famigerata sequenza dell’ultima tentazione…

Anche se il regista di Jesus toglie dalle donne il minimo profumo di scandalo – doveroso in un film che aspiri a una distribuzione televisiva mondiale – tuttavia egli dà loro un ruolo dominante: una delle identità del Satana tentatore è femminile; Maria la madre, le sorelle di Lazzaro e poi Maria Maddalena accompagnano Gesù dappertutto. Però, fatto curioso, in un momento di rara e ortodossia evangelica (a questo punto poco spiegabile), ma di inconsistenza narrativa, Young non ammette le donne all’Ultima Cena.

Se Scorsese interrompe l’agonia di Cristo in croce con la lunga sequenza dell’ultima tentazione, Young fa la stessa cosa durante la sua agonia nell’orto degli ulivi, inserendoci l’anti-evangelico episodio dell’ultima visita del tentatore. Ma l’episodio, che propone in Gesù la paura di morire invano, contraddice il fatto biblico: nel Vangelo, Gesù ha paura della morte ma capisce e accetta fino il fondo in senso salvifico-redentivo della sua morte.

Al recente film I giardini dell’Eden (1997) di Alessandro D’Alatri, Jesus deve la dimensione di attualità che caratterizza i suoi vari episodi delle tentazioni: un Gesù cui vengono mostrati i problemi sociali ed economici del mondo in vari periodi della storia futura, frutto della violenza visitata dall’uomo su altri uomini a nome di Dio. Al film colossal, Re dei re, Jesus deve la strana ed anti-evangelica rappresentazione di Maria, la madre di Gesù, come sapientona: lei sa più di Gesù e della sua missione che non Gesù stesso e funziona da direttrice spirituale per lui, ma anche per i discepoli e per Maria Maddalena. Questo film ha ispirato Young anche nella sua strana versione del Sermone sulla Montagna: nei due film, Gesù cammina in mezzo alla folla svolgendo una specie di catechesi leggera tramite un dialogo fin troppo informale con gli ascoltatori-partecipanti… Nella versione “aggiornata” di Jesus, fra le battute spiritose, si ha l’impressione di partecipare a un talk-show televisivo.

Uno dei film su Gesù al quale il regista Young non fa riferimento è Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini e si capisce subito perché. Il film di Pasolini è duro, in un difficile ed esigente stile anti-spettacolare e anti-hollywoodiano, un film impegnativo, e il suo Gesù è forte, eloquente ed esigente, del tutto coerente e senza compromessi nella sua chiamata alla conversione e alla vita retta, nelle sue critiche dell’establishment religioso del suo tempo, e nel suo messaggio dell’amore di Dio e della salvezza che Egli offre all’umanità. È sintomatico della malaise che afflige il film di Young il fatto che egli eviti a tutti i costi il minimo avvicinamento o riferimento al Vangelo di Pasolini.

L’altro film al quale Young evita di fare riferimento è Il Messia (1975) di Roberto Rossellini, fatto reso ironico dal ripetuto, anzi esagerato uso del termine “Messia” nel suo film. Il film di Rossellini è in un sobrio stile didattico, e proprio dall’inizio il suo Gesù è il Maestro buono, che guida e insegna con forza morale, convinzione ed efficacia. Roger Young nel suo Jesus, invece, non vuole insegnare, e certo non vuole un Gesù che insegni. Il suo è un film soprattutto di intrattenimento leggero, confezionato apposta per il pubblico televisivo, che solo pretende di essere una vita Christi seria che vorrebbe …edificare.

Ma questo Gesù è il Messia? La vita Christi di Roger Young soffre delle tante manipolazioni del testo evangelico operato dal regista, che hanno l’effetto di creare una narrazione da teleromanzo, molto popolare diretta ad un pubblico televisivo, ma svuotata di autentica corrispondenza non solo al testo, ma anche allo spirito del Vangelo. Il film soffre, forse anche di più, del ritratto di Gesù che Young dipinge, che ne fa un personaggio che non è altro che un’ombra pallida dell’autentico Gesù del Vangelo.

 

“La Prima Tentazione di Cristo”: il film.

Chi stronca la qualità del film e lo giudica contrario alle verità dei Vangeli è chi chiede di “marinareNetflix. Disdire la propria presenza e far capire che Netflix “deve” finalmente cancellare la pellicola dal suo menu…

Ecco, di seguito, la lettura di Jesus da parte di chi attacca Netflix.

Jesus di Young è un film blasfemo che descrive Cristo come un giovane ed infantile omosessuale innamorato di un altro personaggio (che raffigurerebbe il demonio), gli apostoli come alcolisti e la Vergine Maria come una donna dissoluta, è ancora presente sulla piattaforma Netflix.

Abbiamo più volte evidenziato un punto importantissimo che dobbiamo sempre tenere presente: il business di Netflix si basa sulle iscrizioni e sul pagamento mensile degli abbonamenti dei suoi clienti.

Che cosa significa questo? Che ciò che Netflix più teme la perdita dei suoi iscritti, principale fonte di profitto. Clienti arrabbiati significa pessimi risultati.

Per questo chiediamo di partecipare alla nostra nuova fase della campagna Chiama Netflix”. Chiama, appunto, Netflix e fagli sapere che non tornerai con ‘loro’ finché non rimuoveranno dalla loro piattaforma “La Prima Tentazione di Cristo”.

Il Gesù del Vangelo è il Messia, ma nel suo film, Young fa pronunciare la parola “Messia” tante volte e da tante persone, però è proprio l’uso esagerato della parola ad essere un problema, uso esagerato ma anche troppo informale e spesso scherzoso. Quando i primi due discepoli insistono che Gesù è il Messia, egli ride dicendo, “Ne siete proprio sicuri?”. Quando poi Simone, seguendo le istruzioni di Gesù, prepara la barca per la pesca miracolosa, egli prende in giro Gesù dicendo, “Sali a bordo, Messia,” e riferendosi al miracolo appena compiuto a Cana, chiede con ironia se Gesù intende trasformare l’acqua del lago in vino. A questa battuta, tutti, perfino Gesù, ridono.

Nonostante la parola “Messia” venga usata spesso in Jesus, l’unico significato specifico che ha è quello dato dagli zeloti, “Messia” come leader militare-politico che dovrebbe liberare il popolo ebraico dalla dominazione dei romani, il che, stranamente, è anche il modello di Messia al quale sembrano aderire Maria e Giuseppe. Anche se Gesù qualche volta nega questo ruolo militare-politico, non propone mai in modo specifico quale sia il suo ruolo, quale tipo di Messia egli intende essere. Dice solo di dover “andare per la mia strada,” che la sua vita “non mi appartiene,” e parla vagamente di portare “la libertà.”

La predicazione limitata di Gesù

Oltre a queste banalità vagamente New Age, e in chiaro contrasto con il Gesù del Vangelo, il protagonista di Young non parla mai dei grandi profeti dell’Antico Testamento che hanno profetizzato e prefigurato il Messia. Non parla né di Mosè né di Giovanni Battista e evidentemente non si identifica con loro; non parla come profeta e non dà il minimo senso di dover morire come profeta. Clamorosamente assente dal film è il brano dal Vangelo di Luca nel quale Gesù legge da Isaia nella sinagoga – “Lo Spirito del Signore è su di me …” (Is 61,1-2) – e poi annuncia che “Oggi è adempiuta questa scrittura …” (Lc 4,21)

Il Gesù di Jesus non parla della legge di Mosè, della nuova legge e di se stesso come il compimento della legge. Nemmeno una volta fa una domanda radicale sugli ascoltatori e sui discepoli. Non entra in conflitto con i dottori della legge riguardo al suo modo di vivere il sabato o al loro modo ipocrita di imporre pesi impossibili sulla gente, e non condanna i farisei. In fin dei conti, la presenza ed attività pubblica di questo Gesù è così innocua che alla fine non si capisce affatto perché le autorità lo fanno fuori alla fine del film.

Sorprendentemente e in forte contrasto con Il Vangelo di Pasolini e Il Messia di Rossellini, la predicazione del Gesù di Young è limitata ad alcuni brani delle beatitudini – certo non quelle più dure – pronunciati nel corso di una sorta di dialogo scherzoso con la folla, e alla prima battuta di una parabola, “Il regno dei cieli è come un tesoro nascosto ….”. Gesù non parla della preghiera e non propone nessun insegnamento morale; non viene interpellato dal giovane ricco e non pronuncia parole dure sul destino dei ricchi.

Questo Gesù dice la parola “peccato” una sola volta. Non indica il peccato come condizione universale dell’uomo, dalla quale deve essere salvato. Non parla della giustizia di Dio, non chiama nessuno alla responsabilità e alla conversione, e senz’altro non dà il minimo segno di avere la missione di salvare gli uomini dai loro peccati. Tra i suoi pochi miracoli, non ne compie nemmeno uno nel quale la guarigione fisica viene abbinata al perdono dei peccati.

I miracoli segni del Regno?

In Jesus, Young rappresenta quattro miracoli di Gesù direttamente, ma riesce ad offuscare la forza spirituale di questi gesti meravigliosi che nel Vangelo dimostrano l’amore e la misericordia di Dio, e sono segni del Regno di Dio già presente in Gesù. Alle nozze di Cana, per esempio, Gesù resiste a lungo davanti all’aggressiva insistenza di sua madre e finalmente trasforma l’acqua in vino, ma non tanto come un gesto di misericordia verso gli sposi quanto per convincere i primi due discepoli che egli è il Messia. Poi, la forza della pesca miracolosa, come si è già detto, viene diminuita dall’atmosfera di scherzi che la circonda. La guarigione delle gambe di un ragazzo, accompagnata da gesti magici – Gesù copre le gambe con un tessuto – e dalle incomprensibili grida del soggetto sa più di circo che non dell’atto taumaturgico di un Dio misericordioso.

Il grande miracolo della risurrezione di Lazzaro viene diminuito in significato da tanti elementi che distraggono lo spettatore dal profondo significato teologico di questo gesto di Gesù: la messinscena da grand’opera, in imitazione de La più grande storia mai raccontata, la dinamica psicologico-affettiva tra Gesù e le due sorelle; i ridicoli colpi di tamburo sulla colonna sonora – che accompagnano tutti i miracoli – che suggeriscono gli spettacoli del circo; e lo sguardo pavido di Gesù dopo il miracolo, che richiama il Gesù squilibrato di Scorsese. Young accenna altri tre miracoli – l’esorcismo di una bambina indemoniata compiuto a distanza da Gesù, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, e la guarigione di lebbrosi – ma il fatto che non vengano rappresentati direttamente, e che gli ultimi due miracoli siano riportati da Livio e da Erode, diminuisce notevolmente la loro forza e il loro significato spirituale.

La vita interiore di Gesù e il suo rapporto col Padre sono improntati alla superficialità…

Il Gesù di Young non manifesta il minimo segno di aver una vita interiore. Le poche riflessioni che fa su se stesso, limitate al periodo iniziale della sua vita pubblica, prendono la forma di lamentele patetiche a sua madre e di scherzi di cattivo gusto sull’idea di essere il Messia. Questo Gesù non va mai in disparte a riflettere e non prega mai: i Gesù di Pasolini e di D’Alatri ne I giardini dell’Eden, sono gli unici nella tradizione di vita Christi filmiche che pregano.

Nel Gesù dei Vangeli, la dimensione cruciale che contraddistingue drammaticamente la sua vita interiore e missionaria proprio dall’inizio è il rapporto che ha con il suo Padre divino. Nel protagonista di Jesus, questo rapporto con Dio come Padre non esiste. In tutto il film, che dura tre ore, Gesù fa riferimento al Padre poche volte e sono riferimenti formali, come se stesse leggendo un copione. Il suo rapporto col Padre non è una cosa vissuta, sentita; non è la profonda realtà esistenziale che dà forma, specificità e significato alla sua vita. Questo è particolarmente evidente quando Maria sua madre dice a Gesù: “Tuo padre sarebbe molto fiero di te”. E Gesù, con un sorriso ironico, risponde: “Quale dei due?” Maria risponde: “Entrambi.” Il rapporto di Gesù con Dio viene ridotto ad uno scherzo, una leggerezza…

Se il Gesù di Young non dimostra nessun autentico rapporto con Dio come Padre, non dimostra nemmeno l’esperienza di essere autenticamente Figlio di questo Padre. Questo Gesù parla una volta della “buona novella,” ma non identifica mai se stesso come questa “buona novella.” Per di più, quando fa riferimento alla sua missione, ne parla in termini generali ed universali. Dice al Tentatore, per esempio, che Dio lo ha mandato per nutrire “l’umanità … di libertà.”

Il regista non permette al suo protagonista di rivelare Dio come Padre di tutti. Non gli fa predicare l’amore del Padre, la giustizia del Padre, la misericordia del Padre. Non gli fa raccontare la parabola del Figlio Prodigo, né altre parabole che rappresentano il rapporto Dio Padre-Gesù e Dio Padre-uomo. Non annuncia il regno di Dio e, forse l’omissione più clamorosa del film, Young non permette al suo Gesù di insegnare il “Padre Nostro.”

LaPassione” nel film può essere definita …senza passione. Manca il riferimento all’ amore. Gesù non propone il comandamento di amore come il compimento della legge e dei profeti, e non dimostra né nella sua predicazione rudimentale né nel suo comportamento come questo comandamento va vissuto. Alla fine della sua vita, Young non permette al suo Gesù la minima consapevolezza che l’esperienza che sta per vivere è una conseguenza diretta del suo impegno di amore salvifico per l’umanità. In questo film, Gesù non fa una consapevole svolta verso Gerusalemme: non c’è la predicazione più decisiva che si verifica nel Vangelo, e Gesù non va liberamente incontro alla morte come un atto di amore redentore verso l’uomo, per il perdono dei peccati e per la sua salvezza.

Se nei vangeli l’episodio dell’Ultima Cena è l’apice della vita e della missione di Gesù, un momento che egli vive con piena consapevolezza e totale impegno, l’Ultima Cena rappresentata da Young è svuotata di ogni significato autentico. Inspiegabilmente ridotta alle parole di istituzione, più un accenno al tradimento e un indifferente commento di Gesù sulla risurrezione, non è un rito sacro ebraico,4 non include né una preghiera sacerdotale di Gesù al Padre (come in Giovanni), né un atto didattico (come la lavanda dei piedi in Giovanni).

Young sembra anche intento a dare poco significato, poi, a ciò che segue l’Ultima Cena. L’intensità della preghiera di Gesù nell’orto degli ulivi viene bruscamente interrotta dall’ultima tentazione ad effetti speciale digitali, e la via crucis, da un violento litigio per strada tra Pietro e Giuda. Infine la forza spirituale della crocifissione viene viziata dall’inspiegabile e bizzarra scelta di scenografia per l’episodio: il Calvario non è una collina ma una vallata tra due montagne, e dietro la croce di Gesù, è raffigurato un immenso acquedotto che attraversa la vallata e che domina assolutamente la scena. Quando Gesù pronuncia le doverose parole, “Padre, nelle tue mani metto il mio spirito,” la spanna centrale dell’acquedotto esplode, ancora grazie ad effetti digitali, e una spettacolare cascata d’acqua cade giù.

La Risurrezione

Nella lunga tradizione di film su Gesù, l’episodio della Risurrezione risulta forse la più problematica. In Jesus Christ Superstar, la Risurrezione non c’è; ne L’ultima tentazione di Cristo, è suggerita da un strano effetto fotografico extradiegetico .Nei film spettacolari americani degli anni ‘60, la Risurrezione viene rappresentata in modo spettacolare, ma poco soddisfacente. L’eccezione alla regola è Il Vangelo secondo Matteo nel quale la Risurrezione ha una grande forza drammatica e spirituale. Invece, il regista di Jesus opta per l’approccio popolare: un breve incontro sentimentale tra Gesù e Maria Maddalena nel giardino, un’interminabile discussione nel cenacolo tra il sempre scettico Tommaso e i discepoli. Gesù appare e conferisce la missione universale a tutti: “Ora andate in tutto il mondo e predicate quanto avete ascoltato. Annunciate la buona novella.”

Nel Vangelo, la missione universale è forte: in Matteo, Gesù proclama l’autorità che gli è stata data e manda i discepoli ad ammaestrare le nazioni, «battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo», (Mt 28,16-20); in Marco, egli associa il battesimo con la salvezza, dicendo «chi non crederà sarà condannato,» e promette poteri eccezionali a chi crede (Mc 16,15-18); in Luca, Gesù, citando Mosè, i Profeti e i Salmi, spiega il significato salvifico-redentore della sua morte e risurrezione e promette lo Spirito Santo (Lc 24,44-49); e in Giovanni, Gesù conferisce lo Spirito Santo e dà ai discepoli la missione di perdonare i peccati (Gv 20,19-24). Paragonati a questi, il discorsetto soft di Gesù risorto in Jesus è terribilmente superficiale e privo di autentico significato evangelico.

Anche per la conclusione del film, Roger Young sceglie l’approccio popolare. Volendo suggerire un Gesù risorto universale rilevante soprattutto per i giovani di oggi, Young sostituisce l’Ascensione con la discesa di Gesù – ancora effetti digitali – sul molo del porto di La Valletta, Malta, oggi, dove, vestito di jeans e camicia sportiva, incontra un gruppo di ragazzi di varie età ed etnie,5 e pieni di gioia, camminano lungo il molo, mentre sulla colonna sonora si sente una canzone di amore sentimental-popolare dall’americana LeAnn Rimes, “I believe in you.” È una happy end che piace ad alcuni, ma nell’optare per una rilevanza universale sentimental-popolare, il regista perde assolutamente l’autentica rilevanza del Gesù risorto per il mondo di oggi, cha ha tanto bisogno di sentire proposta con forza spirituale e anche artistica l’autentica “buona novella” del Vangelo.

Conclusione

Potrebbe sembrare inopportuno, se non ingiusto, criticare così fortemente un film su Gesù. Invece, mi è sembrato doveroso farlo proprio perché questo Jesus si è reso così popolare che è stato visto e sarà ancora visto da tante persone. Occorre indicare con chiarezza le debolezze del film perché, quando viene visto dal pubblico televisivo oppure presentato in parrocchia da catechisti e capigruppo, può avvenire che un limitato ‘occhio critico’, davanti a un prodotto filmico così ben confezionato e pubblicizzato, questa spettacolarizzazione rischi di far accettare un Gesù Cristo sbagliato e falso, deviando l’attenzione e l’impegno degli spettatori rispetto all’autentico Gesù Cristo, uomo, Messia, Figlio di Dio e infinitamente più interessante, stimolante e attraente del bel Gesù, simpatico e scherzoso, ma in fin dei conti, banale, scialbo e vuoto del film in questione.

NOTE

  1. Il film, una coproduzione italo-americano-tedesca, con la regia dello statunitense Roger Young, è stato teletrasmesso nel dicembre del 1999.
  1. La versione di Young di questa fiction non è in chiave scandalistica come quella di Scorsese. Però la banalità della rappresentazione – Marta spiega la situazione di Maria a Gesù: “È una donna, ha bisogno di un uomo” – non offre una minima seria novità in merito.
  1. La frase è di Franco Zeffirelli, che ha fatto la stessa operazione di fiction, ma con infinitamente maggiori capacità e buon gusto, nel suo Gesù di Nazareth. Franco Zeffirelli, Il mio Gesù (Sperling & Kupfer, 1992), 122.
  1. Oltre alle sue due visite al Tempio, il Gesù di Jesus è poco ebraico. Young non fa un minimo sforzo – come fa invecw Zeffirelli nel suo film – per rappresentare un autentico ambiente ebraico.
  1. Una mia studentessa italiana ha commentato ironicamente, “Gesù all’incontro degli …United Colors of Benetton”

 http://www.usminazionale.it/2-2002/baugh.htm

(Testi raccolti e commentati da Germano Scargiali)

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