Ieri mattina, per la prima volta, la sala del Palazzo dei Congressi, solitamente poco frequentata, era piena specialmente di giovani, in frenetica attesa di un film in concorso molto particolare A classic horror story che, fin dal titolo, dichiara apertamente le sue intenzioni. Ed è noto che il genere, non molto amato dagli adulti, trova i suoi fan tra le nuove generazioni. Ma c’è di più. Segna infatti l’ingresso di Netflix, dove è già visibile a partire dal 14 luglio, al Festival di Taormina.
Da tempo ormai il cinema su grande schermo deve vedersela con una piattaforma, diffusa ormai in 190 Paesi, con cui si è tentato di venire a patti, chiedendo una moratoria di alcuni giorni per proiettare i suoi prodotti nelle sale, prima che siano visibili solo sulla piattaforma. Il film comunque è stato molto applaudito e senza dubbio meritatamente.
Firmato da Roberto De Feo e Paolo Strippoli, insieme per la prima volta (e solo il primo, autore di The Nest, già specialista del genere), hanno scoperto di avere la stessa visione e le medesime ambizioni autoriali. E’ denso infatti di contenuti e di significati. Ce l’ha contro l’incompetenza italiana nello sfruttare un genere assai redditizio ma si può leggere ancor più in profondità, trovandoci una feroce critica a chi vive attaccato ai social e al cellulare, felice di tirarlo fuori, qualunque sia l’evento da mandare in rete. Insomma, la spettacolarizzazione della violenza e della morte.
I due registi parlano bene di Netflix, che ha dato loro ben due anni di tempo e le risorse necessarie per realizzarlo. E affermano di aver lavorato in sottrazione, evitando la pornografia del dolore e raccontando la storia con sottile ironia. E a tale scopo, all’inizio e alla fine vengono usate le canzoni di Gino Paoli e soprattutto, “C’era una casa molto carina”, di Sergio Endrigo. Spiccano fra gli attori Matilda Lutz, che al Teatro Antico ha ricevuto il premio Wella, e il bravo e simpatico Peppino Mazzotta. Ma garantiamo che la tensione c’è ed anche la paura. Gli ingredienti sono abbastanza classici. Cinque persone viaggiano sullo stesso camper che è costretto a fermarsi a causa di un cervo morto che sbarra la strada. E scoprono con terrore che in realtà la strada si ferma lì, in mezzo a fitte boscaglie, dove sorge la classica casa misteriosa, abitata da presenze demoniache. Capiscono di essere caduti in una trappola dalla quale è difficile fuggire.
Meglio non addentrarsi nella trama. Diciamo solo che il tutto è stato agganciato alla fonte inesauribile del flolkore meridionale, a cui appartiene la leggenda calabrese di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, tre cavalieri che nella Spagna del XV° secolo erano protetti del re, ma che, per aver ucciso un uomo a lui caro, furono mandati per 30 anni in carcere in Sicilia, dove crearono le regole della Mafia. Tutto questo però sfruttando, sempre in chiave ironica, i clichè sulla mafia. E se all’estero i più ignoranti e sprovveduti, non ne cogliessero la sottile ironia?

A confortarci ci ha provato un film francese, La signora delle rose, di Pierre Pinaud, con la brava e ben nota attrice Catherine Frot (La cuoca del Presidente, Quello che so di lei). E’ una commedia elegante e gradevole, ma non priva di impegno e di significati, che fa bene al cuore e alla mente. Mentre infatti ci racconta la storia di una donna coraggiosa e di grande umanità, che non si arrende e non si dà per vinta, ci fa conoscere un mondo sconosciuto ai più, quello dei coltivatori di rose che creano sempre nuove e splendide varietà incrociando i semi. Pare che al mondo siano solo 40, di cui 20 si trovano in Francia. Eve Vernet (Catherine Frot) è una di loro. Il mestiere lo ha ereditato dal padre che le ha lasciato un bel vivaio, ma dopo l’iniziale successo, si trova in difficoltà e sta per cedere ad un rivale, che vorrebbe acquistare il tutto per quattro soldi. Per fortuna ha un’impiegata fedele che ingaggia una piccola squadra volenterosa. Poco alla volta si rimettono in piedi.
Finale con “tutti felici e contenti”? Il film non vuole solo commuoverci e farci stare bene. Lavora a favore delle donne, regalandoci il ritratto di una di loro capace di vincere la propria battaglia contro lo strapotere dei maschi, senza dimenticare chi le sta intorno, e denuncia il capitalismo sfrenato, che mira solo al guadagno.
E per finire poche parole su tre giovani siciliani che hanno presentato a Taormina un loro cortometraggio. Sono registi emergenti che affrontano tematiche importanti ed attuali come l’immigrazione e l’integrazione. L’ennese Davide Vigore ha riproposto La bellezza imperfetta, di cui si è ampiamente parlato dopo la sua presentazione a Palermo. Poi Fabrizio Sergi col suo Sharifa, prodotto da La zattera dell’arte di Ninni Panzera. La più applaudita Giovanna Brogna Sonnino con il suo Salviamo gli elefanti, un bello sguardo sulla città di Catania, protagonista Lucia Sardo.
Eliana L. Napoli








