RETROSPEtTIVA
Pubblichiamo l’articolo sui primi due film da Taormina film festival, che ci era sfuggito, per cui ce ne scusiamo con la brava autrice Eliana L. Napoli che fatica per noi pur nella bella cornice. Olltre, umilmente, con i nostri cari lettori, che ringraziamo sempre per la loro attenzione. Precisiamo che il primo film – cosa inconsueta – è già nelle sale…
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C’ era grande attesa per il primo film in concorso, proiettato alle 10, al palazzo dei congressi. Il titolo è Fractal, un’opera prima firmata Rezvan Pakpour. Dal trio dei direttori artistici giunge notizia che sulla scelta ha molto influito il fatto che a girarlo, scrivendone anche la sceneggiatura, è stata una donna. Pare infatti che oggigiorno in giro ce ne siano tante. Sacrosanta verità ma questo non è un salvacondotto per la popolarità ed il successo.
Sta di fatto che dopo il primo quarto d’ora gli spettatori in sala, tra cui molti critici, cominciavano ad agitarsi sulle sedie e a guardarsi in giro. E un bel po’ di loro hanno raggiunto poco dopo l’uscita. Ma vediamo un po’ di che si tratta….
Che la regista sappia manovrare bene la cinepresa lo testimoniano i continui e frenetici movimenti di macchina, da piano a contro piano nei frequenti dialoghi o dietro agli attori che erano sempre in movimento, con continui piani sequenza. I dialoghi poi, sottotitolati in un discreto inglese e in un pessimo italiano, erano così fitti che distoglievano del tutto l’attenzione da ciò che accadeva sullo schermo. A guidarci è stata la sinossi scaricabile da un sito dove è scritta in caratteri minuscoli. Niente cartaceo quest’anno, solo scarse informazioni a stento leggibili. Dunque, eccoci immersi nell’ultima prova prima dello spettacolo di una compagnia di giovani attori controcorrente, chiamata, per assurdo, Silenzio! Tutto è strano, compresa la location, che è un locale pericolante, dove ci si può disperdere. Due settimane prima hanno scelto uno di loro Amirhossein come guida e lui ha annunciato che ci sarà una sorpresa finale, ma non può rispettare la promessa perché una di loro, Maya, non è d’accordo con lui, e cerca in tutti i modi di sabotare la prova, finché non viene cacciata via. E in qualche modo, non riveliamo il finale, riesce nel suo intento. Si comprende subito che dietro la buccia c’è la sostanza, che il film è simbolico ed anche metaforico e si coglie perfettamente che la regista c’è l’ha coi suoi compatrioti, incapaci di comunicare tra di loro e col regime totalitario che in Iran condiziona tutto e tutti, figuriamoci la cultura.
Qua e la ci sono vaghe citazioni – Pirandello e i suoi “Sei personaggi in cerca d’autore” sono forse per lei un punto di riferimento. Ma quella è tutta un’altra storia, un altro pianeta. La cultura, l’impegno hanno bisogno di stile, di disciplina. Stendiamo un velo pietoso sulla conferenza stampa in video collegamento con la regista, che imponeva l’uso di tre lingue diverse con relative traduzioni.
Di tutt’altro livello il film fuori concorso visto la sera al Teatro Antico. Una storia post apocaliptica dura, a tratti violenta, ma di grande intensità e ricca di significati. E’ La terra dei figli di Claudio Cupellini, con magnifici attori come Valeria Golino, Maria Roveran, Valerio Mastandrea, Fabrizio Ferracane, Maurizio Donadoni e, last but not least, Leon de la Vallée, popolare giovane rapper che ha appena vinto un Disco d’Oro, che al cinema si muove altrettanto bene. Il racconto si concentra sulla difficile lotta per la sopravvivenza di un padre (Mastandrea) col figlio adolescente.(De la Vallée). Sempre duro, anaffettivo, gli proibisce perfino di toccare un quaderno dove scrive ogni giorno le sue memorie. La sua morte scatena nel ragazzo, che non sa leggere, il desiderio di trovare qualcuno che glielo legga, sperando di trovarci dentro la verità. Varca così i confini che lo separano da una zona assai più pericolosa, dove è vittima di ulteriori violenze e affronta nuove avventure. Ma non è il caso di andare oltre, perché c’è tanto ancora da scoprire nella parte finale. E lungo la strada tanti altri personaggi, ognuno con la sua storia. Perfetto in tutti i dettagli, dalla sceneggiatura che il regista scrive assieme a Guido Iuculano e Filippo Gravina, alla musica originale e non, che crea le giuste atmosfere, alla fotografia, alla prova degli attori, è un film imperdibile, che esce nelle sale il 1° luglio.
Eliana L. Napoli
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L’hotel degli amori smarriti
Il secondo film proiettato – L’hotel degli amori smarriti, Regia e Sceneggiatura Christophe Honoré – Con Chiara Mastroianni, Benjamin Biolay,Vincente Lacoste Origine Francia 2019
Presentato a Cannes nella sezione Un certain regard 2019, il film ha fruttato a Chiara Mastroianni, figlia d’arte di Marcello e Catherine Deneuve, il premio come attrice protagonista.

Il personaggio è Maria, sposata con Richard (il bravo Benjamin Biolay, che è stato realmente suo marito).Insieme da vent’anni, il loro matrimonio sembra funzionare, fin quando lui, docente universitario, non scopre l’appassionata relazione della moglie con un suo alunno. Lei minimizza: è solo un innocuo passatempo che aiuta a tenere in piedi un rapporto ormai logorato dall’abitudine. Lui ci rimane malissimo. Armi e bagagli, Maria si trasferisce nella stanza 212 dell’hotel di fronte, dalla quale potrà anche controllare gli umori del marito. Ma è anche, per lei, un modo per rifletterci su, scorrendo le pagine del tempo alla ricerca della verità sul loro matrimonio. Mentre lui si aggira inquieto senza riuscire a prender sonno, nella stanza di lei, a sorpresa, si affollano, ombre del passato, i numerosi amanti, la madre e la nonna, perfino il marito. Giovane però e appassionato (Vincente Lacoste), come quando si sono conosciuti. E si materializza Irène, la maestra di pianoforte di cui Richard ragazzo fu a lungo innamorato, decisa a portarglielo via. Strana presenza un avatar di Aznavour, che è la coscienza (o il carattere?) di Maria. E con sé porta tantissime canzoni del grande chansonnier, gradevole sottofondo di un film che punta molto sul potere della musica. Quasi tutta in interni, sovraffollata, claustrofobica, la commedia ha un impianto teatrale. Nessuna meraviglia, dato che il suo eclettico autore, oltre a scriversi le sceneggiature, è scrittore, drammaturgo, regista teatrale e anche critico dei Cahiers. Il che la dice lunga sullo stile, sorprendente per le inquadrature acrobatiche dall’alto.
Il regista tuttavia sembra aver appreso ben poco dai grandi con cui dichiara di sentirsi in debito (Sacha Guitry, Ingmar Bergman, Woody Allen). L’idea di partenza è buona, racchiusa nel numero della stanza d’albergo (che è anche il titolo originale), 212 come l’articolo del codice civile: “I coniugi si devono reciprocamente rispetto, fedeltà, aiuto e assistenza”.Ma l’invito all’utile riflessione si perde per strada, la storia si avvita su se stessa, la commedia perde smalto, il gioco surreale alla lunga mostra la corda. E i personaggi, privi di sviluppo, risultano assai poco empatici. Al suo quarto film con Honoré, la Mastroianni dà intensità e leggerezza al suo ritratto di donna libera e sfrontata. Ma ciò non basta a dar sostanza ed anima ad un film pretenzioso e intellettualistico. (ELI)






