SEMAFORO ROSSO di Guglielmo Brancato

indexSi replica stasera, al cinema Aurora, la proiezione del film Semaforo rosso, primo lungometraggio di Guglielmo Brancato. Classe 1997, il regista è nato a Palermo, si è diplomato a Napoli, alla Scuola Militare Nunziatella, a Palermo frequenta  l’università, ed è prossimo alla laurea in fisica. Ma la sua vera vocazione lo indirizza altrove, verso la fotografia e soprattutto il cinema. Vita avventurosa la sua, che lo ha portato per  sei mesi in Islanda, per un reportage, “Krisis”, sull’inquinamento di quei mari a causa della plastica. Tra le molteplici attività, alcune mostre di fotografia tra Palermo, Napoli e Milano, e la nascita di una casa di produzione, la “Marte Studios s.r.l. Spirito inquieto, non lo ha fermato neanche il lockdown, durante il quale ha girato, a Palermo, fra mille precauzioni, la sua opera prima. Un’impresa che ha del miracoloso, frutto di un capillare lavoro di crowd funding compiuto dai ragazzi della Arte Atelier. E il film, con un budget di ventimila euro, è stato girato in appena un mese, più nove di postproduzione. L’anteprima che, da buon palermitano, ha tenuto nella sua città, ha registrato l’en plein, con più di 400 spettatori nelle due sale del Rouge et Noir, presenti il regista, gli attori ed altri membri del suo staff.  La sua – ci tiene a sottolinearlo – è una Palermo diversa, lontana dai soliti cliché, tra cui quello della mafia. Nelle riprese in esterni, la città è una sorta di non luogo, anonimo e simile a tanti altri. Altra cosa sono invece i dintorni, dal lago di Piana ai boschi nebbiosi di Monte Pellegrino. Le scene in interni sono girate al Tatum Jazz Club e all’Enoteca Letteraria Prospero, mentre alcune riprese tra le nevi di Piano Battaglia, sono girate in maniera avventurosa, esponendosi ai  pericoli della montagna. In quell’occasione gli ponemmo alcune domande. “Il suo film,  di cui ha scritto soggetto e sceneggiatura, è la storia di un suicidio, dove però il cervello del moribondo continua a funzionare ancora per un po’, giusto il tempo di fare un bilancio della vita trascorsa, raccontata in flashback, alla ricerca delle ragioni del gesto letale. Cosa l’ha spinto a lavorare su una storia così drammatica, in bilico tra reale e surreale? E perché intitolarla “Semaforo rosso”? “Il semaforo per me è un luogo astratto, dove l’attesa diviene pesante. Non affrontando la pausa si rischia però la morte interiore. Non bisogna sfuggire al dolore ma affrontarlo e sviscerarlo, riflettendo sul lungo termine”. “E come ogni bravo esordiente, lei  si è scelto dei maestri dai quali imparare la lezione. Tra la sue fonti di ispirazione, registi di spessore come Gaspar Noé, Lars Von Trier e Terrence Malick” . “Ho amato Noé per certe inquadrature che solo lui riesce a fare, Malick per l’utilizzo del grandangolo. E “Nymphomaniac” di Von Trier per la sua struttura narrativa”. E aggiunge: “Certe atmosfere me l’hanno suggerite quadri celebri come “La Crocifissione di Cristo” di Salvador Dalì, “Il bacio” di Hayez e “L’incubo” di Fuessli”. Ottime scelte. Un bagaglio culturale è sempre alla base del buon cinema. Ma veniamo alla trama. Il corpo del suicida viene raccolto da un anziano che lo porta a casa dove, miracolosamente, dopo un po’si risveglia e comincia a raccontare. La causa del disagio è la fidanzata Maria (Federica Palmeri) gelosa ed opprimente. Ma a turbarlo è soprattutto il tradimento consumato con Nadia (Cecilia Minutoli) ), che gli procura grandi sensi di colpa. Quel che cerca, in sostanza, è il senso della propria vita, che gli appare sempre più inutile ed assurda. Si chiude con un colpo di scena inatteso e sorprendente. Bravi gli attori. Per Enea, il protagonista, sono tre. Enea bambino è il delizioso Danil Di Salvo, molto applaudito, da adulto è il debuttante Paolo Catalano, e nel finale a sorpresa è Andrea De Manincor. Calorosi alla fine, gli applausi del pubblico. “Soddisfatto del successo del suo film?”. “Più che soddisfatto. Il film è prodotto e distribuito da Marte Studios, una società gestita da sette giovani intraprendenti che prediligono“quella genuina immaturità giovanile che porta a sperimentare senza remore”. La definizione calza a pennello a Semaforo rosso, che mostra la padronanza del mestiere dell’esordiente Guglielmo Brancato, e la sua voglia di sperimentare in piena libertà. Il risultato è promettente, niente male per un debuttante. Certe inquadrature sorprendono, certi paesaggi sono straordinari. Tony Capelli, responsabile della fotografia, sottolinea opportunamente luoghi ed atmosfere, musiche ad hoc di Vincenzo Lo Jacono, rigorosamente originali. Ma i personaggi andrebbero approfonditi e il racconto ha pause brusche, non è abbastanza fluido. Lo aspettiamo, con fiducia, alla seconda prova. E’ il film L’ultimo lento, basato sul romanzo di Gianni Zichichi “L’ultimo lento e poi andiamo via”,  al quale sta già lavorando.

Eliana L. Napoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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