Il rapporto tra neutrofili e colesterolo ad alta densità, il cosiddetto colesterolo buono, (NHR) potrebbe essere un nuovo economico e non invasivo indice per valutare il grado di ischemia miocardica nei soggetti con cardiopatia ischemica documentata. L’indice è stato identificato attraverso uno studio di F. BAŞYİĞİT e C. ÇÖTELİ del reparto di cardiologia dell’ospedale di Ankara in Turchia e pubblicato su European Review for Medical and Pharmacological Sciences.
Gli autori hanno arruolato 306 pazienti consecutivi con ischemia miocardica chiaramente documentata attraverso tecniche di imaging di perfusione miocardica e sottoposti a coronarografia. Di questi ottantacinque, che erano senza stenosi visibile o con stenosi minima o lieve (46,51% femmine), sono stati confrontati con 221 con stenosi moderata o grave 221 (31,58% femmine). In quest’ultimo gruppo, come era d’aspettarselo, l’ipertensione e il diabete mellito erano più prevalenti rispetto al primo gruppo (83,73% rispetto a 60,47% e 47,37% rispetto a 30,23%). Un rapporto più alto di NHR è stato rilevato associato a coronaropatia moderata o grave.
La cardiopatia ischemica è una malattia invalidante del cuore che insorge quando il flusso sanguigno, solitamente a causa del’arteriosclerosi, si riduce impedendogli di ricevere il giusto apporto di ossigeno. Conseguenze più frequenti sono l’angina stabile, l’angina instabile, quando l’ostruzione si risolve rapidamente, l’infarto miocardico acuto, quando la carenza di ossigeno al cuore comporta un danno ischemico irreversibile con morte cellulare e la morte improvvisa. La cardiopatia ischemica, ad oggi, rappresenta la prima causa di morte nei paesi occidentali. Nel corso del XX secolo incidenza e mortalità hanno subito un rapido incremento. La mortalità negli Stati Uniti e nei paesi sviluppati è passata da 8/100000 abitanti per anno nel 1930, a 330/100000 abitanti per anno nel 1962. Dalla fine degli anni sessanta del ‘900 la mortalità ha cominciato a diminuire, fino ed essersi ad oggi dimezzata, a seguito sia dei miglioramenti in ambito terapeutico che di quelli riguardanti il controllo dei fattori di rischio. Resta comunque una malattia da porre sotto stretta osservazione da parte dei medici.
Gli autori dello studio riportato in questo articolo ritengono che ulteriori studi randomizzati e controllati associati a studi di costo/beneficio potranno ulteriormente chiarire la portata di questo semplice test che, se validato, potrebbe essere adottato con facilità a fini prognostici e diagnostici.
Guido Francesco Guida








