Il “dagli al russo”, il “dagli al cinese”, lanciati dal cosiddetto Occidente più che far male ai suddetti, fanno male all’Occidente stesso.
Se ricorriamo alla memoria di quanto accaduto nell’ultimo decennio, nello scenario internazionale, ci accorgeremo, infatti, che si è voluta una forma di globalizzazione errata e non corrispondente a quanto sarebbe stato necessario per costruire fruttuosi rapporti di collaborazione tra gli stati. Se il mondo viene considerato un’unica entità, nella quale i membri che ne fanno parte (gli stati) riescono a svolgere ognuno un ruolo che porta poi a un vantaggio sia per se stessi, sia per gli altri, si può dire che viene realizzata una forma di globalizzazione positiva.
Così, ad esempio, si acquistano materie prime dove abbondano e sono a basso prezzo, si producono manufatti dove la manodopera costa meno, si concordano prezzi tra mercati diversi, semplificando le regole per agevolare la produzione e gli scambi, ma ciò va fatto con la dovuta prudenza e intelligenza, calcolando, cioè vantaggi e svantaggi a breve e a lungo termine.
I vantaggi di una globalizzazione ben costruita possono essere enormi. Ma c’è un ma. E’ accaduto che qualcuno – come spesso accade agli esseri umani – ha fatto il furbo, realizzando una globalizzazione che potesse avvantaggiare soprattutto la finanza e le grandi multinazionali. Ciò ha colpito, però, le piccole e medie aziende, creando disoccupazione e crisi economica proprio negli Stati uniti e in Europa, dove interi apparati produttivi sono stati completamente smantellati a favore della cosiddetta delocalizzazione.
Naturalmente, da parte dei promotori di questa operazione, c’è stato pieno sostegno a questi cambiamenti, ma come recita un noto proverbio: “la farina del diavolo va tutta in crusca” ed ora, passata l’euforia iniziale, si cominciano a vedere le crepe del sistema.
Dall’Africa e dall’Asia continuano ad arrivare migliaia di migranti economici che non troveranno, però, a questo punto, in un’Europa impoverita alcun lavoro da intraprendere.
La Russia, ingiustamente espulsa dal G20 (il gruppo dei paesi economicamente più potenti del mondo), non ci sta ad essere umiliata ed emarginata e, per compensare, cerca nuovi spazi, stringendo rapporti più stretti con la Cina e con altri paesi ostili all’Occidente come l’Iran.
La politica arrogante e prepotente, ammantata di superficiale buonismo, portata avanti negli ultimi anni dai tradizionali centri di potere, ormai globalizzati e non più corrispondenti a stati particolari, come un tempo gli Usa o la Gran Bretagna,
sta, di fatto, creando fratture sempre più marcate, divisioni difficilmente sanabili, crisi economiche, guerre, esattamente l’opposto di quel che si voleva ottenere tramite la globalizzazione. Affermare, sic et simpliciter, che Tizio è il colpevole e Caio la vittima è un inutile esercizio verbale che non porta da nessuna parte. Anche ammesso che le ragioni fossero tutte dell’Occidente e le colpe del “cattivo” Putin quale vantaggio ne ricaveremmo? Nel frattempo, si prolungherebbe la guerra in Ucraina, si aggraverebbe la crisi economica (che non è solo europea, perché coinvolge pure molti paesi del terzo mondo) e via discorrendo, perché di mali se ne potrebbero elencare tanti altri. Cedere qualcosa, per stipulare una pace dignitosa, spesso non è debolezza, ma saggezza.








