Guerra e pace. Ma a volere la pace sono solo i codardi?

Ma a volere la pace sono solo i codardi?

Chi ha letto il celebre romanzo di Tolstoj, Guerra e pace, sa bene che chi ha esperienza diretta di combattimenti è generalmente un sostenitore della pace. Nel romanzo del grande scrittore russo, l’ “eroe a tutto tondo” Andrej muore per le ferite riportate in battaglia, mentre il protagonista, Pierre, personaggio più complesso, combattuto tra il disimpegno e la partecipazione attiva al conflitto, risulta alla fine il vero vincitore dell’intera vicenda perché, pur essendo di natura un uomo pacifico, non si tira indietro se le circostanze lo richiedono: non ama né i duelli né le battaglie, ma quando viene coinvolto alla fine risulta lo stesso vincente. C’è in Guerra e pace l’animo russo, riflessivo e sensibile, impregnato di cristiana religiosità. Del coraggio Tolstoj dà una descrizione piuttosto disincantata: può nascere, infatti, da una spinta di natura fisica oppure morale. Nel primo caso, ha origine da una sorta di necessità vitale, nel secondo, invece, deriva da una convinzione intellettuale, insomma proviene dal senso del dovere.        

In Guerra e pace la battaglia tra russi e francesi viene descritta in tutto il suo orrore: alla fine una battaglia è solo morte, feriti, distruzione.

Anche oggi sono in tanti, di fronte ai conflitti che insanguinano il mondo, a sperare e a pregare che la pace giunga presto, anzi il più presto possibile. Sono solo dei vigliacchi?

A noi, però, sembra lecito chiedersi pure: qual è il prezzo di una vittoria e chi lo paga?  Sicuramente è altissimo, non solo in termini di morti e di feriti, ma anche dal punto di vista morale ed economico. Lo vogliamo fare questo conto prima di lanciarci in qualche spedizione spericolata? Siamo certi che ne valga la pena? Inoltre, siamo sicuri di vincerla la guerra che vogliamo intraprendere? O piuttosto vedremo ancora per interi e interminabili decenni infiniti conflitti, dai costi facilmente immaginabili?

Sarebbero questi nostri discorsi da codardi o da persone sagge?

Cercare la pace, poi, non vuol dire cedere di colpo come fecero gli Americani, due anni fa, in Afghanistan, abbandonando persino le armi ai nemici. Lavorare per la pace significa esaminare che cosa si può cedere al nemico e che cosa no, che cosa ottenere di vantaggioso tramite degli accordi che non rappresentassero una capitolazione, ma per questo occorrono persone realmente all’altezza. Purtroppo le numerose sconfitte e i frequenti ripiegamenti dell’Occidente in tanti teatri di guerra negli anni scorsi non fanno bene sperare. Infatti, prima di chiedere sacrifici ai propri alleati bisognerebbe anche dimostrare di essere capaci di vincerle le battaglie.

Lydia Gaziano Scargiali

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